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Procida. Commento al vangelo di domenica 4 marzo 2012.

“La fede in Dio è sempre in cammino, sempre disposta a mettersi in discussione per cogliere nella storia nuove tracce della sua presenza”
V.Mencucci

Settantaseiesimo appuntamento, con la rubrica dedicata ai commenti al vangelo di domenica 4 marzo 2012. Il vangelo di oggi è di  Mc 9,2-10 . Come sempre abbiamo il video di p. Alberto Maggi con la relativa trascrizione e AUDIO. Inoltre potete leggere una riflessione di V. Mencucci e di padre Castillo.

Un abbraccio e buona settimana!

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Insieme anche il video della riflessione di Don Lello Ponticello con le “prediche senza pulpito”

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II DOMENICA DI QUARESIMA – 4 marzo 2012

QUESTI E’ IL FIGLIO MIO, L’AMATO

Commento al Vangelo di p. José Maria CASTILLO

Mc 9,2-10

[In quel tempo,] Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte,in disparte, loro soli.

Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessunlavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè econversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noiessere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapevainfatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.

Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto,se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa,chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

1.E’ chiaro che questo racconto, nella seconda domenica di Quaresima, allude

chiaramente alla resurrezione di Gesù. Il racconto lo suggerisce presentando Gesùtrasfigurato, abbagliante. E lo stesso Gesù fa riferimento espressamente alla suaresurrezione dai morti. Siamo, quindi, davanti ad un vangelo di vita che trascende lamorte e vuole mantenere viva la speranza. Inoltre, la parola del Padre disse moltochiaramente, dalla nube che dovevano ascoltare solo Gesù. Significava dare la massimagaranzia di credibilità a ciò che Gesù stava per dire ai suoi discepoli.

2.Ma il racconto termina dicendo che loro non avevano capito quello che Gesù avevaannunciato. Per questo discutevano su cosa lui voleva dire. Non era la prima volta, nél’ultima, che i discepoli si impappinavano davanti all’annuncio della resurrezione. Ogni volta che, come sembra, Gesù annunciò loro quest’epilogo finale (Mt 16,21; Mc 14,28;).

La croce che sconvolge gli schemi

Mc 9,2-10

Domenica scorsa il Vangelo ci ha presentato Gesù nel deserto che sceglie l’indirizzo da dare alla sua missione: rifiuta la proposta della gente e degli stessi discepoli di essere il messia della potenza come tentazione satanica e sceglie la via della croce. Inchiodato su quel legno, Dio si rende “impotente” per lasciare libero l’essere umano e si propone come dono d’amore espresso nella forma più radicale. È in gioco non la liberazione nazionale, ma il senso dell’esistenza umana.

Nessuno ha compreso l’alternativa di Gesù. Il rifiuto della dominazione romana aveva distorto anche la coscienza religiosa. È impossibile accettare la croce senza la resurrezione, così Gesù fa seguire l’annuncio della morte da un evento che in qualche maniera anticipa la resurrezione.

La trasfigurazione va compresa in rapporto all’annuncio della croce. Infatti Gesù, conversando con Mosè ed Elia, parla della sua dipartita che sta per compiersi in Gerusalemme e, scendendo dal monte, fa riferimento a questo nell’ammonimento agli apostoli. La voce che risuona dal cielo doveva dare forza alla fede nella divinità di Gesù, tanto da affrontare l’evento della passione affidandosi alla sua volontà. Purtroppo i discepoli rimangono chiusi nella mentalità ebraica: il rigido monoteismo non permetteva di pensare Gesù come Dio, ma solo come messia, anche se particolarmente amato da Dio e a lui vicino. Tanto è vero che di fronte alla passione e morte lo abbandonano. Nella prospettiva del messianismo della potenza la croce è un irrimediabile fallimento che non ammette possibilità di appello.

Solo nell’incontro con il risorto comprendono la sua divinità, cambiando la prospettiva con cui giudicano gli eventi: la croce non è una sconfitta, ma la manifestazione più alta dell’amore di Dio. Anche la storia della salvezza acquista il suo centro e assume un nuovo significato. Ora comprendono il senso della trasfigurazione. Accanto a Gesù ci sono Mosè ed Elia, la legge e i profeti, ossia tutto l’Antico Testamento che converge su Gesù come al suo adempimento e alla sua pienezza. Coerentemente il futuro in cui progettano la propria vita cambia orientamento: non più la carriera nel Regno nazionalistico del messia, ma il dono completo della propria vita per annunciare la salvezza donata da Gesù.

Pietro, nelle sue parole pronunciate tra il sogno e la realtà, parla di tre tende. Il riferimento alla festa delle capanne rivela la data dell’evento, ma ancor più ne riprende il significato originario del cammino di liberazione nel deserto. Pietro vuol fruire di questo momento paradisiaco come anticipo del trionfo messianico senza il riferimento alla croce, ma così finisce per fuggire dalla realtà, chiudendosi a bozzolo nel mito collettivo, in un sogno rassicurante, perciò la realtà della croce lo troverà impreparato.

Sembra paradossale: proprio la mentalità religiosa ufficiale e istituzionalizzata, proprio l’attaccamento al trionfo della religione impedisce di riconoscere la manifestazione più alta di Dio nella storia umana. La presunzione di possedere la verità in maniera definitiva non offre spiragli alla novità. Eppure Dio è il totalmente altro che i nostri schemi non possono catturare. Quando usiamo parole e segni, siamo consapevoli della loro inadeguatezza e quindi della loro precarietà. La fede in Dio è sempre in cammino, sempre disposta a mettersi in discussione per cogliere nella storia nuove tracce della sua presenza. È necessario avere una casa e una terra, ma con il coraggio di uscirne per cogliere le novità della storia, altrimenti si degradano in prigione e la luce del giorno si trasforma in tenebra.

Esci dalla tua terra e dai tuoi progetti di grandezza! Il Dio del Vangelo è sempre presente, ma ti spinge altrove. Solo il dio tribale si radica nel gruppo, afferma il proprio dominio, protegge dalla novità sempre inquietante e rassicura le coscienze minorili.

*Prete della diocesi di Senigallia (An), ha insegnato storia e filosofia nei licei statali. Ha fondato e diretto il gruppo “Amici della Filosofia”, è stato presidente della Scuola di Pace “V. Buccelletti” del Comune di Senigallia, fa parte dell’Accademia Marchigiana delle Scienze, Lettere e Arti. E-mail: vittoriomencucci@teletu.it

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