Le Zeddose

di Giacomo Retaggio

Le “Zeddose” partivano dalle diverse chiese per dirigersi verso San Michele . Erano gruppi di ragazze molto giovani che camminavano recitando orazioni dietro un prete che portava un Crocefisso. I veli di queste ragazze erano molto preziosi perché ricamati a mano. Facevano parte dei beni di famiglia. Io conservo ancora adesso il velo di “zeddosa” di mia madre che lo indossava all’età di quindici anni. E così moltissime famiglie procidane. Il termine “zeddosa” è la procidanizzazione della parola “intonsa” che significa “non delibata”, vale a dire “vergine”. Questo era il significato delle “Zeddose”. Il loro era un velo molto lungo che doveva coprire per pudicizia tutta o quasi la persona. Il mercoledì santo di sera nelle chies si cantava il “Miserere”. Sulla balaustra dell’altare maggiore si metteva un triangolo di legno sui cui lati erano unfisse delle candele accese. Ad ogni salmo si spegneva una candela finché la chiesa rimaneva a buio completo. A questo punto il pubblico presente cominciava a sbattere le mani e i piedi sui banchi producendo un intenso runore che segnava la fine della funzione. Questa funzione nel lessico popolare era chiamata: “I runmuri”. Noi ragazzi ci divertvamo un mondo. Il Giovedì Santo sera si teneva una predica molto lunga che rievocava tutta la Passione di Cristo.Si chiamava “la predica di notte” perché spesso finiva a notte fonda. Come già detto da Matteo la processione del Venerdì Santo entrava in tutte le chiese. Alla Madonna della Libera etrava dalla porta centrale ed usciva da quella laterale.Al mattino nelle chiese si diceva la “messa secca” , vale a dire una funzione liturguca senza la consacrazione. Al pomeriggio del Venerdì si tenevano le tre ore di “Agonia”. Sull’altare si preparava la riproduzione del Calvario con le tre croci, la Madonna, San Giovanni, le pie donne ed un paio di soldati romani. Da pulpito il predicatore commentava le sette parole di Cristo in croce. Ogni parola, una predica ed il canto da parte del coro della parrocchia di una strofa dell’opera musicale scritta apposta per questa funzione. “L’Agonia più celebre era quella musicata da Martiniano, un prete procidano. Ricordo che quasi tutte le donne la conoscevano a memoria. Mi madre la cantava mentre faceva i servizi di casa. Alla fine veniva la “Schiuvazione”, vale a dire la “Schiodazione”. Il prete urlava dal pulpito;” Schiodate quelle mani che hanno benedetto le folle!” Ed un altro prete saviva con una scala dietro la croce e con un martello batteva sul chiodo e schiodava la mano. I colpi si sentivano nitidi ed intensi per tutta la cihesa, nel siòenzio più assoluto. E si contnuava: “Schiodate quei piedi che hanno attraversato le strade della Palestina|” E la scena si ripeteva. Poi la statua veniva adagiata su una lettiga e portata dai preti a spalla per tutta la chiesa. La commozione era al massimo. La gente piangeva a dirotto. Questo succedeva una volta. Adesso…..non più.

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