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Superstar Rock Opera. Super spettacolo tutto made in Procida

superstardi Giacomo Retaggio

Occorre coraggio (e che coraggio!) per mettere in scena un’opera di tale genere, ma questo di sicuro non è mancato a coloro che si sono adoperati in tal senso. Chi scrive ha assistito allo spettacolo e ne è rimasto folgorato. Mettere insieme una quarantina e più di ragazzi e ragazze, tenerli uniti per circa sette mesi (hanno iniziato a gennaio scorso), coinvolgerli con passione, sottoporsi a decine e decine di prove faticose per impadronirsi di un testo di certo non facile, non è un lavoro di tutti i giorni. Il vero “deus ex machina” dello spettacolo, a cominciare dalla traduzione del testo inglese in italiano, è Antonio Muro, un brillante studente procidano di Giurisprudenza con l’arte del teatro e della musica nel sangue.

Ha la “facies” e “le phisique du ròle” dell’animale da palcoscenico: la mimica, la gestualità, le variazioni del tono di voce, in una figura alta e, secondo le richieste della scena, quasi ieratica, ne fanno un perfetto, se pur giovane, “homme de theatre”. Ma, se questo vale per il protagonista, non è che gli altri partecipanti alla rappresentazione siano da meno. Sono stati tutti bravi ed è molto difficile per chi scrive stilare una graduatoria di bravura. Ma su alcuni occorre soffermarsi per la validità della loro interpretazione e la centralità dei loro personaggi: sulla figura di Giuda, impersonato da Maria Coppola, una ventenne dalla voce carica di pathos e di carnalità, aspra ed espressiva ad un tempo; su Luigi Ruggi, calatosi perfettamente nel personaggio di Erode, cui ha saputo conferire l’indispensabile carica di blasfemo e carnacialesco umorismo; su Micaela Barbiero, dalla voce dolce e sensuale, in perfetta sintonia con il personaggio, nelle vesti di Maria Maddalena, peccatrice per antonomasia dei Vangeli.

Il testo del “Jesus” è difficile e rivoluzionario ad un tempo rispetto all’ortodossia dottrinaria della Chiesa: Il Cristo è particolarmente umano, poco divino, con le sue fobie ed i suoi dubbi di uomo; Giuda è del tutto controcorrente ed arriva a rinfacciare a Gesù l’inutilità del suo sacrificio; la Maddalena è  profondamente innamorata di Cristo in senso terreno ed il suo canto sul corpo di Lui ha ben poco di mistico. E chi ci può dire che le cose non siano andate veramente così? Forse troppi veli ipocriti hanno per secoli coperto le vicende snaturandone i contenuti.

Quest’opera, quando uscì agli inizi degli anni ’70, fu soggetta a molte polemiche ed osteggiata dalla “nomenclatura” ufficiale ecclesiastica, anzi in alcuni paesi fu addirittura vietata. In queste sere, però, tutti i preti di Procida hanno assistito alla “performance”, anzi l’hanno addirittura sponsorizzata dagli altari. Una sorta di resipiscenza? Hanno sbagliato quarant’anni fa o adesso ? Chi lo sa! Lo spettacolo si è svolto in un “continuum” avvincente e da far trattenere il fiato. Il tempo è passato senza accorgersene. I movimenti degli attori, i canti, le coreografie dei danzatori, la processione del popolo per l’entrata di Gesù in Gerusalemme che partiva da dietro il pubblico in platea, al canto dell’”hosanna”, hanno coinvolto emotivamente gli spettatori. Anche la scena della riunione del Sinedrio con le figure di Anna e Caifa con altri due membri  è di alto valore simbolico: i sacerdoti ebraici, vestiti con un lungo abito talare nero e lungo fino ai piedi con una lunga fila di bottoni sul davanti ed una fascia altrettanto nera in vita, a mo’ di cintura, di stile gesuitico o barnabitico, con la sola eccezione di un medaglione sul petto da culto copto, sono sovrapponibili ai preti dei giorni nostri, forse accomunati dall’identico e perdurante da tempo immemore spirito farisaico.

Quasi a mettere sullo stesso piano i Farisei di duemila anni fa e quelli di oggi. Come a dire: non è cambiato nulla nella storia dell’uomo. Estremamente moderna è la figura di Pilato, interpretato da Tommaso Lubrano Lavadera, che si rivolge a Gesù con il lei ed interloquisce con il celebre e berlusconiano “ mi consenta!”. Geniale la soluzione escogitata dalla regista, la valida ed entusiasta Mariella Cirro, per l’impiccagione di Giuda: un gruppo di ballerini in calzamaglia nera ed intrecciati tra loro a simulare un albero, con alla sommità, sempre in nero, Ciro Assante che rappresenta il ramo da cui pendeva il cappio. Così come, per la mancanza del sipario, sono stati un’ottima soluzione i numerosi “cambi di scena a vista”, segno di una grossa manualità e di una  valida intesa da parte degli operatori dietro le quinte. Non resta che complimentarsi con questi giovani e dir loro: “prosit et ad maiora!

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