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Procida. Commento al vangelo di domenica 11 marzo 2012.

Il cristianesimo non ha bisogno del sacro. La mediazione tra Dio e l’uomo è compiuta dall’umanità di Cristo che muore in croce e risorge. “ Vittorio Mencucci -prete

Settantasettesimo appuntamento, con la rubrica dedicata ai commenti al vangelo di domenica 11 marzo 2012. Il vangelo di oggi è di Gv 2, 13-25. Come sempre abbiamo il video di p. Alberto Maggi con la relativa trascrizione e audio . Inoltre potete leggere una riflessione di V. Mencucci e di  Marco Politi.

Un abbraccio e buona settimana!

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Insieme anche il video della riflessione di Don Lello Ponticello con le “prediche senza pulpito”

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Dal tempio alla Chiesa

di Vittorio Mencucci

[Gv 2, 13-25] Gesù caccia dall’atrio del tempio i venditori di animali e i cambiavalute. Eppure servivano per il culto: i cambiavalute erano indispensabili perché al tempio venivano da varie nazioni, perciò avevano bisogno di cambiare la propria moneta per acquistare gli animali da sacrificare. Allora perché Gesù li caccia in maniera così dura? La risposta di Gesù si colloca su due livelli. L’attività, lecita in sé, è diventata causa di illecita speculazione. La cupidigia del denaro ha prevaricato sul servizio al culto. Sin qui non è in discussione la struttura, ma quando le autorità religiose gli chiedono ragione di tale gesto, Gesù dà una risposta più radicale, tanto da mettere in discussione lo stesso tempio, il culto che in esso si celebra e tutto il sistema della religione giudaica. «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Ciò significa che l’incontro con Dio non si attua più nel tempio, ma attraverso l’umanità di Cristo che muore in croce e dopo tre giorni risorge.

Troviamo un significato analogo nella parabola del buon samaritano: la condanna del comportamento del sacerdote e del levita non colpisce la durezza del cuore di quelle persone, ma la struttura sacrale in cui sono inseriti. La purità rituale proibisce di toccare un cadavere o di macchiarsi le mani di sangue. I due entrano nel tempio, orgogliosi di aver conservato la purità rituale, ma in quel tempio Dio non c’è più. I veri adoratori adorano Dio né su questo monte, né a Gerusalemme, ma in spirito e verità. Quando Gesù muore, il velo del tempio si squarcia. Inaspettatamente il samaritano che soccorre l’uomo ferito incontra Dio.

Il tempio si inscrive nell’orizzonte del sacro tipico di ogni religione. Per superare la distanza tra Dio, puro spirito, e noi, legati alla percezione sensibile, gli uomini eleggono un oggetto, lo separano dal suo uso quotidiano e lo deputano a rappresentare Dio nel mondo sensibile. Il sacro comporta separazione da tutto il resto, che perciò diventa profano, per salvaguardare questo distacco si circonda di divieti, mentre in quanto rappresenta la divinità impone doveri. Incute timore e allo stesso tempo rassicura: «Qui c’è il tempio», ossia Dio è dalla nostra parte.

Il cristianesimo non ha bisogno del sacro. La mediazione tra Dio e l’uomo è compiuta dall’umanità di Cristo che muore in croce e risorge. La differenza è essenziale e netta: una cosa sacra sollecita lo spirito magico e riduce l’uomo a uno stato di sottomissione minorile, l’incontro con una persona genera una ricca gamma di rapporti nella conoscenza e negli affetti che mette in moto le risorse dello spirito per una crescita di umanità. Il contesto della sacralità esprime una volontà di conservazione che nasce dalla paura del nuovo, sempre aperto al rischio e all’incertezza. L’intangibilità del sacro, garantito dall’autorità di Dio, è un’isola rassicurante in mezzo a un mare in continua tempesta. La modernità con il suo vorticoso fluire, con le sue categorie completamente nuove rispetto alla nostra sintesi cristiano-medioevale disorienta e genera insicurezza in una coscienza immatura.

Per continuare la sua opera nel corso della storia Gesù lascia una comunità di uomini, per cui il cristianesimo non ha bisogno del tempio in cui Dio si fa trovare, ma testimonia la presenza di Dio tra gli uomini attraverso la comunità di quanti hanno scelto di dare senso alla propria vita in riferimento a Gesù. Il significato primario di Chiesa è la comunità dei “chiamati” dal dono d’amore di Cristo. In maniera derivata, chiesa è la casa dove la comunità si riunisce. Se la comunità si raduna sotto un albero, quel luogo diventa chiesa, mentre l’edificio abbandonato dalla comunità perde ogni senso dal punto di vista della fede. Nella nuova Gerusalemme non c’è il tempio, perché Dio stesso abita in mezzo agli uomini. L’identificazione tra Chiesa e tempio cela un colossale equivoco che misconosce la novità del cristianesimo.

Vittorio Mencucci*

Prete della diocesi di Senigallia (An), ha insegnato storia e filosofia nei licei statali. Ha fondato e diretto il gruppo “Amici della Filosofia”, è stato presidente della Scuola di Pace “V. Buccelletti” del Comune di Senigallia, fa parte dell’Accademia Marchigiana delle Scienze, Lettere e Arti. E-mail: vittoriomencucci@teletu.it

E  il sacro diventa merce

[Gv 2,13-25] «Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai vendi­tori di colombe disse: `Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato”»

E dunque Cristo arriva al Tempio e caccia a suon di frustate vendi­tori e mercanti e cambiavalute, che affollano il recinto sacro. La scena è talmente nota e citata in prediche missionarie e in pamphlet anticlerica­li che non avrebbe, al limite, bisogno di nessun commento. Esilarante, semmai, sarebbe rivivere la scena ai giorni nostri con un Cristo dostojevskiano che piomba sui dintorni di piazza San Pietro e fustiga venditori di souvenir, cartoline, medaglie papali, apostoliche benedizioni già pre­fabbricate, t-shirt, busti in gesso e piatti ricordo.

Ma, forse, non tutto è così semplice come appare. Credo che di questi versetti si possano dare tre livelli di lettura.

La prima reazione, la più immediata, a pelle, è di registrare che il meccanismo del mercimonio, la sete di profitto, non conosce spazi se­parati. Tutto ciò che avviene sotto il cielo, di giorno e di notte, e dunque anche il sacro, può essere coinvolto in un affare. Ti serve la pecora da sacrificare? E io te la vendo. Non hai la moneta giusta per comprare la pecora? E io ti cambio il denaro. Hai bisogno di qualunque cosa per ce­lebrare il rito? E io, a «giusto prezzo», te la metto a disposizione. Ecco, allora, l’intervento del Cristo che caccia dallo spazio sacro ciò che sacro non è e che anzi riduce il sacro a merce.

Poi c’è, a mio parere, una riflessione storica da fare. Sempre, attra­verso i millenni, il tempio di qualsiasi religione – con rare eccezioni che confermano la regola – è stato al centro di un giro economico. Era un “beneficio”, proprietario terriero, proprietario di schiavi o servi della gleba, proprietario di immobili o destinatario di finanziamenti. È come se lo spazio sacro non possa vivere al di fuori della regola ferrea del bi­lancio. Non possa essere “altrove”, ma resti immerso “qui”, nel circolo tutto terreno dell’utilizzazione di un bene, E quindi diventa già più problematico intervenire con la frusta dell’ira santa. Come si fa? L’edificio sacro non è eterno, ha bisogno di vivere e dunque come sottrarlo al ci­clo dell’economia?

Ma c’è una terza riflessione che mi viene in mente. Uomini e donne attraverso i secoli hanno sentito continuamente il bisogno di segni, sou­venir, statuine, fosse pure – nel monoteismo più rigido e nemico delle immagini divine – di piccole menorah o di vessilli con su scritto il nome di Allah. È un bisogno prepotente, che un mistico potrebbe a ragion ve­duta definire pagano, ma è così umano, così corrispondente al deside­rio di toccare, guardare, carezzare un frammento dell’Ineffabìle divi­no. Racconta l’Esodo che Mosè distrusse il Vitello d’oro, ma a sua volta Yahweh gli ordinò di fare un serpente di bronzo che servisse da inse­gna. Possiamo concludere allora che la tensione e il conflitto tra spiri­tualità e corporeità sono destinati a giocare in reciproco rapporto nel­l’ambito religioso da un millennio all’altro? Forse.

Marco Politi

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