Via della seta e conquista dell’Africa. Sarà il secolo cinese?

di Nicola Silenti da Destra.it

Nessuno sembra in grado di contenere l’espansione della Cina, paese che si estende dal Kazakhistan fino alla Russia, dalla Mongolia fino al Vietnam, affascinante e incantevole che già ammaliò nel XIII secolo l’italiano Marco Polo. Un’espansione che ha tutti i crismi del tracimare delle acque di un torrente in piena, incontenibile e inarrestabile come sono le calamità naturali. Un boom, quello cinese, che è politico, culturale, economico industriale e ogni giorno di più anche militare, all’insegna di una guerra combattuta senza armi convenzionali che sembra una lunga, estenuante partita a scacchi giocata con gli Stati Uniti d’America e l’Occidente all’insegna dei soldi e della geopolitica planetaria.

Uno straripamento, quello cinese, descritto in tutto il suo inquietante dispiegarsi nel recente articolo del nostro Direttore  Marco Valle sul suo blog Confini & Conflitti dal titolo ”Il porto di Amburgo diventa cinese”, che descrive in maniera mirabile la minaccia cinese e il rischio di un’epoca all’insegna dell’irrilevanza per l’Occidente: un affresco che da conto al lettore dell’espansionismo del gigante asiatico verso l’Africa e il radicamento incessante nell’area sub asiatica con quella che appare una meticolosa operazione di soft power. Un’operazione giocata anche nel nome della lotta alla pandemia Covid 19, con la massiccia campagna vaccinale e di aiuti sanitari a fondo perduto come ben raccontato nel suo recente articolo su Il Borghese da Alfredo Mantica.

Di sicuro l’espansionismo cinese nel continente nero è un corollario di fatti incontestabili come incontestabile è la base militare di Gibuti, il primo avamposto dell’esercito del Dragone fuori dal territorio nazionale, una struttura ufficialmente costruita come punto d’appoggio per equipaggi e navi impegnati in zona in missioni antipirateria ma che in realtà rappresenta il presidio armato dell’enclave industriale free tax ritagliata dalla Cina nell’area del Canale di Suez. Suez e Gibuti: i due grimaldelli di un’operazione ambiziosa come il controllo del traffico mondiale delle merci, preludio del vero, grande obiettivo finale: l’egemonia nel mercato globale.

D’altronde, che l’azione cinese sia oggi tutta concentrata sul controllo degli scali marittimi è una realtà testimoniata dai dati ufficiali e da tutti gli studi degli esperti: basti pensare che al momento sarebbero, nel solo continente africano, ben 46 i porti africani finanziati, progettati, allestiti e in fase di realizzazione per esclusiva mano cinese. Lo scenario è quello di una nuova via della seta in grado di collegare il gigante asiatico, in un primo momento, con oltre 80 nazioni sino allo step finale del monopolio esclusivo delle rotte commerciali del pianeta. Un progetto forte di ambizioni e investimenti smisurati che, come ha efficacemente rimarcato Marco Valle, rischia di sbaragliare insieme alle nostre economie la nostra stessa sovranità.

Una pianificazione “vampiresca” che ha esposto l’intero continente africano a un peso debitorio insostenibile, con cui di fatto si vincolano per i decenni a venire i paesi africani a una condizione di totale dipendenza dalle volontà cinesi. Debiti e passivi che gli africani non riusciranno mai a onorare, soffocati per chissà quanto dal volere degli eredi di Mao al netto di una presenza che non comporta alcun miglioramento nella vita reale delle popolazioni indigene e producendo, al contrario, un impatto a conti fatti negativo sulla società locale, come denunciato in più occasioni dalle locali organizzazioni di commercianti e industriali che percepiscono la presenza cinese come una minaccia: una minaccia costituita per lo più dalla concorrenza sleale dei nuovi padroni cinesi, che negli anni hanno rilevato progressivamente le piccole imprese dedite alla vendita diretta di beni di consumo basilari spostandone la produzione in madrepatria. Un’affermazione di soft power che si riverbera sul piano culturale, con le decine di istituti Confucio germinati a partire dal Duemila su tutto il territorio africano. Una presenza discreta eppure ingombrante, certificazione di un potere che ambisce a prendersi tutto: il mare, i territori e financo le menti.

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