Home > Uscire dalla religione della crescita economica e il caso Grecia (Italia)

Uscire dalla religione della crescita economica e il caso Grecia (Italia)

20110805-040337.jpg

Questo Articolo che pubblichiamo e’ di Serge Latouche teorico della Decrescita ( che probabilmente ritornera’ per la terza volta a Procida per un seminario nel febbraio 2012). Argomento, la crisi della Grecia ma credo che si adatti bene alla situazione economica attuale della nostra disastrata Italia.

Crescita economica, aumento dei consumi e crisi internazionale. Con questo reportage pubblico un abstract del discorso di Serge Latouche, professore emerito di economia presso l’Università di Orsay, nel suo discorso al parlamento europeo.

Affrontare la crisi con le vecchie ricette keynesiane di rilancio dei consumi e degli investimenti per far ripartire la crescita. Bene, questa terapia non è auspicabile. Non è auspicabile, perché il pianeta non la può più sopportare perché, a causa del depauperamento delle risorse naturali (in senso lato), già in atto dagli anni 70, i costi della crescita (quando si è verificata) sono superiori ai suoi benefici. I guadagni di produttività attesi sono pari a zero o quasi zero. Dovrebbero essere ulteriormente privatizzate e mercificate le ultime riserve di vita sociale e far crescere il valore di una massa invariata o in diminuzione di valori d’uso, per estendere di pochi anni l’illusione della crescita.

L’esempio della Grecia è da questo punto di vista sufficientemente eloquente.

Si tratta di uscire dall’imperativo della crescita, cioè, di rifiutare la ricerca ossessiva della crescita. Quest’ultima non è ovviamente (e non dovrebbe essere) un fine in sé; essa non è più un modo per eliminare la disoccupazione. Si deve tentare di costruire una società dell’abbondanza frugale, o per dirla come Tim Jackson di prosperità senza crescita.

In effetti, l’obiettivo primario della transizione dovrebbe essere la ricerca della piena occupazione per porre rimedio alla miseria di una parte della popolazione. Questo potrebbe essere fatto attraverso una rilocalizzazione sistematica delle attività utili, una attività di riconversione graduale delle attività parassitarie come la pubblicità o nocive come il nucleare e la produzione di armi, e una riduzione programmata e significativa del tempo di lavoro. Per il resto, è il ricorso alla stampa di cartamoneta, e quindi ad una inflazione controllata (diciamo più o meno del 5% l’anno) che noi raccomandiamo. La soluzione keynesiana equivale alla scelta di una moneta fondente che stimola l’attività economica, senza tornare alla logica della crescita illimitata, favorendo la soluzione dei problemi causati dall’abbandono della religione della crescita.

Naturalmente, questo bel programma è più facile a dirsi che a farsi. Nel caso della Grecia richiede come minimo di uscire dell’euro e ripristinare la Dracma, probabilmente non convertibile, con tutto ciò che questo comporta: controllo dei cambi e ricostituzione delle dogane. Il necessario protezionismo selettivo richiesto da questa strategia farebbe inorridire gli esperti di Bruxelles e del WTO. Ci si dovrebbe dunque attendere misure di ritorsione e tentativi esterni di destabilizzare coordinati con gli atti di sabotaggio da parte degli interessi lesi all’interno. Questo programma sembra molto utopico oggi, ma quando si arriverà al fondo del marasma e della crisi reale che abbiamo di fronte, sembrerà auspicabile e realistico.

Conclusione:

Nell’antica tragedia greca, la catastrofe è l’argomento della strofa finale. E noi siamo a questo punto. Un popolo vota in massa per il Partito Socialista il cui programma è stato classicamente socialdemocratico e, sotto la pressione dei mercati finanziari, si vede imposta una politica di austerità neo-liberale da quello stesso partito, in obbedienza agli ordini congiunti di Bruxelles e del Fondo Monetario Internazionale. L’Euro impedisce alla Grecia di fare cio che l’Islanda ha potuto fare: rifiutare democraticamente il diktat. E’ chiaro che probabilmente la maggioranza del popolo greco non accetterebbe, e in ogni caso non facilmente, le conseguenze delle cesure necessarie per una diversa politica (uscita dall’Euro, ripudio almeno parziale del debito pubblico, probabile messa al bando da parte dell’Europa ed embargo dei paesi danneggiati, fughe di capitali, ecc). Ma le “lacrime e sangue”, prendendo le famose parole di Churchill, ci sono già, ma senza la speranza di vittoria. Il progetto della decrescita non promette di evitare il sangue e le lacrime nell’economia, ma almeno apre la porta della speranza. L’unico modo per sfuggire a questo stato di cose, ce lo auguriamo vivamente, sarebbe quello di riuscire a far uscire l’Europa dalla dittatura dei mercati e costruire l’Europa della solidarietà e della convivialità, questo cemento del legame sociale che Aristotele chiamava filia.

Serge Latouche

Potrebbe interessarti

Procida: Colpa del Narcisismo

di Michele Romano  La crisi economica che sta martoriando, in modo particolare, la società europea …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *