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Sorpresa di Dio

di Giampietro Baresi – in “Nigrizia” del marzo 2012

In questa breve chiacchierata – con cui intendo ricordare l’anniversario del martirio di mons. Romero (24 marzo 1980) – ho faticato non poco a racchiudere il tumulto di sentimenti e di idee che si erano accumulati nella mia testa con la lettura di vari scritti su di lui, soprattutto del suo voluminoso Diario. Alla fine, ho fatto pace con il titolo: “Sorpresa di Dio”.

Voglio spiegare cosa intendo per “sorpresa”, servendomi di un paragone: se un giardiniere interra una semente di rose bianche e poi vede nascere rose rosse, la sua sorpresa è grande. Usciamo dal paragone. Chi è incaricato di gestire la nomina di persone destinate a occupare posti importanti nei quadri ecclesiastici, usa tutti i mezzi per realizzare il programma stabilito, senza il rischio di sgradevoli sorprese. Il più delle volte, la cosa funziona. Talora, si registrano piccole sorprese, che però non creano seri problemi. Altre volte, invece, le sorprese sono notevoli, ma, se sono in linea con il programma, sono bene accolte, perché aiutano a raggiungere più speditamente gli obiettivi prefissati. Molto, molto di rado, ci sono sorprese “storiche”, tali cioè da spiazzare del tutto i programmatori. Nel non breve periodo della mia vita, ne ho registrate solo due: papa Giovanni XXIII e dom Oscar Romero.

Il primo fu eletto al soglio pontificio per scongiurare possibili cambiamenti nella chiesa, e lui si divertì ad annunciare, a sorpresa, il Concilio Vaticano II con lo scopo di “aggiornare” la chiesa e la dottrina cristiana. Il secondo fu scelto come vescovo di San Salvador perché era un prete che aveva della chiesa una visione classica, tridentina, e non nutriva alcun interesse per la politica e per le questioni sociali. Il “programmatore”, pertanto, intendeva far piacere ai prelati e ai politici di El Salvador, alleati nella difesa dei “valori cristiani” e dei privilegi di una oligarchia sostenuta dall’esercito.

Oscar Romero, nato il 15 agosto 1917, è ordinato sacerdote nell’aprile 1942 a Roma, dopo aver studiato teologia alla Pontificia Università Gregoriana. Nel 1943 torna in patria e per oltre 20 anni svolge il ministero pastorale come parroco nella diocesi di San Miguel. Più tardi, è chiamato a reggere il seminario interdiocesano di El Salvador. Nel 1966 è segretario della Conferenza episcopale nazionale. Nel 1970, è ausiliare dell’arcivescovo di San Salvador, mons. Luis Chávez y González, uno dei protagonisti della 2a Conferenza dell’episcopato latino-americano a Medellín (1968). A differenza di Luis Chávez, però, Romero rappresenta il lato conservatore della chiesa sudamericana: fedele alla tradizione romana, non aderisce alla teologia della liberazione e ai movimenti ecclesiali di base. Quando il 22 febbraio 1977 è nominato titolare dell’arcidiocesi, i militari al potere e i tradizionalisti della chiesa non nascondono la loro soddisfazione.

La sorpresa di Dio ha una data: 12 marzo 1977, 20 giorni dopo la mossa del“programmatore”. Quel giorno, il gesuita Rutilio Grande, ispiratore di mons. Romero, è assassinato. Davanti al cadavere dell’amico, gli occhi, il cuore, la mente e la bocca del vescovo si aprono. «Se l’hanno ammazzato per ciò che faceva, ora tocca a me percorrere la stessa strada». Non ha più dubbi: la sua fedeltà alla chiesa significa fedeltà al mandato di Cristo, venuto al mondo per portare la Buona Notizia ai poveri di El Salvador, oppressi da un pugno di ricchi sostenuti dagli Stati Uniti. Per tre anni, Romero vive inchiodato alla croce della fedeltà a suoi due amori: il popolo e la chiesa. Incompreso a Roma e nel suo paese, si trova nella più totale solitudine. Solitudine che incoraggia il piano di morte dei suoi nemici. Il 24 marzo 1980, una pallottola gli trapassa il cuore mentre celebra la messa.

Il giorno prima, 5a domenica di Quaresima, nell’omelia si è appellato alla coscienza dei militari con parole che hanno fatto precipitare la sentenza di morte: «Davanti a un ordine di uccidere che viene da un uomo, deve prevalere la legge di Dio che dice: “Non uccidere!”».

Il giardiniere non sapeva che nella semente Dio aveva nascosto la sorpresa di una rosa rosso sangue. Il popolo lo ha subito compreso e ha cominciato a venerare San Romero dell’America Latina.

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