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Procida: Filosofia tra crisi e speranza (6)

socratedi Michele Romano

 La ricerca filosofica appassiona intensamente perché fa sentire quel tanto di disagio che intercorre nei rapporti del filosofo con gli altri o con la vita: disagio che viene ad essere essenziale per la filosofia e che nella realtà odierna è troppo spesso dimenticata.

Infatti notiamo, a volte con molta amarezza, che una certa schiera consistente di filosofi contemporanei tendono a divenire con troppa faciloneria scrittori che assumono l’aspetto di funzionari della cultura in modo tale che la libertà concessa ai loro libri fa si che tutto quello che affermano entra immediatamente in un universo accademico attraverso il quale le scelte di vita vengono a diluirsi e le occasioni di pensiero nascoste.

Certamente si obietterà che senza i libri sarebbe impossibile una certa agile tendenza alla comunicazione, ma bisogna pur dire che la filosofia deposta esclusivamente nei libri, anche se con parole disposte in modo più coerente possibile, tende sempre più ad assumere in sé la caratteristica di chi cessa di interrogare gli uomini tanto da nascondere nella vita decorosa dei grandi sistemi, ciò che vi è nella filosofia di insolito e di quasi insopportabile.

In tal senso vediamo come l’enigma della filosofia è che talvolta la vita è egualmente se stessa davanti a sé, davanti agli altri e davanti alla verità.

Ed è proprio in questa peculiare situazione che la filosofia trova la sua più completa e genuina giustificazione tanto che il filosofo non trova altro sostegno che in essa. Egli in tal senso, non aspirerà mai ad accettare di esercitare la sua verità contro gli uomini, né che dall’altra parte gli uomini la esercitino contro di lui, o contro la verità, né la verità contro di loro, vuole essere contemporaneamente in ogni luogo, con il rischio di non essere mai del tutto da qualche parte.

La sua opposizione non viene ad essere aggressiva, sapendo che questa è portatrice di capitolazione, altresì se viene spinta oltre il punto in cui la suddetta opposizione perde il senso della sua giustificazione, egli attua un rifiuto tranquillo e sereno.

Da ciò ne deriva la sua dolcezza ribelle, l’adesione come segnante la sua presenza impalpabile che inquietano gli altri al suo cospetto.

Ritornando alla situazione attuale bisogna pur dire che per ritrovare l’intera funzione del filosofo, la memoria storica sia dei filosofi-autori sia di quelli in quanto tali non hanno mai smesso di riconoscere come punto di riferimento un uomo che non scriveva, che non insegnava da una cattedra di Stato, che si rivolgeva a coloro i quali incontrava per le strade, nell’agora e che è passato attraverso rapporti di enorme difficoltà sia con l’opinione pubblica, sia con i poteri dello Stato.

Avete senz’altro compreso che stiamo parlando del ricordo di un uomo emblematico per eccellenza: Socrate, sul quale Platone fa dire ad Alcibiade nel Convito che egli è simile alle statue dei sileni, che, brutte esternamente, dentro racchiudono l’immagine di Dio, e il satiro Marsia, anche se non con il flauto ma con i discorsi egli produce i suoi incantesimi. A questo punto sorge la domanda: perché il ricordo della figura di Socrate viene ad assumere una testimonianza tanto pregnante?

(continua)

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