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Savina Caylyn, ancora prigionieri in Somalia

A bordo di una petroliera il tanfo di idrocarburo ti avvolge anche in mare aperto, con il vento che sferza la coperta e, perfino, con la pioggia che picchietta il ferro del doppio scafo. È un odore nauseabondo cui non si ci abitua neanche dopo anni, anzi è lui che si abitua a te entra nei tessuti dei vestiti, nei pori della pelle, impregna i capelli. I marittimi imbarcati sui cargo del petrolio sono una categoria a sé, e non solo per l’odore, ma anche per la maggior durata degli imbarchi, per la costante solitudine che li accompagna in mare: le petroliere non attraccano mai nei porti ma sempre lontano, i loro approdi sono piattaforme artificiali, pontili solitari o isole deturpate dalle pipelines. A terra non si scende per mesi, il mare perde la sua magia, i viaggi diventano una sequenza di nomi senza territorio.

Le rotte del petrolio sono ripetitive, hanno come fulcro le acque del golfo persico e poi si irradiano verso gli oceani o il Mediterraneo. Le petroliere sono dei capodogli di superficie con tutto lo spazio dedicato al carico, le cabine sono anguste, le salette anche, sono le cisterne assiepate nello scafo a prendere tutto lo spazio. Sulle navi transoceaniche – le superpetroliere – il ponte può raggiungere anche i trecento metri, per fare il giro di controllo ci vuole la bicicletta: i marinai pedalano tutt’intorno alla nave scrutando il mare aperto e respirando vento salato misto a esalazioni di idrocarburi. Sulle navi che trasportano il combustibile che alimenta la società dei consumi di massa il lavoro è duro ma non basta. Seguendo le rotte del petrolio si diventa pedine involontarie dello scontro tra Nord e Sud del mondo, scorie del profitto, protagonisti di avventure forzate che hanno perso tutto il loro fascino diventando esperienze crudeli di vita sul mare al tempo della scienza e della tecnica.

La Savina Caylyn, petroliera con bandiera italiana lunga duecentosessantasei metri e larga quarantasei, di proprietà della compagnia armatrice Fratelli D’Amato Spa di Napoli, era a circa milleduecento miglia marine al largo delle coste somale con un carico di ottantaseimila tonnellate di petrolio greggio del valore di svariati milioni di dollari, quando fu abbordata e sequestrata dai filibustieri somali e portata nell’area di Kismaayo, quattrocento chilometri a Sud di Mogadiscio, una delle tante nuove Salé del 2000. Era l’8 febbraio 2011. Da quel giorno cinque marittimi italiani (ufficiali) e diciassette indiani (bassa forza) sono tenuti in ostaggio. Un paio di mesi dopo, il 21 aprile, anche la bulk carrier (porta rinfuse) Rosalia D’Amato lunga duecentoventicinque metri di proprietà della compagnia Perseveranza Spa di Napoli, posseduta da Angelo D’Amato (nipote di Giuseppe proprietario della Savina Caylyn), viene abbordata e sequestrata dai pirati in acque yemenite e portata verso la costa somala. L’equipaggio è di ventidue uomini tra cui sei ufficiali italiani. Napoli si è improvvisamente ritrovata al centro dell’ondata di pirateria che ha trasformato le acque del golfo di Aden nel teatro dello scontro moderno tra interessi occidentali e forme di resistenza criminale dei dannati della terra contemporanei, quasi una declinazione del conflitto d’altri tempi tra pirati barbareschi e repubbliche marinare. Oggi, però, combattono da un lato i marittimi delle marine mercantili globali e dall’altro i lavoratori di imprese criminali figli delle macerie di interventi neocoloniali (ad esempio la fallimentare missione in Somalia Restore Hope dei primi anni Novanta) .

Dopo la presa della nave, i pirati conducono questi colossi naviganti in rada di fronte alle proprie basi, i marittimi sono prigionieri a bordo e vivono reclusi negli spazi della nave immersi in un calore che oltrepassa i quaranta gradi all’ombra di giorno e di notte. I motori delle macchine sono tenuti al minimo nel tentativo di risparmiare il gasolio che, una volta finito, rende la nave un relitto immobile e rovente senza elettricità né altro. L’acqua potabile scarseggia, il cibo è razionato. Convivono con pirati armati di armi automatiche che li minacciano e, non di rado, usano torture per aumentare la pressione sulle famiglie che da lontano seguono l’evolversi delle trattative. Queste sono portate avanti da servizi segreti e diplomatici della Farnesina che spesso si trovano di fronte a mediatori ambigui che rappresentano interessi di bande criminali ben strutturate che sono il solo soggetto capace di sfamare e armare gruppi di giovani somali disposti a rischiare in mare la vita per catturare le navi mercantili. Si tratta di uomini un tempo pescatori che hanno visto il proprio mare predato dalle fattorie galleggianti Cinesi, Giapponesi e Russe che pescavano senza controllo ogni tipo di pesce, agricoltori e allevatori privati dei minimi fattori di economia di sussistenza cancellata dallo sversamento illegale di rifiuti tossici sulle coste e nell’entroterra somalo. Sono ex-combattenti dell’infinita guerra civile del Corno d’Africa alimentata dai trafficanti d’armi prodotte dalle fabbriche occidentali. Le moderne canaglie del mare sono dei disperati che si fanno aguzzini di forzati del lavoro marittimo che passano metà della vita a bordo di navi che alimentano la ricchezza del capitalismo occidentale quanto orientale.

Le due navi napoletane sono prigioniere da più di otto mesi, le trattative per la loro liberazione sono arenate tra l’immobilismo politico del governo e la ritrosia dell’armatore a pagare un riscatto che, in ogni caso, è inferiore al valore del carico trasportato. Intanto le famiglie e le comunità di provenienza dei marittimi provano a smuovere le acque: dal mese di luglio i familiari dei prigionieri della Savina Caylyn (provenienti da Procida, Gaeta e Trieste) e l’intera isola di Procida si sono mobilitati per portare attenzione su una vicenda scomparsa dall’agenda politica della Farnesina e dalle pagine dei media. I marittimi prigionieri hanno comunicato più volte tramite telefono con alcuni di loro trasmettendo disperazione e senso di abbandono che ha allarmato i loro cari, dei marittimi indiani compagni di prigionia non si è saputo invece nulla. Il comitato Liberi Subito nato nell’isola di Procida nel luglio 2011 ha incontrato il presidente della repubblica, il vescovo di Napoli, è stato ascoltato dal Papa, è stato ospite del settore distinti dello stadio San Paolo in occasione della partita di campionato Napoli-Milan, ha bloccato a singhiozzo la navigazione dei traghetti del golfo di Napoli, ha fatto un sit-in permanente sotto la sede dell’Armatore, ma finora non si è sbloccato ancora nulla. Il governo ha chiesto discrezione, l’armatore ha affermato di continuare la negoziazione (sembra sull’entità del riscatto), il gioco delle parti esclude pietà, non prevede sentimenti.

Il sequestro delle due navi dei fratelli D’Amato non è unico, i sequestri e gli attacchi sono quotidiani, il fenomeno della pirateria nell’area del Golfo di Aden è diventato ormai un caso globale che influisce sulle tariffe di spedizione, sui costi di noleggio delle navi, sull’approvvigionamento dell’economia del consumo di massa. Le petroliere e i cargo ormai navigano nella zona con i ponti recintati dal filo spinato, aumentano i turni di guardia, gli elicotteri militari pattugliano dall’alto, ma la filibusta moderna continua ad agire in maniera sempre più audace. Chi attende un ritorno stringe i denti, e spera che per una volta la logica del profitto ceda di fronte alla disperazione. D’altra parte è il carico che interessa non chi lo trasporta. (-ma)

http://www.napolimonitor.it/2011/10/12/8475/savina-caylyn-ancora-prigionieri-in-somalia.html

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