Procida: Una manifestazione per riflettere sul tema della violenza di genere

Di Michela Taliercio

PROCIDA – “Se sono la prossima voglio essere l’ultima”, “Giulia meritava un futuro non una manifestazione”; queste e tante altre le scritte incise sugli striscioni e cartelloni, realizzati dagli allievi dell’”Istituto F. Caracciolo–G. da Procida”, in occasione della manifestazione tenutasi venerdì 24 novembre. Quest’ultima è stata pensata come un mezzo per riflettere sul tema della violenza di genere e per ricordare la giovane Giulia Cecchettin, uccisa dall’ex fidanzato alcuni giorni prima di laurearsi.

La riflessione è iniziata tra i banchi di scuola, con la lettura di una relazione redatta dai rappresentanti d’istituto: al suo interno, sono stati spiegati i provvedimenti presi nel corso del tempo dal nostro governo, per contrastare la violenza di genere; in particolar modo, l’ultima parte del documento, si è concentrata sulla tragica storia di Giulia Cecchettin.

A seguito di questa lettura, tutti noi ci siamo riuniti nell’atrio della scuola, dove i rappresentanti hanno ribadito l’importanza di sensibilizzare sul tema della violenza di genere, annunciando il loro impegno nell’organizzare, in accordo con la Dirigente Scolastica, prof.ssa Maria Saletta Longobardo, incontri con persone che possano parlare delle loro esperienze a riguardo.

Dopo questo breve intervento, un corteo a cui ha preso parte l’intero istituto (allievi, personale tecnico ed amministrativo, collaboratori scolastici, docenti e dirigente scolastica) è partito da Via Principe Umberto per poi terminare a Piazza della Repubblica.

Durante il corteo, abbiamo portato in strada attimi di rumore, cantando: «Ovunque tu sarai, un coro sentirai, Giulia vive con noi!», «Siam sempre qui insieme a te, per Cecchettin, combatterem!» parole mongolfiera, che hanno cercato di perforare la cupola azzurra del cielo e di arrivare lì, dove l’orizzonte si infrange nel mare stellato.

La sensibilizzazione è una porta sempre aperta alla riflessione, e la manifestazione mi ha fatto pensare che la violenza che si respira ogni giorno di più, è il riflesso di una generazione che definirei come quella “dei mattoni impilati senza malta”: la malta simboleggia le esperienze che viviamo ogni giorno, i fallimenti, le crisi esistenziali, che ci fortificano e ci permettono di crescere come una casa in costruzione.

La nostra generazione però, è quella dei mattoni senza malta, dove la fragilità e la resilienza non hanno il tempo di ossificarsi perché non si è più in grado di rapportarsi con i propri fallimenti; al primo ostacolo, quando ci si trova senza difese e quando una folata di vento sembra avere l’intensità di un uragano, c’è chi sente di essersi gettato da un aereo senza paracadute ed è allora che, purtroppo, esce fuori gli artigli del coltello e il pugno della violenza.

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