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Procida: Come Caino ed Abele

caino e abeledi Michele Romano

E’ costume che, il periodo estivo, oltre alla sua caratteristica di evasione vacanziera, costituisce anche un momento di riflessione su se stesso e sulla comunità in cui si vive. Certamente il periodo di profonda ed acuta crisi socio-economica in cui versa l’intera società non aiuta ad entrare della “domus” interiore personale e collettiva con la dovuta calma e lentezza. Comunque provo ad immergermi nel soporoso caos del mio borgo natio che è l’isola di Procida, per comprendere a che punto si trova la dimensione qualitativa del vivere quotidiano. Ebbene, percorrendo il territorio, dentro un vuoto assordante sia politico che culturale, viene alla luce che la divaricazione tra le raffigurazioni umane di Caino ed Abele si fanno sempre più nette e devastanti. Sperimentiamo, così, che le prime imperversano spavaldamente dai servizi ai porti, dalle spiagge all’interno del tessuto economico con la complicità e o acquiescenza di chi avrebbe i titoli per regolamentarli, mentre le seconde sono sempre più annichilite e sottomesse.

Con questa demarcazione netta tra cittadini formati Caino e quelli formati Abele, si procede sempre più verso tempi costruiti sulla provvisorietà e precarietà dove la vittoria definitiva della sopraffazione, dell’inciviltà, dell’incuria e dell’abbandono potrebbe portare all’abolizione della parola “Futuro” inteso come previsione, immaginazione di una realtà migliore.

Pertanto, per una moltitudine di persone diventate passeggeri di passaggio in un Paese completamente alla deriva, urge il vitale bisogno del ritorno della “Politica”, inebriata dai semi “utopici” del messaggio evangelico, che conceda all’eclisse totale nella figura di Caino per ridare vigore e senso al futuro dell’umanità

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