Home > mare > Reti vuote e barche ferme: cosa resta della pesca italiana

Reti vuote e barche ferme: cosa resta della pesca italiana

di Nicola Silenti da Destra.it

Nessuna indagine o riflessione sulla blue economy e i suoi risvolti occupazionali può prescindere da un’analisi accurata di un settore che, per antica tradizione nazionale ed evidenti ragioni storiche, ne costituisce una delle nervature se non proprio la spina dorsale alimentare, ossia il settore della pesca che indagato insieme alle risultanze strategiche industriali di tutta la filiera ittica si rivela ancora oggi una voce determinante dell’economia marittima e uno dei pilastri occupazionali del Paese.

Come documentato nelle puntate precedenti di questa inchiesta, il cluster marittimo è oggi uno dei traini più rilevanti dell’economia nazionale e garantisce un’occupazione a quasi 900 mila persone: quasi un milione di lavoratori, pari a una percentuale del 3,5 per cento di tutta la forza lavoro italiana, per un giro d’affari prodotto dall’economia del mare che ammonta a oltre 45 miliardi di euro, circa il tre per cento del totale nazionale. Tra i settori che incidono con più forza nell’universo economico blu italiano per fatturato e forza lavoro impiegata troviamo quello della pesca e della cosiddetta filiera ittica con i suoi oltre 105 mila lavoratori impiegati e un valore complessivo prodotto di circa 3,2 miliardi di euro (il 12 per cento del totale marittimo).

Dall’esame dei dati statistici più recenti si ricava che nell’ultimo quinquennio il valore della produzione delle attività marittime industriali nel comparto della pesca, al netto delle attività relative alla lavorazione del pescato e più in generale della produzione ittica industriale, si è assestato sui due miliardi di euro circa. Oggi nel comparto nazionale della pesca sono censite poco meno di trentamila posizioni di lavoro dirette, pari a oltre il 20 per cento totale delle posizioni lavorative marittime. Dati di indubbio rilievo, ma se si tiene conto di quanto un singolo settore produttivo come la pesca produca a cascata un’infinità di effetti moltiplicativi in svariati sottocomparti, si comprende facilmente quanto sia arduo determinare pur con approssimazione un computo verosimile dei posti di lavoro indiretti generati. Una constatazione agevole da fare se si pensa alla vastità della filiera ittica, dall’attività di pesca in sé a bordo delle navi fino alla lavorazione del prodotto e alla commercializzazione del pescato.

Al netto dei numeri di tutto rispetto, se si guarda alla storia italiana degli ultimi due decenni si può osservare a malincuore come il comparto della pesca sia senza tema di smentita uno dei più colpiti, se non il più colpito in assoluto, dalla crisi economica, con una conseguente erosione occupazionale giunta da tempo ben oltre i livelli di guardia. Un settore vittima da tempo di una crisi spietata e inesorabile a causa di mali atavici ma sempre più dirompenti: il grave impoverimento dei nostri mari e la conseguente diminuzione del pescato, una continua impennata dei costi di gestione, specie di quello del carburante, e una già indigesta burocrazia resa ancor più persecutoria da regolamenti della comunità europea troppo spesso vessatori, senza dimenticare i pesanti contraccolpi di provvedimenti, pur necessari, come il cosiddetto fermo biologico o le quote pesca.

Con un fardello simile è facile comprendere perché negli ultimi anni sia progressivamente diminuito il numero dei pescherecci, anche a causa degli incentivi alle demolizioni, e soprattutto il numero degli occupati diretti, oggi stimati in circa 29 mila unità, vale a dire 6 mila posti di lavoro in meno registrati negli ultimi 15 anni. Una forza lavoro, quella dei pescatori, che inesorabilmente con il tempo diventa sempre meno italiana, con tanti giovani connazionali indisponibili a prendere il timone delle aziende a gestione familiare del settore e una nuova leva emergente, e forse più agguerrita e motivata, di lavoratori immigrati provenienti per lo più dall’Africa mediterranea, dal Ghana e soprattutto dal Senegal. Una forza lavoro, quella extracomunitaria, oggi impiegata a contratto sulle barche degli armatori medi e grandi del settore e, in misura crescente, anche nelle attività della piccola pesca, sino a non troppo tempo fa occupazione esclusiva delle locali comunità di lavoratori del mare: un passaggio di consegne testimoniato anche formalmente dalla cessione della proprietà delle imbarcazioni, sempre più spesso appannaggio proprio di cittadini extracomunitari. Un dato non di poco conto se si riflette sul fatto che la flotta italiana di pescherecci, costituita oggi da un totale di poco più di 12 mila imbarcazioni, a fronte di circa tremila unità di dimensioni maggiori di 12 metri annovera oggi circa novemila imbarcazioni di piccolo cabotaggio: piccole unità di lunghezza compresa tra i sette e i 12 metri, che a dispetto del basso volume di pescato svolgono un ruolo cruciale nell’economia delle piccole comunità costiere producendone la gran parte del reddito. Un’economia locale in tanti casi sostenuta proprio dalla pesca di prodotti ittici freschi e di qualità destinati prevalentemente alla vendita locale e a mercati turistici dall’elevato potere d’acquisto.

Per superare i morsi di una crisi che non accenna a interrompersi, gli addetti ai lavori del comparto chiedono da tempo un ripensamento complessivo della filiera invocando un impegno concreto delle istituzioni e soprattutto un accordo con la grande distribuzione organizzata. L’intento è quello di invertire la tendenza ormai inaccettabile di una continua emorragia di posti di lavoro a fronte di una domanda di pesce da consumare superiore all’offerta di pescato: da qui l’importanza di un patto strategico del comparto con la grande distribuzione, in modo da favorire la valorizzazione del prodotto locale intercettando la domanda dei consumatori medi, che chiedono prodotti tipici e di qualità. Una voce del comparto dalle smisurate potenzialità inespresse è invece quella dell’acquacoltura, oggi costituito da una rete di circa 800 impianti per una produzione complessiva di 140 mila tonnellate di prodotti freschi, pari a circa il 40 per cento della produzione ittica nazionale: un settore in costante crescita, vero e proprio modello di impresa sostenibile a impatto zero, non a caso individuato da tempo come estuario futuro della pesca italiana.

Potrebbe interessarti

In edicola il numero di Ottobre 2019 del ProcidaOggi

PROCIDA – E’ in edicola il numero di Ottobre 2019 del ProcidaOggi. Tra gli argomenti …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *