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La Marina mercantile tra derive liberiste e protezionismo

di Nicola Silenti

Dalla parte dei lavoratori marittimi italiani. Restano ancora tutte aperte e irrisolte le questioni sollevate negli ultimi mesi dall’armatore campano Vincenzo Onorato in tema di tutela e salvaguardia del lavoro marittimo italiano. Un lavoro, quello dei nostri connazionali, messo a dura prova dai morsi di una crisi economica e minacciato in maniera sempre più indiscriminata dalla concorrenza impari e senza regole delle maestranze extracomunitarie: una concorrenza sempre più presente a bordo del naviglio italiano, e non solamente sulle rotte internazionali.

Una vertenza, quella della difesa del lavoro marittimo italiano, approdata finalmente sui quotidiani nazionali e sui banchi del parlamento con l’attenzione e il risalto che si devono a uno dei comparti più importanti e virtuosi dell’economia nazionale, ma che invece di cementare le istanze e le rivendicazioni del settore in un fronte unico e compatto ha prodotto l’effetto inverso di spaccare, se non l’universo marittimo tout court, la categoria degli armatori, oggi divisa in due fronti contrapposti.

Da un lato, l’attivissimo fronte “protezionista” capitanato dalla prima ora da Vincenzo Onorato, sostenitore senza compromessi del lavoro italiano a tutti i costi e contrario a un ricorso spregiudicato e senza limiti di manodopera non comunitaria, e dall’altro il fronte di segno “internazionalista” guidato da Emanuele Grimaldi, convinto assertore per l’imprenditoria marittima di casa nostra di un futuro all’insegna della flessibilità nel mercato del lavoro, unico rimedio individuato per sostenere la spietata concorrenza globale.

Avviato con la clamorosa uscita da Confitarma di due anni fa, il conflitto aperto da Onorato verte soprattutto sulla materia degli sgravi fiscali previsti dalla normativa italiana per la bandiera nazionale e oggi concessi nella stessa misura anche agli operatori dell’Unione europea, senza alcuna limitazione di sorta in caso di imbarco di marittimi non comunitari. Una prassi, questa, osteggiata da Onorato forte della sua flotta di 70 navi tutte battenti bandiera italiana e degli oltre 4 mila dipendenti tutti del Belpaese. Un argomento molto sentito tra le file dei marittimi di casa nostra, piegati da anni di crisi economica, sacrifici e il timore costante di perdere il posto di lavoro, senza garanzia alcuna di una ricollocazione a breve termine in un mercato quanto mai asfittico e nessuna prospettiva concreta di una evoluzione favorevole a breve delle cose.

Da qui il grande favore che la battaglia del patron del gruppo Moby – Tirrenia ha saputo conquistare tra le file dei lavoratori del comparto, sospesi tra l’entusiasmo di poter contare su un nuovo paladino della propria causa dopo anni di perfetta solitudine e il timore di avere a che fare con una battaglia di facciata o quantomeno un polverone di comodo ispirato da non si sa bene quale interesse recondito dell’armatore campano. Un dilemma, questo, che impegna a tutti i livelli operatori del settore, giovani lavoratori alle prime armi e veterani, tutti spettatori attenti e partecipi di una campagna che, in ogni caso, ha acceso i fari e generato un interesse sempre crescente per una materia a dir poco bistrattata. Una riflessione che impegna da tempo la stampa di settore e in particolare il foglio telematico Decio Lucano news nelle pagine curate dal comandante Tobia Costagliola, che in diverse occasioni ha affrontato il tema della crisi occupazionale dei marittimi italiani mettendo in risalto le difficoltà incontrate da chi studia il fenomeno con dati, percentuali e cifre statistiche spesso irreperibili e nella migliore delle ipotesi insufficienti o incomplete: una carenza che, sinora, ha impedito di ragionare su dati di fatto. Una riflessione, quella di Costagliola, che al netto di posizioni preconcette o reticenze ideologiche verte intorno a un quesito elementare: «Perché mai un marittimo non dovrebbe manifestare attenzione e gratitudine verso un armatore (Vincenzo Onorato – ndr) la cui posizione, inevitabilmente, dovrebbe sfociare in un maggiore utilizzo di marittimi italiani?».

Messe da parte le questioni di principio e le simpatie personali di ognuno, appare del tutto evidente che la questione posta da Onorato e in particolare il legame che il patron di Moby individua tra la crisi occupazionale di casa nostra e l’uso generalizzato di strumenti legislativi e fiscali quanto mai benevoli anche da parte di armatori che non impiegano a bordo del proprio naviglio manodopera italiana, meriti una risposta chiara, argomentata e convincente. Una risposta esauriente che sgombri il campo dai proclami o dalle opinioni di comodo, e che al contempo si manifesti come un segno di rispetto per la categoria dei marittimi italiani. Una categoria che ha archiviato l’epoca della pazienza e adesso pretende attenzione, credito e rispetto. In una parola: fatti.

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