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Odissea partigiana, dalla resistenza al manicomio

odissea partigianaIl libro, scritto dal giornalista Mimmo Franzinelli e dal magistrato Nicola Graziano, è stato presentato, coordinato dall’Assessore Antonio Carannante, nell’incantevole scenario della chiesa di Santa Margherita

Di Giacomo Retaggio

Settant’anni sono trascorsi dalla fine della guerra ed alcune ferite ancora bruciano sulla pelle dei protagonisti di allora. Ferite che sono l’espressione di una grande passione civile e di un’enorme sete di libertà di cui le generazioni di oggi godono i frutti. Ma quante sofferenze, quanti dolori, quanti soprusi subiti questa libertà è costata a quelli che potremmo definire “eroi”e fautori in quegli anni della rinascita politica e civile dell’Italia!

Per i tipi di Feltrinelli è uscito di recente “Odissea partigiana”. Un libro scritto a quattro mani da Mimmo Franzinelli, giornalista e studioso del  fascismo e dell’Italia repubblicana, e da Nicola Graziano, magistrato presso il Tribunale di Napoli, autore e curatore di numerose pubblicazioni di argomento giuridico, collaboratore di numerose riviste di cultura. Con una scrittura agile e decisa gli autori descrivono il clima degli anni post- 45, dopo la caduta della repubblica di Salò, e dello scatafascio morale e politico relativo.

Il libro è un atto coraggioso di accusa contro certi sistemi di allora che si sono continuati fino ai giorni nostri. La magistratura passò indenne dal fascismo all’Italia repubblicana: quelli che avevano posti di potere “prima” continuarono ad averli anche “dopo”. Così come la maggioranza dei funzionari di polizia. Come se non fosse cambiato nulla. E questo per un preciso disegno gattopardesco: “ affinché tutto cambi perché nulla cambi”.

Al centro del libro campeggia la struttura pluricentenaria del manicomio di Aversa, muto testimone delle angherie perpetrate contro parecchi ex- partigiani. In quegli anni difficili, parecchi di questi, spesso per semplici motivi di sopravvivenza, commisero illegalità e talvolta omicidi come, d’altra parte, anche quelli della fazione politica opposta. In quegli anni le ritorsioni e le vendette personali erano all’ordine del giorno. I processi e le condanne contro questi ex- partigiani che si erano macchiati di delitti avevano spesso come corollario ( ovviamente con la complicità del magistrato) la prescrizione di un periodo più o meno lungo da trascorrere presso un manicomio (quasi sempre Aversa) che in effetti prolungava la pena.

L’ambiente del manicomio (specie in quei tempi!) non era di certo idilliaco e ciò era causa di enormi sofferenze per il malcapitato. Nel libro sono riportati brani di lettere di ricoverati dirette al “compagno Togliatti” da cui si sentivano “traditi e abbandonati”. “Ricordati – è scritto in una di queste lettere – che è questo il riconoscimento delle nostre fatiche, delle nostre torture da parte dei nazisti e Tedeschi, dei nostri Compagni caduti che ci dissero “Vendicateci!Che siamo morti per la liberazione del popolo Italiano?”.  E non avevano torto perché nel frattempo c’era stato, in un’ottica di pacificazione nazionale, il cosiddetto “indulto Togliatti” che amnistiava tutti i colpevoli, fascisti e partigiani. Ma da questo provvedimento erano esclusi quelli condannati ad un periodo di pena manicomiale. D’altra parte se erano considerati malati di mente, ancorché parziali, dovevano essere curati!

Come a dire: dopo il danno la beffa. Il libro, con accurate ricerche di archivio soprattutto presso il manicomio di Aversa e avvalendosi anche dei documenti in possesso dell’On. Angelo Iacazzi (le due figlie erano presenti in sala) che si batté a suo tempo in favore di questi poveri reclusi, porta alla luce queste storture del modo di procedere in quegli anni particolari da parte di uomini forse “particolari”. E’ venuto tutto alla luce il fango di quei tempi terribili o c’è ancora dell’altro? Di sicuro questa pubblicazione aggiunge un mattone prezioso alla costruzione dell’edificio della verità storica su quegli anni bui. Con la speranza che non ci siano più “ armadi (o cassepanche o bauli o cassetti) della vergogna”.

La serata si è conclusa con il prof. Ednave Stifano che, accompagnato al pianoforte dal M° Sara Puglia, ha intonato Bella Ciao.

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Un commento

  1. In risposta all’articolo ” Odissea….non solo…..partigiana ”

    Di solito le persone ” scomode ” ancor’oggi vengono etichettate pazze,
    quando si vuole estrometterle definitivamente da ogni gioco di potere .
    E’ stato un sistema semplice in passato e lo è a volte anche nel tempo presente .

    Trovati vari specialisti, conniventi, bisognava offrigli un corrispettivo conveniente per il loro silenzio; e di corrispettivi all’epoca dei fatti ne possiamo elencare !

    Fino a che una perizia psichiatrica è autorizzata e valutata da isolati responsabili, è facile comprare il loro silenzio e assenso; ma quando a giudicare e indirizzare la diagnosi, esiste un’intera commissione con pari opportunità, la truffa diventa più difficile…se non impossibile !

    Lo sanno anche bene i giudici togati che in tribunale, rispetto a quelli nominati
    popolari, hanno sempre l’ultima parola nelle decisioni da accogliere .

    O i primari specialisti negli ospedali, che decidono la terapia da seguire rispetto alle proposte dei vari collaboratori di corsia .

    Come dei cosi detti ” coordinatori ” nei consigli scolastici di classe .

    Non ci meravigliamo quindi se alcuni ” scomodi testimoni ” sono stati indirizzati da medici compiacenti verso terapie ” correttive ” onde eliminare ogni loro ingerenza nei fatti politici ed economici del dopo-guerra. Il sistema che a quanto pare ha funzionato egregiamente, li ha etichettati pazzi appositamente per questo, e tra i cittadini non esistono eroi donchisciotteschi che valutano di intervenire per correggere simili e scorretti quanto criminali comportamenti politici d’ogni luogo ed epoca !

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