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Procida. Commenti al vangelo di domenica 23 ottobre 2011

” Il Dio di Gesù non si aggiunge più dall’esterno all’uomo, ma è già nell’uomo; è un Dio che non abita più il sacro e non è più separato dal profano, dove cioè scorre la vita umana, e non esige più sacrifici o liturgie riparatrici.” Benito Fusco

Un abbraccio e buona settimana . Lina

Cinquantaseiesimo appuntamento, con la rubrica dedicata ai commenti al vangelo. Eccovi il commento al vangelo di Mt 22,34-40 di questa domenica 23 ottobre 2011, attraverso il video di p. Alberto Maggi (con relativa  trascrizione da scaricare), e una riflessione di Benito Fusco*.

[youtube 45WC89OrGrY]

Insieme a queste potete vedere anche il video di don Lello Ponticelli con le “prediche senza pulpito”.

[youtube s2oYsGmjex4]
XXX TEMPO ORDINARIO – 23 ottobre 2011

AMERAI IL SIGNORE TUO DIO

E IL TUO PROSSIMO COME TE STESSO


Commento al Vangelo di p. Alberto Maggi OSM

Mt 22,34?40

[In  quel  tempo,]  i  farisei,  avendo  udito  che  Gesù  aveva  chiuso  la  bocca  ai  sadducèi,  si
riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova:
«Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con
tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a
quello: “Amerai il tuo  prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono
tutta la Legge e i Profeti».

Amore d’infinito, sete dell’altro

Mt 22,34-40

Qual è  il più grande comandamento della Legge? Gesù risponde che il messaggio di tutta la Bibbia si riassume nell’amore a Dio che si manifesta nell’amore al prossimo. È così che svicola dal Decalogo, si appella in parte alla preghiera dello Shemà, Israel, spezza l’accerchiamento maligno di quei presunti esperti di Dio che vogliono misurare la sua ortodossia, e fa calare il silenzio. Nelle parole di Gesù, però, non esce una dottrina dell’amore, ma la risposta è nel vento dell’amore, nella tenerezza e concretezza dell’amare che gli uomini delle parole teologiche non riconoscono. Tutti vogliamo definire con parole ciò che amiamo, il rischio però è sempre quello di comprimerlo in una definizione assoluta, in un qualcosa di astratto, o di confinarlo in un’ideologia, così ogni parola si riduce a un discorso armato su Dio e sull’uomo. Gesù invece è sempre legato alla vita, non formula dei grandi programmi o dei grandi principi lasciandoli per aria, ma spinge un corpo, un cuore e tanta intimità umana a svelare il più grande comandamento della Legge, riconoscendolo nel primato esistenziale dell’amore. Un amore però che fa a meno della religione dei sacrifici e degli obblighi, e affida invece all’uomo l’impegno integrale di amare con tutto il suo cuore, con tutto il suo essere e con tutta la sua mente, cioè un amore da fare e custodire. D’altronde l’amore si appella sempre a una totalità sconfinata, a quel “con tutto” che ha tracce divine e che sa valicare anche i confini angusti di un prossimo troppo singolare o distante o fuori della storia, per manifestarlo poi al plurale, nella carne dei volti, fino al gesto estremo di rubare il cuore a Dio per un insopprimibile fame d’infinito. Don Milani, nel suo testamento, scriveva così ai suoi ragazzi di Barbiana: «Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze». Parole che intrecciano Vangelo e passioni inestirpabili, amore d’infinito e sete dell’altro, del possibile, e che, con quel più bene a voi che a Dio, si collocano dentro le periferie dell’umanità, della vita, quasi a raccontarci che non bastiamo a noi stessi in amore, ma che Dio ci aiuta a superare l’inflazione dell’io e libera il prossimo da ogni inflazione della distanza.

Parole che ci slegano da una religione inquisitoria per la quale conta ciò che l’uomo fa per Dio, e ci conducono invece nell’intimità del cuore dove nasce quel che il Dio vero fa per gli uomini, come a dire: non perdete tempo a formulare ideologie sull’amore di Dio e del prossimo, ma amatevi reciprocamente, concretamente, e io sono e sarò lì. Ma questo ci fa problema, perché in questo orizzonte muta anche l’immagine che ci siamo fatti di Dio: il Dio di Gesù non si aggiunge più dall’esterno all’uomo, ma è già nell’uomo; è un Dio che non abita più il sacro e non è più separato dal profano, dove cioè scorre la vita umana, e non esige più sacrifici o liturgie riparatrici, d’altronde costa poco amarlo, se Dio lo separi dalla vita, o se lo sequestri in qualche preghiera o in qualche chiesa. Ma è il Dio che custodisce l’amore come un germoglio nascente, che vuole smentire chi grida: “Dio è morto!” o chi annuncia preoccupato la morte del prossimo, perché, si dice, non abbiamo più nessuno da amare. No, il prossimo da amare c’è, da sempre, è l’uomo atteso che ha corpo, voce, cuore, simili a Dio, il Dio che ama e promette vita, se ‘amerai’.

È meraviglioso che tutto il nostro futuro sia racchiuso in un verbo che fa della nostra identità un cantiere aperto: tu farai amore. Un futuro che si apre al mistero, perché quella di essere e fare amore è un’azione che non si conclude mai, e deve durare quanto il tempo della vita, pur nel respiro discontinuo e incerto delle nostre speranze o nel pianto faticoso di tutte le ingiustizie che attendono riscatto, perché nell’amare e nel credere si offre sempre il proprio cuore.

Benito Fusco

* Frate bolognese, negli anni ‘70 ha militato in Lotta Continua. Dal 1980 al 1991 è stato assessore del Comune di Casalecchio di Reno. Nel 1991 è entrato nel’Ordine dei Servi di Maria. Vive a Budrio (Bo), ma da ottobre è in anno sabbatico presso l’hram della Trasfigurazione a Malfolle di Marzabotto.

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