Home > racconti > Pianto di gioia

Pianto di gioia

pianto di gioiadi Giuseppe Ambrosino di Bruttopilo

-Paolo! Che cos’è? Non ti senti bene?
La maestra, preoccupata, si alzò dalla cattedra e avvicinatasi al mio banco, il secondo della fila centrale, cominciò a scrollarmi. Io stavo  col busto riverso sul banco e con la faccia nascosta fra le braccia incrociate.
Per capire perché avevo assunto quella strana posizione, ella mi invitò ad alzare il viso e contemporaneamente cercò  , tirandomi per il grembiule, di rimettermi diritto.

A nulla valsero le parole di convincimento e gli sforzi della poverina, perché io imperterrito mi ostinai a mantenere quella inspiegabile posizione raccolta.
Ed allora, spazientita, la “Pizzicotta” (cosi denominata per il suo modo di castigare), mi afferrò per i capelli e, rivoltandomi con risolutezza il viso verso l’alto, scoprì che i miei occhi erano gonfi di lacrime. In effetti io piangevo, ma cosi in silenzio che nemmeno il mio compagno di banco si era accorto di niente.

-Paolo! Insomma, rispondi! Perché piangi ? Ti fa male la testa?-
Alla domanda apprensiva della giovane insegnante risposi soltanto con un lieve dondolio del capo in segno di diniego.
-Ti fa male la pancia?-
Lo stesso segno negativo da parte mia.
-Qualche compagno ti ha picchiato?-

Niente. Nemmeno questa volta ci fu risposta da parte mia e per farle intendere di essere lasciato in pace, sprofondai  la faccia sul banco nella stessa posizione di prima, ostinato a nascondere il mio intimo segreto.
La poverina, allora, sempre più preoccupata e ansiosa, interrogò i miei compagni di classe, per appurare se qualcuno di loro, con una parola o con un gesto, eventualmente mi avesse offeso.

Nessuno seppe spiegarglielo. Ognuno si limitò ad allargare le braccia, muto.

La maestra allora si sentì sola. Nemmeno il conforto di una collega poteva sperare. L’aula della seconda classe elementare, la sua,  sorgeva, isolata rispetto alle altre, in un casa di campagna sotto il livello stradale, all’angolo tra via Giovanni da Procida e via Rivoli.
Soltanto mia madre, secondo lei, sarebbe stata  in grado di risolvere il mistero.

Ma valla  a pescare mia madre, che in quel momento era impegnata nei campi, lassù lontano  a Punta Solchiaro.
All’epoca nel 1952, a Procida non c’era il telefono, figuriamoci il telefonino. Non c’erano i motorini, non c’erano automobili. L’unica macchina circolante era la 1100 del medico condotto, quello che, mentre guidava, parlava da solo.

Soltanto l’indomani avrebbe potuto  parlare con mia madre, convocandola  a scuola. Ma per forze di cose, per avvertirla, si rese conto che doveva delegare proprio me.
-Paolo !Domani verrai a scuola, accompagnato da tua madre, intesi! – la “Pizzicotta” usò
un tono molto duro, con la vana speranza  di scuotere il mio ostinato mutismo.
E poiché io, nel frattempo, mi ero raddrizzato, mi ero asciugato le lacrime con la manica del grembiule nero, e mostravo una faccia felice quasi di sfida, la sventurata al colmo della rabbia, mi minacciò.
-Faremo i conti domani! Voglio vedere se continuerai a fare il misterioso alla presenza di tua madre! Domani certamente ti si scioglierà   la lingua!-

Ma l’indomani mattina mia madre non venne perché io non l’avevo per niente avvertita.
La maestra  naturalmente mi chiese spiegazioni.
-Perché tua madre non è venuta? L’hai informata sull’episodio di ieri?-
-No!- fu la mia risposta secca e nel risponder rimasi impassibile.

La “Pizzicotta”, a questo punto, spazientita, si avvicinò al mio banco, mi afferrò questa volta per i capelli, mi costrinse ad alzarmi, e strattonandomi con rabbia, mi accompagnò all’angolo dietro la lavagna e con sonori scapaccioni mi intimò di restare lì, di spalle ai compagni, in castigo.

Allora, tutto questo nelle scuole italiane, era consentito!
Io non piansi, non mi ribellai e per tutto il periodo della punizione, continuai a sorridere felice, chiuso in un mondo tutto mio, in un mondo meno tetro dello squallido spazio dietro la lavagna. Da questa prospettiva potevo vedere soltanto l’angolo opposto e più buio della stanza, dove si apriva la porticina di una cisterna.

Ogni tanto transitava  velocemente un secchio pieno d’acqua, attinta probabilmente da quel donnone che abitava al piano di sopra, la signora Mariuccia Fasano.
Qui, nell’ultimo banco, adiacente alla bocca della cisterna sedeva quel birichino di Tonino Saturiello, che aspettava con ansia e circospezione il passaggio del secchio, per infilare fulmineamente una barchetta di carta sull’acqua tremolante.

Osservando la scena  ed immaginando il disappunto della signora Mariuccia all’apparire dell’insolito oggetto galleggiante, io beato, mi divertii  un mondo.
Poi nel ricordare  il motivo per cui stavo in quella condizione  diventai, tutto ad un tratto, pensieroso.
-Come spiegare alla maestra  il motivo per cui ieri avevo pianto – pensai – , come spiegarle che nonostante il castigo, io fossi felice. Si. Ero felice, e il mio pianto di ieri era un pianto di gioia.

Ogni mattina,  la mamma mi accompagnava a scuola soltanto per un breve tratto di strada. Un tratto rettilineo dominato superiormente da una siepe di ginestre spinose e sul lato esterno  aperto alla vista del mare. Dopo una quercia secolare il sentiero continuava in discesa, ombreggiato da vecchi ed alti olivi.
Alla fine del rettilineo, la mamma si fermava ed io continuavo da solo, sicuro che lei mi guardasse da lontano, ferma sotto la quercia.

Prima  che potessi perderla di vista,  io mi voltavo indietro con lo sguardo, la salutavo agitando un braccio e imboccavo tranquillo la discesa.
Ieri la mamma, aveva percorso insieme a me tutto il tratto rettilineo, e insolitamente, non si era fermata sotto la quercia, ma  aveva continuato al mio fianco anche lungo  la discesa ombreggiata   dagli olivi  secolari,  da me tanto temuta. Alla fine  insieme eravamo spuntati sul largo spiazzo delle Peragne, dove imperava un mare di trifoglio giallo. Il mare in lontananza splendeva sotto i cocenti raggi del sole e Pizzaco di fronte era tutto ammantato dal verde argenteo degli ulivi e dal giallo delle ginestre.

Tutta la natura partecipava con una immensa gioia alla nascita di una nuova giornata di primavera.
In questa intensa, infinita luce,  la mamma si fermò, mi abbracciò e rassicurandomi, mi lasciò andare per il resto del cammino verso la scuola.

Quando giunsi alla casa di Nunziatella, detti un ultimo sguardo indietro.
Mia madre era ancora là, dove l’avevo lasciata e continuava a salutarmi agitando le braccia nell’accecante bagliore di quell’alba di primavera.

Tutto questo io ricordavo appena entrato ieri nel grigiore  dell’aula e al solo ricordo mi si era intenerito il cuore.
Era stato il grande amore che avevo avvertito nel comportamento affettuoso della mamma a farmi piangere di gioia.
Come potevo spiegare questi sentimenti alla maestra, se nemmeno alla mamma ebbi  il coraggio di  confessare questo intimo stato d’animo.

Il pianto e la gioia erano sentimenti miei e volli considerarli soltanto miei. Ecco perché, o  per gelosia nei riguardi della maestra o per pudore nei riguardi di mia madre, quel giorno mi ostinai a conservarli  soltanto  nel  mio cuore.

Potrebbe interessarti

Ehi! Ehi Ragazzo

Dedico a voi ragazzi, questa mia poesia affinché abbiate fiducia in voi stessi e del …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *