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La vertenza “mare” sul tavolo del prossimo governo. E’ tempo di risposte

di Nicola Silenti da Destra.it

Dal tempo delle promesse e degli impegni alla prova dei fatti. Archiviata una campagna elettorale come al solito gravida di promesse, proclami altisonanti e passerelle a furor di taccuini e telecamere, per i marittimi italiani è iniziata l’attesa dei riscontri. Un conto alla rovescia scattato in un momento storico segnato da una feroce concorrenza globale, che impone risposte adeguate e soluzioni repentine ed efficaci: rimedi non più rinviabili per proiettare finalmente l’economia marittima del Paese nel suo ruolo naturale di avamposto strategico e di traino dell’intera economia italiana.

Risposte concrete a una serie folta e ingarbugliata di intoppi, freni e difficoltà ciclopiche che è tempo di sciogliere il prima possibile per rilanciare l’intero settore da tempo individuato come uno dei più promettenti in termini di potenzialità endemiche e ricadute produttive per voci importanti del sistema economico nazionale come portualità , trasporto di merci e passeggeri, cantieristica e diporto. Un argomento, quello dell’occupazione marittima, tornato di recente alla ribalta con l’audace campagna pubblicitaria lanciata dalle compagnie di navigazione Moby e Tirrenia e incentrata sullo slogan “Scegli solo chi naviga italiano”, concepita con l’intento evidente di dare il massimo risalto possibile alla peculiare politica aziendale dell’armatore campano Vincenzo Onorato: assumere in via esclusiva soltanto personale di nazionalità italiana.

Una campagna che ha avuto l’effetto di riportare al centro dell’attenzione nazionale la battaglia che il patron del gruppo Moby – Tirrenia conduce da alcuni anni sul tema dell’occupazione marittima, il grande terreno di scontro su cui si gioca il futuro della marineria italiana, da tempo in preda a una profonda divisione culturale se non addirittura di principio sui massimi sistemi.

Al netto delle opinioni di ciascuno, tra gli addetti ai lavori e gli esperti di questioni marittime è opinione unanime che il vulnus della faccenda risieda nella legge 30 del 1998, per un’atroce ironia della sorte “recante disposizioni urgenti per lo sviluppo del settore dei trasporti e l’incremento dell’occupazione”: il provvedimento che, di fatto, ha istituito il registro delle navi adibite alla navigazione internazionale in cui da allora vengono iscritte, previa autorizzazione del ministero dei Trasporti, le navi adibite esclusivamente a traffici commerciali internazionali. Una legge che ha significato per molti armatori la quasi totale defiscalizzazione della forza lavoro impiegata, con un corposo pacchetto di detrazioni, sgravi e agevolazioni a cui gli armatori interessati non intendono in alcun modo rinunciare, agitando ad ogni ipotesi di modifica del provvedimento l’esodo delle compagnie, e dei relativi posti di lavoro, verso lidi e relativi regimi fiscali più convenienti, a cominciare da Malta. Uno scenario apocalittico che significherebbe la cancellazione anche dei pochi residui posti di lavoro ancora appannaggio dei marittimi italiani. Ma allora che fare? Perseverare con l’attuale sistema di sgravi e incentivi a favore di molti armatori, ma a discapito della forza lavoro nazionale, oppure dare un seguito legislativo alla battaglia di Vincenzo Onorato a partire dall’approvazione di una legge che imponga in modo tassativo che sulle navi italiane vengano impiegati soltanto marittimi italiani (e comunitari)?

In attesa dell’insediamento del nuovo governo, le istanze sollevate da tanti lavoratori del mare continuano a tenere banco, consumando gli ultimi scampoli di pazienza di un comparto che è quanto mai stanco di aspettare: un comparto, quello marittimo, che ha bisogno come non mai di ripartire da un Ministero della Marina mercantile, come si conviene a un universo che non può e non vuole più accettare di accontentarsi delle parole vuote e dei ritagli di tempo dei politici di turno.

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