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Palazzo della Cultura tra tanti equivoci e comodati d’uso

palazzo della cultura procidadi Michele Romano

Era domenica 10 gennaio quando, nel mio dormiveglia, sentivo la voce preoccupata di una mamma che, con il cellulare, comunicava con la nostra figliola e alla quale chiedeva, semplicemente, perché non era ancora tornata visto le pessime condizioni atmosferiche. La risposta è stata altrettanto semplice e chiara: insieme ad altri ragazzi e ragazze abbiamo appuntamento per mettere in ordine varie cose nell’ex Conservatorio delle Orfane a Terra Murata, a breve tornerò a casa. Che senso possiede questa introduzione? Perché la sede in cui si trovava mia figlia e gli amici ad operare è il luogo, con annessa Biblioteca, che da tempo viene definito, tra tanti equivoci e distorti comodati d’uso gratuiti, il Palazzo della Cultura.

Bisogna che ogni formazione politica, nel proporsi classe dirigente e di governo, metta al centro del proprio agire la crescita culturale della propria città confondendola, troppo spesso, con l’effetto luce e da selfie egotico, degli eventi musicali, letterari, sportivi e di ogni altro genere realizzati e da organizzare. Stavolta l’impegno di queste fresche, fertili, creative, generose energie che hanno aderito alla richiesta di collaborare e di costruire un solido “Pianeta Cultura” dentro la polis mica elica, non vuole diventare una raffigurazione decorativa ma porsi l’obiettivo di concretezza, l’essere della cultura come slancio vitale per il vivere quotidiano della collettività isolana. In tale senso è fondamentale e decisivo lo spessore qualitativo e quantitativo dove espletare tale pregnanza socio-culturale, costruendo un rapporto il più armonico e solidale possibile tra bambini, giovani, adulti, anziani autoctoni e coloro che, giungendo da lontano trovano l’approdo nella nostra incantevole terra per intraprendere il cammino verso un nuovo stile di vita degno di essere vissuto. D’altra parte dovrebbe essere cosa naturale per un popolo formatosi sulle modalità della navigazione in mare aperto. In altri termini significa di rifuggire dal rischio di non trovare mai l’uscita dal labirinto in cui l’io domina, incontrastato, sul noi. Ecco perché, visto che il percorso culturale, qui rappresentato, è l’autentico asse fondante se si vuole cambiare verso al come organizzare la socialità di una collettività, diventerebbe un segnale forte e credibile, destinare un luogo, con tutti i propri spazi e dall’alto profilo storico, come l’ex conservatorio con annessa Cappella della Purità, a cenacoli d’incontro e a valorizzare il patrimonio culturale ed ambientale legato al mare attraverso ben definiti itinerari bibliotecari e museali. Certamente, per realizzare tutto ciò, bisogna comprendere se il ceto politico del paese ha predisposto cuore e mente su tale sentiero e, di conseguenza, la trasparente consapevolezza di sciogliere lacci e lacciuoli con enti che, quantunque prestigiosi, hanno avuto un approccio territoriale da saprofita.  In conclusione, investire in profondità sulla casa di vetro del noi a scapito del buio pesto della notte dell’io offre la garanzia di possedere un inossidabile antidoto che scongiura i deprimenti accadimenti esplicati nella cittadina di Quarto.

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