Nell’antologia Procidablues la storia e l’identità letteraria dell’isola

Scrittori in campo nell’isola di Arturo

di Ermanno Corsi (da IL DENARO) – Dopo Lamartine ed Elsa Morante, l’isola sembrava essere diventata “pirandelliana”, come i famosi personaggi in cerca d’autore. Graziella e Arturo apparivano due figure sospese nel limbo letterario, ormai prive di paternità. Nel frattempo, però, Procida subiva inevitabili mutazioni “antropologiche” per la legge che niente resta fermo e immutabile nel tempo. Era perciò giunto il momento di affidare alla narrativa il compito, sociale e creativo, di dar conto delle trasformazioni, ridefinire storia e attualità, fissare bene i tratti caratteristici della nuova identità e dell’armonia, più ritrovata che perduta, dell’isola che non ha mai accettato come ineluttabile il destino di “parente povero” fra le consorelle del Golfo. Lo scatto di orgoglio è ora riassunto in una antologia di tredici scrittori nei quali la matrice distintiva della “procidanità” è molto ben riscontrabile. Una “procidanità”, beninteso, che non significa separatezza, ancorché orgogliosa, rispetto alle prevalenti scelte di genere e di filoni narrativi. Tutt’altro. I tredici autori appaiono ben integrati nelle nuove modalità espressive oppure, come si potrebbe dire mutuando il termine da altri aspetti sociali, nella postmodernità. I tredici testi che vengono sottoposti, compongono un mosaico che restituisce in pieno il senso del passato e dell’attualità, della tradizione e dell’avanguardia, senza limite di tempo o di opzioni lessicali. L’unico limite, si può dire, è di carattere geografico. Qualunque sia la trama del racconto o il punto di partenza, protagonista è l’attaccamento viscerale a Procida intesa come “isola-casa”, sede degli affetti e della principale ragione di vita. Si sa, perché è un suo elemento costitutivo, che il procidano va dovunque e che nessun approdo gli viene precluso. Però il legame con lo “scoglio”, come richiamo primordiale, non è mai estinguibile, qualunque sia la tempesta dei tempi.

La “procidanità” quale benefica malattia del sangue, nell’antologia dei tredici autori (Pasquale Lubrano Lavadera, Francesca Borgogna, Clelia Ambrosino, Roberta Scotto Galletta, Rino Scotto di Gregorio, Lucilla Actilio, Michele Assante del Leccese, Elisabetta Montaldo, Antonio Sobrio, Diego Di Dio, Carla Gentile, Giorgio Di Dio, Giacomo Retaggio) viene rivendicata con decisione ma con un tono per nulla arrogante.

Il titolo stesso dell’antologia lo indica: Procidablues. Il riferimento è a un genere musicale afroamericano di ritmo lento malinconico dove, però, anche la nostalgia non è mai fine a se stessa. Incrocia vena romantica e volontà di resistenza, riconsiderazione del passato e apertura al futuro. Chi ha avuto l’idea di questo titolo rievoca la “vaga tristezza” delle “ballate del mare salato”. Però aggiunge subito che questo “mare salato” simboleggia la vita che si rinnova continuamente.

E allora, l’isola-casa diventa un palcoscenico girevole su cui si muovono “umane vicende, sogni, fantasie eterogenee, progetti”. Procida recupera la fisicità del territorio, la dimensione spirituale e le pulsioni culturali. “Se dai tetti un paese ti piace, allora puoi viverci”, troviamo scritto nell’alternanza delle sei autrici e dei sette autori. E’ una narratologia compiuta, nel senso proprio della teoria e delle forme narrative: non solo il lirismo paesaggistico, ma anche il senso storicistico della vita, con le varie forme del cambiamento generazionale.

Si incontra perfino il gusto di “rivisitare” i due personaggi più famosi della letteratura che ha tratto ispirazione dall’isola. Forse c’erano dei conti in sospeso con Graziella e con Arturo. Tutti e due li ritroviamo in una luce nuova, visti da vicino ma anche provocatoriamente “al contrario”. Certamente un “divertissement” che sta, però, a significare simbolicamente che l’isola non deve mai smettere di fare i conti con se stessa. I personaggi di ieri e di oggi debbono mettersi continuamente in gioco, uscire dalle pagine e muoversi anche per le strade e i luoghi meno praticabili, ma non per questo meno suggestivi. I piedi sull’isola e la mente molto in alto. Allora Graziella e Arturo acquistano il significato di metafore. La ragazza di Lamartine non ha bisogno di ritornare sull’isola perché non è mai andata via. Il protagonista della Morante ha, invece, bisogno di ritornare perché è comunque sull’isola che si compie il suo destino. I tredici autori, a vario titolo, parlano di “restauro di vite interrotte” precisando che la luna sull’isola è sempre struggente ma “non sempre uguale” per tutti. La diversità delle storie diventa una ricchezza che apre nuove strade: alla narrativa come alla società procidana antropologicamente intesa. Per questo l’isola non è più, adesso, “pirandelliana”. I suoi autori ha saputo trovarli “producendoli” direttamente dal proprio seno.

http://www.denaro.it/VisArticolo.aspx?IdArt=615330&KeyW=PROCIDA

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