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Procida. Commento al vangelo di domenica 25 marzo 2012.

” Nell’immagine del chicco di grano che porta frutto solo se cade in terra e muore, c’è un incoraggiamento ad affrontare il momento della prova nella certezza del riscatto di vita.” V. Mencucci  prete

Ottantanovesimo appuntamento, con la rubrica dedicata  al commento al vangelo di domenica 25 marzo 2012. Il vangelo di oggi è di Gv 12,20-33. Vi proponiamo anche il video di p. Alberto Maggi con la relativa trascrizione e AUDIO. Inoltre potete leggere una riflessione di V. Mencucci Josè Maria Castillo.

[youtube Jh7pMrjw4Yc] Eccovi anche il commento di Don Lello Ponticeli e le “Prediche senza pulpito”

[youtube Oy5lhvEKsxo]

L’ora della liberazione

di Vittorio Mencucci
Gv 12,20-33

Alcuni dei greci che erano saliti a Gerusalemme per la festa chiedono di vedere Gesù. Forse quel vedere significa capire il valore della persona e della sua missione. Gesù risponde mettendo al centro dell’attenzione l’evento della croce ormai prossimo come ciò che caratterizza la sua persona e qualifica il suo progetto. Lo spiega con la parabola, tanto piccola quanto splendida, del chicco di grano nel suo processo di morte e di vita moltiplicata («Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto»). Gesù nelle sue parabole si rifà alla natura o alla vita che rientra nell’esperienza dei suoi ascoltatori, ricorre alle immagini della vita religiosa solo per sottoporla a critica, come nella parabola del fariseo e del pubblicano che si recano al tempio per pregare, o nella parabola del buon samaritano.

La morte in croce si inscrive dentro la logica generale della natura. Serve a rendere più plausibile e accettabile il momento della prova, ma si fa sfuggire la specificità dell’agire umano che comporta sempre una libera decisione e il desiderio di realizzare un progetto. Altrove lo stesso evangelista Giovanni, presentando Gesù come buon pastore, mette sulle sue labbra queste parole: «Io offro la mia vita per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo» (Gv 10,17). La morte in croce non è una necessità legata al meccanicismo della natura, né l’inesorabile procedere del destino, né la vittoria dei suoi avversari, né un imprevisto incidente, ma una libera scelta. L’unico movente di questa scelta può essere solo l’amore. «Nessun amore è più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). La ragione ultima della croce sta solo nel suo amore infinito.

Nel brano della liturgia questo aspetto viene espresso con l’idea, ricorrente in tutto il Vangelo di Giovanni, dell’«ora», come tempo opportuno e forte in cui si rivela il piano di Dio. Anche il Vangelo di Giovanni, come i sinottici, è percorso da un filo conduttore che giunge al suo vertice alla morte e risurrezione, non però con la dialettica tra messianismi della potenza e messianismo della croce, ma con il concetto di «ora». Alle nozze di Cana: «Non è ancora giunta la mia ora». Nell’ultima cena: «Padre, è giunta l’ora». In questo brano l’ora suscita turbamento e nello stesso tempo comporta la glorificazione. Nel drammatico intreccio tra paura e volontà di dono per la salvezza del mondo, tra progetto divino e natura umana, Gesù ha il coraggio di affrontare liberamente e per amore la croce.

Nell’immagine del chicco di grano che porta frutto solo se cade in terra e muore, c’è un incoraggiamento ad affrontare il momento della prova nella certezza del riscatto di vita. Nel discorso dell’evangelista non c’è solo la narrazione storica di ciò che ha fatto Gesù, ma contemporaneamente la guida e il modello del nostro vivere. Anche il chicco di grano della nostra vita deve avere il coraggio di affrontare il momento della sofferenza e della morte, non con la rassegnazione disperata di fronte al destino, ma con la libertà e l’amore di battersi per alleggerire il peso dell’umana sofferenza.

Il limite dell’umana intelligenza non ci permette di svelare la radice ontologica del male. È inoppugnabile la presenza del male nel mondo, ma non sappiamo perché, né è pensabile che sia Dio a volerlo. Vorremmo convocare il male al nostro tribunale per rispondere alla domanda perché c’è. Invece è lui che ci interpella per rispondere al fatto incomprensibile e sconvolgente della sua esistenza con un’agire che ci salvi dal naufragio e dalla disperazione. La sofferenza di Gesù acquista il suo pieno significato umano come scelta di campo accanto a noi, in silenzio, senza spiegazioni, ma  con la mano tesa come chi percorre lo stesso faticoso sentiero della sofferenza.

*Prete della diocesi di Senigallia (An), ha insegnato storia e filosofia nei licei statali. Ha fondato e diretto il gruppo “Amici della Filosofia”, è stato presidente della Scuola di Pace “V. Buccelletti” del Comune di Senigallia, fa parte dell’Accademia Marchigiana delle Scienze, Lettere e Arti. E-mail: vittoriomencucci@teletu.it

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