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Dopo la polemica, la proposta dell’armatore Onorato: “Necessario istituire un Ministero del Mare”

di Nicola Silenti  da admaioramedia.it

Missione compiuta. Sembra riuscita appieno nell’obiettivo di catturare l’attenzione dei media e far parlare di sé la campagna promozionale lanciata in questi giorni dalle compagnie di navigazione Moby e Tirrenia, punte di diamante del gruppo armatoriale di Vincenzo Onorato.
Una campagna incentrata sullo slogan “Naviga italiano”, condita dall’efficace motto “Scegli solo chi naviga italiano” e concepita per dare risalto alla caratteristica saliente delle compagnie dell’armatore campano e della sua politica aziendale: contare soltanto su personale di nazionalità italiana. Un messaggio temerario che ha scatenato sui social media un’ondata polemica senza precedenti: una reazione che in realtà ha avuto l’effetto di amplificare il convincimento dell’armatore campano, e che appare con evidenza il prodotto malcelato di una congerie di preconcetti e paraocchi culturali. Una reazione che si spiega soltanto con una palese ignoranza della materia, una pressoché totale incompetenza nelle tematiche peculiari del comparto e una madornale sprovvedutezza degli elementi che connotano il mercato del lavoro della marineria italiana e internazionale. Una forza lavoro, la nostra, che a dispetto di ogni protezionismo o settarismo nazionalista è il fiore all’occhiello di una tradizione epica e gloriosa, costretta a scontare in questi drammatici anni le conseguenze rovinose del mercato globale.

Sarà che l’argomento lavoro sta a cuore soprattutto a chi un lavoro non lo ha o vive ogni giorno con lo
spettro di perderlo, ma desta un misto di perplessità e di sconcerto questo tentativo di mettere all’indice
un imprenditore come Vincenzo Onorato che da tanti anni, cioè ben prima della pubblicità di questi
giorni, scommette sulla qualità del lavoro, sulla competenza e la preparazione del personale marittimo
italiano assunto nella quasi totalità dei casi con contratti a tempo indeterminato in numero superiore alle cinquemila unità. Una politica aziendale che interessa molto da vicino la Sardegna a dispetto di quanto insinuato da chi, approfittando della polemica, ha cercato di inserirsi nell’incontrollabile fiume verbale per colpire il gruppo Onorato, accusando il suo patron di non dare spazio né lavoro ai marittimi sardi: un’accusa infondata a cui l’armatore campano risponde affermando con decisione che «la forza lavoro sarda impiegata nel mio gruppo è imponente».
E Onorato risponde coi numeri: «Il mio gruppo impiega 400 lavoratori sardi, tra amministrativi e
marittimi. Duecentoventuno sono impiegati nella Moby, 77 nella Divisione traghetti e 144 nella Divisione rimorchiatori. A loro vanno aggiunti i 75 dipendenti della Sinergest e i 103 lavoratori della Compagnia Italiana di Navigazione–Cin, a cui si aggiungono le due unità assunte in Toremar e Mascalzone Latino.
Questi numeri mi sembrano una risposta concreta e, come detto, una forza lavoro imponente».
Nonostante il clamore dovuto alla campagna pubblicitaria, l’Armatore conferma il suo ostinato
attivismo in difesa dei marittimi italiani: «Considero i miei dipendenti parte della mia famiglia. Penso
questo perché sono cresciuto in mezzo agli equipaggi, con le navi, con mio padre. Ed era tutta gente
nostra, tutta gente italiana, con tanti sardi. Ma la verità è che diventa ogni giorno sempre più difficile
ristabilire la verità. E la verità è che sino a non molto tempo fa al Sud si viveva soprattutto del lavoro sul
mare, mentre oggi tutto questo si sta annullando. Ma non sembra importare a nessuno». Ed offre una
ricetta per il comparto, anche per incentivare le occasioni di lavoro per il personale italiano: «Dovrei dire
che questo compito spetterebbe alla politica, ma per produrre fatti concreti la politica dovrebbe tornare ad ascoltare davvero i nostri marittimi. Dimostrare in concreto di avere a cuore la sorte della gente di mare. Perché la gente di mare oggi è a casa a fare la fame, e nessuno l’ascolta. E’ necessario istituire un
Ministero del Mare. Un generico Ministero dei Trasporti ormai non è più sufficiente».

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