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I partiti e il partito Chiesa in Italia.

di Giovanni Avena (Adista)

Ogni giorno i cittadini di questo Paese e i fedeli di questa Chiesa hanno cento motivi in più per essere delusi e indignati. Contro governi che hanno ridotto il Paese nell’attuale situazione, contro i partiti dai quali non si sentono rappresentati e ai quali non intendono dare né fiducia, né voti, contro la Chiesa per gli antichi e nuovi scandali finanziari e il dramma dei preti pedofili. Vedere settori autorevoli dell’istituzione ecclesiastica coinvolti in beghe interne e condotte pubbliche inappropriate costituisce motivo di ulteriore delusione per i fedeli, ma anche per i comuni cittadini. Ci si chiede se il ricco finanziamento pubblico di cui godono le istituzioni ecclesiastiche abbia reso la Chiesa italiana uguale agli altri partiti politici. Senza con ciò voler mancare di rispetto verso le comunità di fedeli e i pastori presenti e bene operanti in ogni angolo del Paese. In effetti il volto della Chiesa ufficiale rappresentato dalla Cei ha tutti i connotati e i comportamenti dei partiti: al suo vertice un presidente e un segretario – non eletti, ma nominati direttamente dal papa – esercitano pieni poteri amministrativi e politici; duecentocinquanta vescovi e ventottomila parroci ne costituiscono il braccio sacro, ma anche economico; la vastissima rete di giornali, radio e Tv, direttamente o indirettamente finanziati dallo Stato, assicurano una capillare comunicazione; e, soprattutto il miliardo e passa di euro che ogni anno lo Stato elargisce alla Cei, attraverso l’otto per mille dei contribuenti, fa di essa un partito privilegiato rispetto agli altri che non raggiungono, tutti insieme, la cifra di 500 milioni di euro.
Un altro miliardo annuo esborsa lo Stato per pagare i “quadri” della Chiesa nominati dai vescovi diocesani, senza concorso, inviati a coprire le ore di religione nelle scuole di ogni ordine e grado. Altro personale ecclesiastico, scelto dai vescovi a svolgere il ministero pastorale nell’esercito e in polizia, negli ospedali e nelle carceri, costa allo Stato 50 milioni ogni anno. Il giornale di “partito”, come può essere considerato Avvenire, e i giornali ecclesiastici locali, sono finanziati con oltre 16 milioni di euro all’anno.
Accanto a questi enormi benefici finanziari esistono i cosiddetti “diritti di stola”: sono le tariffe che i fedeli devono versare al parroco come “pagamento-offerta” per l’amministrazione di ogni singolo sacramento o per le “intenzioni” di Messe. Può apparire irriguardoso definire “pagamenti” questi servizi pastorali. Ma non è più irriguardoso il passaggio di denaro che certamente svilisce i sacramenti quasi alla stregua di una qualunque merce? Non sarebbe più rispettosa la gratuità di questi servizi caratterizzati proprio dalla “gratuità” con cui lo stesso Dio li elargisce? E al mantenimento del pastore e alla manutenzione delle strutture non provvede già lo Stato con gli emolumenti ai pastori attraverso l’otto per mille e gli stipendi agli insegnanti di religione e ai cappellani?
A tutto questo peso finanziario si aggiunge il notevole peso ideologico e dottrinale che la Chiesa esercita sul Paese. Attraverso le tantissime risorse umane e strumentali, anche queste finanziate dallo Stato, riesce a far passare per valori sacri “non negoziabili” l’intero armamentario clericale di dottrine, principi e precetti morali che non scaturiscono dal Vangelo, ma da consistenti residui del potere temporale.
Negoziabile resta, invece, tutto ciò che ha a che fare con privilegi economici, esenzioni, accumuli finanziari, che rendono l’apparato sacro-clericale saldo e intoccabile più dei partiti.
Non si vuol negare alla Chiesa il diritto di annunciare e testimoniare i valori propri del cristianesimo in ordine alla vita e alla morte. Ma le si può chiedere – senza che suoni censura – di non interferire sull’applicazione delle leggi anche quando queste non corrispondono al tradizionale magistero ecclesiastico sul divorzio, sull’aborto, sulla fecondazione assistita, sul testamento biologico?

Direttore editoriale Adista

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