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La truffa delle pensioni. Un programma di lotta oper source.

Pubblichiamo l’intervento di Gianni Manzo, amico e operatore sociale come educatore professionale nella difficile realtà di Napoli e provincia, durante “Precaria” – festival del precariato metropolitano a Napoli.

Gli operatori sociali, in particolare del mezzogiorno, sono uno dei comparti lavorativi dove è maggiormente e largamente diffuso l’uso dei contratti cosiddetti atipici, tanto è vero che forse bisognerebbe cambiarne l’appellativo dato che la norma è il cocopro e l’eccezione il contratto di lavoro dipendente. Molti hanno osservato che esso è stato una sorta di laboratorio sperimentale della flessibilità lavorativa implementata in Italia negli ultimi 20 anni con le famigerate leggi “pacchetto Treu”(centrosinistra) e “legge Biagi o legge 30”(centrodestra), ma più in generale delle categorie moderniste molto in voga all’epoca come l’autoimprenditoria, versione social liberale del “self made man” di reaganiana memoria. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: precarizzazione di interi comparti lavorativi, in particolar modo nel terziario, nel lavoro immateriale, dei servizi, che ha trascinato con sé la privazione di stabilità lavorativa e di tutele sociali di una intera generazione. A questi risultati non hanno contribuito solamente queste norme, alle loro cause va ascritta anche la totale assenza di un welfare calibrato sui nuovi bisogni e modalità lavorative (inesistenza di un sussidio di disoccupazione nel periodo di vacatio contrattuale, inesistenza di ferie pagate, assegno di maternità ridicolo, giusto per fare qualche esempio) e inoltre, dulcis in fundo, quella che potremmo chiamare una vera e propria truffa previdenziale e pensionistica, che questo testo si propone di analizzare più in dettaglio.

In sostanza il vecchio “patto sociale” ereditato dal keynesismo e dall’organizzazione del lavoro fordista del novecento si basava su uno scambio tutto sommato semplice e ragionevole, i lavoratori ( e le imprese dove lavoravano) versavano nel corso della propria carriera lavorativa dei contributi previdenziali a un ente statale che accantonava e sosteneva questo montante e lo restituiva al termine della vita lavorativa, rivalutandolo secondo coefficienti percentuali per garantire al lavoratore un reddito di riproduzione sociale e di mantenimento del suo status di consumatore fino al termine della sua vita. Oggi dopo anni di sfrenato neoliberismo questo patto è saltato totalmente, i lavoratori precari in particolar modo versano una percentuale del proprio reddito lordo in una cassa dell’INPS, la Gestione Separata, con percentuali che sono partite dal 15% circa dell’imponibile fino ad arrivare al 26% in questi ultimi anni, dunque una parte considerevole dei salari, già di per sé bassi e discontinui. Ma a fronte di questo prelievo i coefficienti di resa di questo accantonamento sono ridicoli, al punto che in proiezione il rendimento pensionistico è talmente basso che si colloca addirittura molto al di sotto della pensione sociale (che è poco più di 400 euro), cioè la pensione che viene erogata a coloro che non hanno potuto versare contributi previdenziali sufficienti o addirittura nulli. I dati relativi ai primi pensionamenti precari degli ultimi anni parlano di circa 200 mila lavoratori che hanno maturato una pensione attorno ai 120 euro(!!), cosa che ha ovviamente indotto a ripiegare sulla richiesta di una pensione sociale, creata invece per la fasce di povertà più critiche.

Nemmeno la possibilità, sempre più remota, di un passaggio nel corso della propria vita lavorativa a forme di contratto dipendente tradizionale salvano i precari da questo destino truffaldino, sia perché la totalizzazione dei diversi contributi non è stata adeguatamente regolamentata, sia perché con il nuovo regime previdenziale “contributivo” in vigore dalla metà degli anni 90 non si riuscirebbe comunque a conseguire una pensione decente, in grado di fare fronte al costo della vita. Il Governo Dini, quello del famigerato “ribaltone”, sostenuto dalla Lega e dai DS introdusse questo regime richiesto a gran forza dai mercati economici e finanziari, sostituendo quello “retributivo” con il quale si riceveva una pensione proporzionale ai salari degli ultimi anni del percorso lavorativo. Da quell’anno in poi tutte le tipologie lavorative, via via, ricevono e riceveranno una pensione proporzionale ai contributi versati in tutti gli anni lavorativi, la quale anche in astratto, senza le continue e brusche interruzioni di un rapporto lavorativo “regolare”, sono comunque nettamente inferiori a quelle precedenti, cioè “retributive”. I coefficienti di rendimento crescono poi solo col crescere dell’età del pensionamento e del ritiro dalla vita lavorativa, ma sono ridotti ogni tre anni con l’aggiornamento dell’allungamento della vita media.

L’attacco è dunque generalizzato perché dati i cicli economici e occupazionali dell’era che viviamo è evidente che la prestazione pensionistica ( e soprattutto una decente) diventa un orizzonte sempre più lontano, un inseguimento svolto in età sempre più mature e allungate, una corsa impossibile senza senso. Un miraggio,

Dunque l’agitazione di questo tema da parte dei precari porta a una prima conclusione valida per tutti i lavoratori che popoleranno il paese nei prossimi venti anni almeno: la dilatazione spaventosa del periodo di disponibilità e costrizione lavorativa della propria vita, lasciando sempre meno tempo libero dalla necessità. Altro che auto-imprenditoria!

Dopo l’ubriacatura ideologica dei ruggenti anni della globalizzazione i postumi nocivi rimangono solo per i lavoratori cavie di queste sperimentazioni “moderniste”, ed è davvero singolare poi il fatto che siano state perpetuate da soggetti con poderosi stipendi e pensioni direttamente e/o indirettamente statali (parlamentari, tecnici dei ministeri del lavoro, docenti universitari, giornalisti di testate che vivono di contributi statali, sindacalisti ecc.): liberalizzatori degli altri e statalizzatori assistenziali di sé stessi e delle proprie corporazioni.

Lo stesso Padoa Schioppa – il “tecnico” prestato alla politica, come super ministro dell’economia del Governo Prodi – che coniò il dispregiativo di “bamboccioni” nei confronti delle nuove generazioni precarizzate, a fronte della sua populistica reprimenda non utilizzò 10 miliardi di euro del cosiddetto “tesoretto”(un residuo attivo di soldi pubblici irripetibile, quando non c’era né crisi economica, né dei conti pubblici) per riformare lo stato sociale con operazioni di giustizia per i precari, così come avveniva in altri paesi europei più evoluti, preferendo dirottarli altrove. Questo ad ulteriore dimostrazione del fatto che nessun progetto, per quanto confutabile, risiede ormai nelle prospettive delle istituzioni che legiferano, i governi hanno assunto sempre più la forma e la sostanza di agenzie del capitale finanziario – non a caso si appellano spesso alla tecnocrazia quasi come fosse una dimensione neutrale e oggettiva, smarrita dai politici di professione.

I salari dei “bamboccioni” o dell’”Italia peggiore”, a seconda del cretino di turno che ci ritroviamo al governo, vengono saccheggiati dall’Inps e dunque dallo Stato con la sola finalità di fare cassa e liquidare le pensioni delle altre forme di lavoro, soprattutto di quelle delle altre gestioni in disavanzo e particolarmente generose come quelle dei dirigenti, ad esempio; anche perché il bilancio dell’Inps è unico e consente il trasferimento dei flussi da una gestione all’altra.

L’Inps infatti è uno dei pochi enti di diritto pubblico con un attivo di bilancio attuale (8 miliardi di euro) e costantemente in crescita (secondo stime attendibili sarà di 18 miliardi di euro negli anni 30), soprattutto grazie a questa contribuzione a fondo perduto dei precari – ma anche degli immigrati che versano contributi nettamente superiori alle prestazioni ricevute, per non parlare dell’impossibilità del loro riscatto se decidessero per esempio di tornare al loro paese dopo tot anni di lavoro in Italia.

Pertanto in tutti questi anni in cui si è parlato spesso di riforme pensionistiche – leggi contro riforme pensionistiche visto che le riforme le hanno ottenute le lotte dei lavoratori negli anni 70, mentre queste che vengono invocate, come abbiamo visto, sono il tentativo di allontanare sine die la prospettiva di una prestazione pensionistica generalizzata per uomini e donne – questa terribile realtà non ha mai trovato spazio nei mass media dominanti e nel dibattito politico ufficiale.

E come sarebbe potuto mai accadere diversamente? Cosa sarebbe successo se in questi anni si fosse agitata questa contraddizione? Se i pensionati e i pensionandi italiani a malapena riescono ad essere contenuti dai sindacati confederali, cosa sarebbe mai potuto accadere se si fosse creato anche un fronte di lavoratori precari sul tema delle pensioni e delle prestazioni previdenziali? Certamente qualcosa di complicatissimo da gestire, come dimostra l’incredibile dichiarazione del presidente dell’ente, Mastropasqua: “ se mostrassimo la proiezione dei rendimenti pensionistici ai lavoratori parasubordinati ci sarebbe un sommovimento sociale”.

E così, in questa “epoca delle passioni tristi” come le chiamava Benasayag, le uniche occasioni in cui sono state citate queste realtà sono avvenute per strumentalizzare la condizione precaria e indebolire ulteriormente le forme di lavoro più “garantite” e i loro presunti “privilegi”( il reddito a fine mese, la pensione a fine carriera lavorativa, il sussidio di disoccupazione, insomma il vecchio welfare state, peraltro frutto del conflitto sociale agito dai lavoratori in diverse fasi del secolo scorso). Fumo negli occhi che non può ingannare i lavoratori di nessun comparto o forma contrattuale perché alimenta evidentemente una rincorsa generale verso il ribasso di tutte le condizioni lavorative dipendenti e indirettamente dipendenti. A questo poi va aggiunto un altro elemento che potrebbe essere la seconda conclusione di questa analisi, valida per tutti i lavoratori: il processo e il tentativo in atto di generalizzare la mancata copertura pensionistica pubblica per favorire quella privata, chiamata appunto integrativa, gestita dai fondi pensione.

A ulteriore dimostrazione di questo va considerata la tassazione privilegiata di questa prestazione complementare rispetto a quella pubblica. I fondi pensione sono una delle leve più significative usate in questi anni dai mercati azionari o, se si vuole, del gioco in borsa. Sono investimenti a rischio, legati a banche ed assicurazioni, la legge vieta il loro investimento in strumenti a capitale garantito, come i titoli di stato ad esempio, mentre amplia la possibilità di investimenti in mercati non regolamentati consentendo qualsiasi cosa ai gestori del fondo, persino la possibilità di cumulare cariche in contrasto con la gestione del fondo, come la partecipazione in Cda di società concorrenti o speculative.

Non solo quindi una fregatura, una scommessa in borsa a rischio, ma anche un contributo involontario alla finanziarizzazione dell’economia, a quei mercati finanziari che stanno mettendo in ginocchio interi stati anche qui in occidente ormai e che con lo strumento della crisi permanente attaccano e dismettono tutte le conquiste dei lavoratori del secolo precedente, precarizzandoci tutti. Come a chiudere un cerchio, dunque.

La lotta dei lavoratori precari su questo tema ha delle potenzialità ricompositive che non possono essere trascurate, è un opzione agibile che enfatizzando questa contraddizione potrebbe farci uscire da un resistenzialismo che poco ha pagato in questi anni, metaforicamente e letteralmente.

Attaccare noi la crisi e i loro agenti può partire anche da questo, mettere a disposizione di tutte le altre forme di lavoro questa lettura come un programma di lotta “open source” dove ognuno può prenderlo per adattarlo al suo contesto lavorativo, arricchendolo e rimettendolo nella rete del conflitto sociale diffuso.

Che lo Stato restituisca ai lavoratori precari quanto versato sinora e/o che vengano ricalibrati i rendimenti pensionistici.

Che l’Inps utilizzi il suo enorme attivo in crescita costante frutto della nostra contribuzione a fondo perduto per:

garantire ai lavoratori precari e a tutte le forme di lavoro incappate nel regime contributivo una pensione adeguata ai costi della vita del periodo in cui si esce dal mercato del lavoro.
Sostenere il reddito dei lavoratori precari sia nei periodi lavorativi quando è al di sotto di un reddito minimo garantito, sia nei periodi di vacatio contrattuale tra un lavoro e un altro.

E questo è solo l’inizio.

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