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I nostri vizi capitali.

di Roberto Beretta | 30 settembre 2011
La mia parrocchia li ha messi a tema per l’inizio dell’anno. Ma se dovessimo enumerare quelli dei cattolici italiani, oggi, quale elenco stileremmo?

In parrocchia è esposto il programma per un ciclo di incontri formativi sui vizi capitali. Tema desueto e coraggioso, dunque meritorio, per cominciare l’attività dell’anno sociale.  Ma io con la solita irriverenza mi faccio balenare un pensiero: se dovessimo enumerare i vizi capitali dei cattolici italiani, oggi, quale elenco stileremmo? Facciamo una prova e vediamo se i lettori concordano.
1. Ignavia. La mancanza di coraggio è endemica nella Chiesa, tanto da far capire che la metafora del “gregge” non è solo una derivazione delle parabole del Vangelo. Siamo figli e nipoti dei martiri delle persecuzioni, ma ce ne siamo dimenticati volentieri: nessuno che alzi la testa, o il minimo che gli possa capitare è l’accusa di orgoglio e di superbia.
2. Pettegolezzo. Il vizio solitamente accreditato alle donne alberga volentieri anche tra le sottane clericali. Nella Chiesa – meno che mai quella italiana – non esiste una cultura dell’opinione pubblica, per cui l’informazione (e la disinformazione) circola clandestinamente ma con abbondanza nei corridoi delle curie e nelle sacrestie.
3. Attitudine al compromesso. Come la propensione cattolica alla misericordia degrada con facilità nel buonismo, così un’abitudine a separare il peccato dal peccatore, a sapere che il perdono è sempre possibile, a non giudicare (tutte qualità evangeliche ma malintese per pigrizia o interesse), conducono spesso a un’indifferenza nel giudizio etico che sconfina nella giustificazione dell’italico “arrangiarsi”.
4. Moralismo. E’ l’arroccamento nell’assolutezza dei principi (anche quando non sono proprio assoluti), la difesa acritica delle forme, l’osservanza delle regole che trova giustificazione in se stessa. Questo vizio sembra in apparente contrasto col precedente, in realtà ne è il necessario contraltare: se tutto è dogma, infatti, una vera mediazione è impossibile e resta solo la scorciatoia del compromesso…
5. Mediocrità. Ebbene sì, anche se è duro ammetterlo: siamo una Chiesa mediocre. Organizzati e attivi ma senza slanci vitali, riveriti e garantiti però a prezzo di una scarsa visibilità della nostra fiducia nel soprannaturale, un po’ troppo pasciuti in una secolare autosufficienza rispetto al mondo “laico”, in complesso (non si giudicano qui le figure meritorie di molti singoli) fatichiamo a convincere gli scettici di non essere uno spaccio per una merce solo un po’ diversa dalle altre.
6. Campanilismo. Siamo individualisti nello spazio (ogni parrocchia è una parrocchietta, una monade sovrana dove conta solo quello che si fa lì e solo finché non cambia il parroco) tanto quanto nel tempo: non sappiamo quasi nulla della nostra storia, e nemmeno ce ne importa più di tanto.
7. Clericalismo. Il “vizio originale”, starei per dire, di una comunità di uguali che subisce la perenne tentazione di separarsi in caste. I preti non vogliono perdere l’esclusiva del loro piccolo “potere”, i laici gliela lasciano volentieri pur di non essere troppo inquietati nella vita quotidiana.

Ecco. I vizi sono solo sette, eppure me ne vengono in mente altri. E a voi?
(Dal Sito Vino Nuovo)

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