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Il Ministero del Mare nell’anno zero dell’Italia marittima

di Nicola Silenti da Destra.it

PROCIDA – Ripartire da un ministero del Mare. Per assistere davvero all’inizio di una nuova epoca della marineria italiana, il rilancio dell’economia blu e del suo sconfinato indotto deve essere affidato a un’autorità amministrativa unica, un chiaro punto di riferimento istituzionale verso cui far convergere la segnalazione delle criticità, delle esigenze e finanche delle proposte rivolte a una riorganizzazione dell’intero comparto nel segno della modernità e dell’efficienza. Un mondo, quello marittimo, in preda a gravissimi problemi, che da tempo lancia al mondo della politica accorati segnali e pressanti richieste di un riordino complessivo della normativa che regola e governa tutto il comparto, forti di un’esperienza e di un patrimonio di storia e di cultura del mare con pochi confronti nel mondo. La tradizione marinara d’Italia, orfana ormai del suo dicastero sin dal lontano 1993 quando si decise l’accorpamento del ministero della Marina mercantile nel nuovo ministero dei Trasporti e della Navigazione: una scelta legittima, ma gravida di ulteriori decisioni infauste come la parcellizzazione delle storiche prerogative nella materia marittima in un rivolo di altri ministeri, uffici più o meno territoriali e dipartimenti vari. Una vera e propria diaspora di competenze e di responsabilità che in tanti individuano come la causa principale dell’attuale stato di salute dell’universo marittimo italiano: un malato grave ostaggio di una confusione di responsabilità e di ruoli, di una burocrazia insulsa e incomprensibile e di un corollario di incombenze, certificazioni e permessi che un Paese moderno non può e non deve più tollerare.Astrusità e sovrapposizioni

di competenze inutili e dispendiose, sia in termini economici che di tempo, ben rappresentate dal caso esemplare della tutela e salvaguardia dell’ambiente marino e delle attività di pesca e acquacoltura, oggi suddivise tra il ministero dell’Ambiente e quello delle Risorse agricole, alimentari e forestali. Logica vorrebbe, invece, che a disporre della materia ambientale in ambito marittimo fosse chi ha il polso della situazione dei porti, dei fondali, delle attività di rimessaggio e soprattutto delle rotte dei traffici navali. Nozioni e conoscenze alla portata dei tanti professionisti che vivono il mare e le sue problematiche come il pane quotidiano, e che oggi si vedono costretti da un’oscura volontà politico – burocratica a subire le scelte di chi invece è spesso distante anni luce dal mondo marittimo e dai suoi precetti basilari, o peggio ancora a impegnare tempo e fatica in una continua negoziazione, un continuo compromesso diplomatico con chi di mare non capisce niente.

A ogni modo, i quasi 25 anni di assenza del ministero della Marina mercantile si fanno sentire come una ferita aperta sulla carne della gente di mare. Una ferita in gran parte figlia della schizofrenia amministrativa conseguente alla scelta del governo Ciampi, prima con con la cosiddetta riforma Bassanini del ‘99 e la creazione del nuovo ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, poi con i successivi interventi dei governi Berlusconi e Prodi sino alla confusione odierna. Una confusione che ha il sapore amaro dell’affronto, e che suona come un torto, un’offesa perpetrata senza senno e con sadismo ai danni di un comparto di eccellenza dell’economia, dell’impresa e del lavoro italiano. Un pugno in piena faccia sferrato da una politica tutt’altro che lungimirante a un comparto di eccellenza, capace di valere da solo il 2 per cento del prodotto interno lordo nazionale, di dare lavoro a oltre 180 mila imprese e un’occupazione a 500 mila persone. Numeri che valgono bene la riparazione di un torto.

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