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Mare & lavoro/ Dalla Liguria un progetto vincente per la formazione professionale

di Nicola Silenti di Destra.it

Il dibattito da anni in corso nell’ambiente marittimo sul ruolo cruciale giocato in materia di lavoro dalla formazione professionale di qualità si arricchisce di un contributo di grande interesse che proviene dalla regione Liguria. Un contributo importante a sostegno delle tesi di chi individua, ed non da oggi, nella sinergia tra formazione didattica – teorica e quella professionale – pratica per i giovani diplomati negli istituti nautici, il viatico migliore per trovare un’occupazione nell’ambiente del mare.

Sono stati resi noti in questi giorni gli straordinari risultati in termini occupazionali registrati dai corsi patrocinati dalla Regione Liguria con un finanziamento di cinque milioni di euro del Fondo sociale europeo e organizzati da 24 istituti di formazione con la collaborazione di circa cento aziende del settore. Corsi professionali che a meno di sei mesi dalla conclusione hanno registrato la straordinaria percentuale di occupazione del 77 per cento, permettendo così a 360 giovani sui 469 coinvolti di trovare un’occupazione nei settori dell’economia del mare e in particolare in comparti come quello cantieristico, crocieristico e turistico.

Numeri che testimoniano la bontà di una misura partita in sordina con l’obiettivo preventivato di un risultato occupazionale di almeno il 30 per cento degli iscritti, e che ha visto premiata dai fatti la decisione della giunta ligure guidata da Giovanni Toti di fissare nell’allestimento dei corsi un impegno di assunzione preventivo da parte delle aziende coinvolte in accordo con gli enti di formazione. Una chiara dimostrazione delle potenzialità occupazionali della blue economy e dell’appetibilità per le aziende delle cosiddette professioni del mare, vero volano di uno sviluppo che da tempo viene segnalato dagli addetti ai lavori come foriero di benefici per un indotto a tutt’oggi così vasto da essere impossibile da quantificare.

In tutti i casi è evidente che un settore dell’economia capace di garantire ricadute occupazionali di questa portata meriti quantomeno un’attenzione di riguardo da parte di istituzioni ed enti che vogliano lavorare a un incremento dell’occupazione, sia a livello nazionale che, soprattutto, nei territori più interessati dalle dinamiche proprie dell’economia del mare. Un’economia, quella blu, in grado di produrre reddito e lavoro in comparti specifici di settore come quello del personale di bordo, dello shipping e della portualità, della cantieristica e della logistica navale, ma di garantire il medesimo sviluppo economico e le stesse ricadute occupazionali anche in settori all’apparenza estranei alle dinamiche del mare e invece legati a doppio filo all’universo marittimo, specie sul versante dei trasporti, delle crociere e del diporto.

Un campionario esteso ed eterogeneo di professioni e mestieri dettati dal mercato e richiesti nel concreto dalle aziende, in un circuito virtuoso in cui enti formativi e istituzioni devono avere la possibilità di inserirsi positivamente per velocizzare i processi, garantire la qualità del prodotto umano e calibrare i percorsi formativi sulle specifiche esigenze dei territori. Territori da stimolare e sostenere con interventi e investimenti pubblici lungimiranti e misure concrete a tutela delle aziende, vero volano di crescita dell’economia e dell’occupazione.

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2 commenti

  1. Peppino Rosato

    Il cambio di rotta di un Paese che perde l’onore
    Finora la Marina militare aveva sempre risposto alle chiamate di naufraghi in difficoltà
    di ROBERTO SAVIANO – 31 maggio 2019

    OGGI le cose in Italia non sono facili e quindi è proprio oggi che dobbiamo amare il nostro Paese, rispettarlo, dobbiamo dialogare, confrontarci, litigare sapendo che il suolo che calpestiamo ci restituirà solo ciò che avremo seminato e curato. Ogni parola è un seme, ogni ragionamento è un seme e noi italiani restiamo quello che siamo sempre stati: persone fatte di terra e mare. Conosciamo il mare, gabbia e occasione, limite e infinito, siamo uomini e donne di mare. Ecco perché, quando già l’Europa trattava l’immigrazione come un problema, l’Italia continuava a salvare vite in mare. E le salvava perché un uomo, una donna, un bambino che dall’Africa prendono il mare per venire in Italia, se in pericolo, non sono migranti, ma naufraghi. È la legge eterna del mare: ogni naufrago va tratto in salvo. Sempre.

    Qualcuno mi dira’, non possiamo salvarli tutti noi. Se nessun altro li salva, vi rispondo, allora li salveremo noi! Esistono le Zone Sar (Search and Rescue, ovvero “ricerca e salvataggio”) di competenza dei diversi paesi, perché dovremmo farci carico di recuperare i naufraghi anche laddove non sarebbe di nostra competenza? Perché per prima cosa dobbiamo rispettare la vita umana, è una regola universale alla quale se ci sottraiamo iniziamo a modificarci. Lasciare che una persona anneghi significa perdere qualsiasi cosa abbiamo raggiunto. Empatia, leggi, diritti, morale, convivenza. Perdiamo tutto. Non è sentimentalismo, è misura di ciò che sta accadendo. Non possiamo sottrarci dal salvare le persone in mare perché ogni vita perduta, quando poteva essere salvata, è sofferenza che si moltiplica, è odio. E l’odio diventa rancore, e il rancore vendetta.

    Ma non possiamo accoglierli tutti, mi direte. Manca il lavoro per noi, come possiamo farci carico di centinaia di migliaia di persone in cerca di un futuro migliore? Ma noi non dobbiamo accoglierli tutti: noi dobbiamo salvarli tutti, è nostro dovere farlo. Non facciamoci fregare dalla propaganda: salvare e accogliere sono due cose diverse, due momenti diversi che possono e devono essere gestiti in maniera diversa. Il salvataggio risponde a una necessità immediata, non c’è tempo per la strategia. L’accoglienza viene dopo e su quella si può discutere e cambiare passo, ma senza mettere in dubbio la necessità di salvare. Anzi, direi, senza mettere in discussione il diritto che noi italiani abbiamo, il privilegio che viviamo nel salvare vite umane. Salvare vite è come donare vita, come è accaduto che lo abbiamo dimenticato? Qualcuno oggi pensa di poter girare la faccia davanti a queste storie, pensa che tutto sommato la quotidianità sia già così difficile che non serve complicarsi la vita con questo strazio; non invidio queste persone perché per loro il risveglio sarà ancora più duro. E non le invidio perché non sanno quanto l’Italia abbia fatto la differenza, perché non sanno che l’Italia non ha mai girato le spalle a chi, in pericolo, chiedeva aiuto.

    Mi sono sentito orgoglioso di essere italiano quando ho visto il lavoro titanico che la Marina militare italiana ha sempre fatto, prima da sola, poi con l’Europa ma da capofila, poi insieme alle Ong, poi di nuovo da sola. Sono orgoglioso dei pescatori italiani che, nonostante andassero incontro a sanzioni gravose e al sequestro delle loro imbarcazioni che sono per loro sopravvivenza stessa, hanno sempre obbedito alla legge del mare, quella legge che impone di prestare soccorso a chiunque si trovi in pericolo tra le onde, a qualunque costo e senza pensare alle conseguenze. “Noi gente in mare non l’abbiamo lassata mai!”: questo era il principio dei pescatori lampedusani e a questo principio non si sono sottratti; se l’avessero fatto, avrebbero negato ogni singola parte della loro vita.

    Ma le cose sono cambiate ora, dirà qualcuno tra voi. Oggi la Marina sta agendo diversamente, direte. Sappiamo che il 23 maggio scorso, e lo sappiamo dagli unici testimoni rimasti nel Mediterraneo a darci queste informazioni, ovvero le Ong, un uomo è morto durante un’operazione di salvataggio, anzi, prima ancora che l’operazione iniziasse. Nel video girato da un velivolo della Sea-Watch si vede un gommone in avaria che sta imbarcando velocemente acqua. La Sea-Watch contatta prima la Guardia costiera libica che non risponde e poi la nave della Marina militare italiana Bettica, che si trova a meno di trenta miglia dal gommone.

    Improvvisamente e per quasi un’ora le comunicazioni tra la Marina militare italiana e la Sea-Watch si interrompono, quando riprendono la Bettica avverte che la Guardia costiera libica si sta recando sul posto. È prassi che la Guardia costiera libica non risponda alle richieste di soccorso. È prassi che i salvataggi siano fatti all’unico scopo di riportare i migranti nei campi di prigionia libici dove ricomincia il loro calvario, dove vengono torturati e dove viene estorto loro denaro: ogni migrante preso dalla Guardia costiera libica è guadagno doppio per i trafficanti (che, detto per inciso, non sono le Ong ma la guardia costiera libica finanziata dall’Italia e dall’Europa) che li lasceranno tornare nel loro paese solo in cambio di denaro.

    È ormai appurato che la Libia non è un porto sicuro. E allora perché la nave della Marina militare italiana Bettica non è intervenuta? Perché si infanga l’onore (che bella parola quando porta con sé il rispetto per la vita umana) dei militari della Marina che hanno sempre, secondo coscienza, risposto prima ancora che alle convenzioni internazionali, che pure stabiliscono il dovere di salvare vite, alla superiore e universale legge del mare? Oggi possiamo dividerci su tutto, ma non sulla necessità e sul dovere di salvare vite. Quando un uomo, una donna o un bambino sono in pericolo in mare, noi abbiamo il dovere di salvarli e se l’alternativa è la Libia, dobbiamo essere consapevoli che li stiamo condannando all’inferno. Per sfuggire a questo ragionamento, la propaganda inventa scorciatoie ridicole ma funzionanti: parole da buonista, parli bene dall’attico a Manhattan; si bersaglia chi racconta, non il racconto, perché quello è oggettivo e non può essere messo in discussione. Ma quell’uomo che annega è vita reale, non la finzione spacciata per realtà sui social.

    Facile dire la solita balla buonista parli tu dall’attico a Manhattan… no, parlo da meridionale, nato e cresciuto nelle terre più martoriate d’Italia, più saccheggiate, terre dimenticate da Dio e dagli uomini, ma non dai politici avvoltoi e sciacalli. Quelli, di noi meridionali, non si dimenticano mai. Promettono acqua agli assetati e intanto condannano le nostre anime per l’eternità. Parlo da uomo che non può accettare che il confine tra la vita e la morte sia una linea convenzionale e invisibile tracciata nel mare. Ciò che resta, alla fine di tutto, è l’onore. L’onore riscattato dal significato abusivo che ne danno le mafie per indicare nell’uomo d’onore l’affiliato. Onore inteso come rispetto dei nostri principi umani più profondi al di là delle conseguenze, nonostante le conseguenze.

    Onore è ciò che permette ancora di guardarci l’un l’altro e di sapere che io mi posso fidare di te perché tu ti puoi fidare di me, qualunque sia la tua condizione sociale, qualunque sia il luogo da cui provieni, il tuo quartiere, la tua religione e il colore della tua pelle, la tua condizione sociale, il tuo lavoro, il tuo conto in banca, la scuola che frequenta tuo figlio, il lavoro che fai. È facile: se mentre tu soffri e muori io giro lo sguardo dall’altra parte, se io soffrirò e rischierò di morire mi ripagherai con la stessa moneta. Salvare per essere salvati. Salvare per salvarsi: nel nostro mare, se smettiamo di salvare, finiremo annegati noi.

  2. ANNA ROSARIA MEGLIO

    UN SEGNO FORTE di questa lettera che ci invita a operare nel bene e salvare l” uomo in mare , sono d” accordo noi Italiani ci siamo stati sempre per chi aveva bisogno di ogni cosa. anche nei tempi passati quando l” Italia tutta era più” povera , ma in noi ci stava sempre quel senso di aiutare e ora, in questi venti che tirano, siamo diventati tutti senza cuore. Ognuno va per se , se ci metteremo insieme per discutere seriamente su come aiutare gli altri : NON SONO ALTRI: Sono nostri fratelli che ci invocano ,le lacrime dei bambini . Poveri noi che diciamo di essere cristiani….noi persone non dobbiamo apparire , ma dobbiamo essere ,perché” siamo tutti esseri umani, che ci dobbiamo aiutare l” un l” altro.

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