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Processione Misteri 2012 procida -foto by Max Noviello procida.tv

La Settimana Santa procidana

Processione Misteri 2012 procida -foto by Max Noviello procida.tvDi Giacomo Retaggio

PROCIDA – La liturgia della Settimana Santa cristiana è ricchissima in ogni parte del mondo ed un tempo ancora di più. Questa ricchezza deriva, senza dubbio, dalla complessità e varietà dei temi presi in esame, che vanno dall’esaltazione di un uomo (Cristo che entra a Gerusalemme la domenica delle Palme), al suo tradimento ed alla sua uccisione. Senza voler apparire blasfemi, nell’ultima settimana della vita di Gesù ci sono tutti gli elementi di una tragedia shakespeariano. La liturgia di questa settimana non fa che rendere visibile e plastica la vicenda umana di Cristo nei suoi ultimi giorni di vita. Nei piccoli paesi, come ad esempio Procida, questo aspetto di rappresentazione spesso raggiunge il parossismo con vere e proprie manifestazioni teatrali. Questo avveniva molto di più nel passato perché questa liturgia rappresentativa serviva per spiegare ad un popolo ignorante ed analfabeta il significato di certi avvenimenti, come le pitture delle cattedrali medievali. La massima espressione della teatralità della settimana santa procidana si ritrova nella Processione del Venerdì Santo che può essere definita uno spettacolo teatrale itinerante, così come il Corteo degli Apostoli del Giovedì Santo. Ciò, però, non inficia il contenuto religioso e spirituale della manifestazione, ma è piuttosto un modo di essere della religiosità popolare che si estrinseca in modo quasi simile in tutti i paesi dell’Italia meridionale ed anche in quelli europei della stessa latitudine. Vedi, a tal proposito, le manifestazioni similari in Spagna, come la processione di Siviglia, o in Grecia ove la Pasqua ortodossa raggiunge alti livelli di fastosità e di opulenza. Questa teatralità non si riscontra nelle regioni nord- europee ove la cultura luterana porta ad una scheletricità ed essenzialità delle manifestazioni per noi, gente del sud- Europa, inconcepibili. Senza andare molto lontano basta entrare in una chiesa cattolica e poi subito dopo in una protestante per rendersi conto delle profonde differenze esistenti tra le due strutture. Un tempo la Settimana santa procidana era molto più “teatrale” rispetto ad oggi. Si iniziava il sabato precedente la domenica delle Palme con i cortei delle “zeddose”, gruppi di ragazze giovanissime che ricoperte da un lungo velo andavano di chiesa in chiesa, dietro un prete che portava un crocefisso, a cantale le “Laudi”. Questi gruppi di ragazze, provenienti ciascuno da una diversa “Grancìa”, nell’incontrarsi si prendevano in giro scherzosamente conferendo alla manifestazione un tono popolar- pagano. Il termine “zeddose” è la procidanizzazione della parola intonse, vale a dire si riferiva a ragazze non ancora delibate. Il mercoledì Santo nelle chiese si cantava il “Miserere”; l’ambiente era quasi al buio, la luce veniva da una decina di candele infisse su un candelabro a forma di triangolo, il canto procedeva solenne e carico di mestizia, ad ogni fine di una strofa del salmo il prete spegneva una candela finché la chiesa rimaneva completamente all’oscuro. Allora la gente si scatenava a battere mani e piedi sui banchi. Una sorta di applauso o la presa di coscienza per una tragedia che stava per verificarsi? Questa cerimonia veniva definita “i rummuri” (i rumori). La sera del Giovedì Santo, dopo il corteo degli Apostoli, si teneva la “predica di notte”, una lunga meditazione sulla Passione dai toni tragici e terrificanti, che spesso durava fino a notte inoltrata. Ma li massimo della “teatralità” si raggiungeva nelle tre ore di “Agonia” del Venerdì Santo. Sull’altare maggiore, sullo sfondo di un panno nero, c’era a grandezza naturale, Gesù in croce con ai lati il buon ed il cattivo ladrone, ai piedi la Madonna, Giovanni e le pie donne. Un prete dal pulpito, con toni ora accessi ora melliflui, commentava le sette parole di Cristo prima di morire. La gente seguiva attenta e profondamente presa. Finché si arrivava alla scena finale, la “schiuvazione” (la schiodazione). Il predicatore urlava dal pulpito: “Schiodate quelle mani che hanno benedetto le folle!” ed un prete da dietro il telo batteva con un martello sui chiodi ed il braccio di Gesù morto penzolava in basso. Poi ancora: “Schiodate quei piedi che hanno percorso le strade della Galilea! ”ed il prete di nuovo batteva da dietro sui chiodi dei piedi. Alla fine Cristo veniva deposto e portato in processione per la chiesa. La commozione era al massimo, la gente piangeva, si affannava a toccare e a mandare baci all’immagine del Cristo. Questo era prima! Poi c’è stato il Concilio che, con un colpo di spugna, ha cancellato tutte queste manifestazioni, in omaggio ad una religiosità più matura e più intima. Mi sono sempre chiesto se era meglio prima o meglio oggi. Ma forse, la mia, è solo un po’ di nostalgia…

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