8 Settembre 1943

Di Giacomo Retaggio

Sto pensando che tra qualche giorno è l’8 settembre ed ogni anno in questi giorni la mia mente si affolla di ricordi che sono rimasti vividi e precisi non ostante il tempo trascorso. Nel’ 43 avevo sei anni e frequentavo la seconda elementare. Avrei dovuto fare la prima, ma per l’incompatibilità che si era stabilita tra me e le Suore di Ivrea che gestivano l’asilo alla Madonna delle Grazie, i miei non mi ci mandarono più. Le due suore in questione erano suor Onorina, alta e magra e suor Giovanna bassa e grassotta. Entrambe per punirmi mi davano i pizzicotti e mi facevano inginocchiare vicino alla cattedra con dei chicchi di grano sotto le ginocchia. Giurai eterno odio verso le monache e promisi a me stesso che, se avessi visto una monaca in fin di vita, invece di aiutarla, l’avrei spinta vero la morte. Promessa poi disattesa quando da adulto diventai il loro medico. Care suore di Ivrea, avete connotato con onore un intero periodo della storia di Procida! Quell’8 settembre del ’43 era una calda e luminosa giornata di fine estate. Insieme a mia madre salivo sul tetto per girare i fichi posti ad essiccare al sole o a raccogliere la polverina di sale nei larghi piatti di creta in cui avevamo versato dell’acqua di mare. Nelle tabaccherie mancava e ce lo facevamo da noi. La guerra durava ormai da tre anni e ci eravamo quasi abituati; ci eravamo abituati al rombo dei bombardieri alleati che passavano sopra le nostre teste di giorno e di notte per andare a bombardare Napoli, il suo porto, la stazione, Sz. Giovanni ed altro; ci eravamo abituati al passaggio quotidiano dei nostri soldati per la strada della Madonna della Libera che andavano dalla scuola elementare, ove erano acquartierati, sul Cottimo per costruire la strada e badare alle postazioni dei cannoni. Questi soldati in fila per tre, preceduti da un ufficiale in bicicletta, passavano due volte al giorno. A volte cantavano. Anche mio padre, prigioniero degli Inglesi, in India, mancava da tre anni. Io me ne ero quasi dimenticato. Ero troppo piccolo quando era partito. Mia madre spesso mi mostrava una sua fotografia in divisa da ufficiale di Marina, con lo spadino e la sciarpa azzurra a tracolla. Era un bel giovane, alto, dai lineamenti fini: non sembrava mai figlio a Giacomino, il mastro d’ascia, piccolo, calvo, baffo alla Crispi, eternamente incazzato, specializzato in casse da morto. Somigliava piuttosto alla madre, una bella donna, alta, dall’incarnato pallido, sempre vestita con uno scialle nero dalla lunga frangia. Per casa mia circolava anche un’altra fotografia, quella di un fratello minore di mio padre, zio Peppino, soldato in Africa. Era ritratto in pantaloncini corti per il caldo, in pedi sulla tolda di un carro armato ed un braccio poggiato sul cannone. Posa marziale, non c’è che dire! Aveva combattuto a El Alamein ed era stato preso prigioniero anche lui dagli Inglesi. Faceva parte di quel gruppo di giovani soldati Italiani a cui, come poi si scrisse sul monumento a loro dedicato, “mancò la fortuna non il valore”. Nel pomeriggio di quell’8 settembre avvertimmo un brusio per la strada, poi le campane della Libera suonare a distesa: in lontananza anche quelle delle altre chiese; ci affacciammo sulla strada; la gente urlava, pazza di gioia, “E’ finita la guerra! E’ finita la guerra!” E si dirigeva verso la chiesa per ringraziare la Madonna. Riuscimmo a capire che la radio aveva trasmesso il proclama di Badoglio che annunciava l’armistizio dell’Italia con gli Alleati. Noi, come quasi tutti, non avevamo la radio. Affacciandomi sulla strada vidi aperte, dopo quasi due mesi che erano state chiuse, anche le finestre della casa dello “scarparo” di fronte casa mia. Erano rimaste serrate da quando era arrivata la notizia della morte del figlio Franchino, un giovane ventenne con i capelli rossi, la cui nave era sta silurata dagli Inglesi. Quel giorno vidi attraverso la finestra aperta, la disperazione della madre e delle sorelle, ho ancora nelle orecchie le loro grida e negli occhi la loro gestualità. Riandando a loro, dopo, negli anni, mi ricordavano “Le supplici” di Eschilo. Nel tardo pomeriggio venne a casa mia mio nonno materno che confermò la notizia. Lui aveva la radio, una grossa Telefunken a valvole. Era l’unico nella zona di Ciraccio a possedere una radio; negli anni precedenti due volte al giorno la metteva sul balcone di casa per far sentire alla piccola folla che si radunava nella strada il “Bollettino di guerra”. Era stato, in varie riprese, una trentina d’anni in America. Era semianalfabeta, ma dichiarava apertamente che Mussolini era uno stupido a far guerra all’America perché- diceva-questa era forte, troppo forte! Io pensavo che il nonno non ci stava con la testa. Invece dopo mi dovetti ricredere. E così passò quella giornata. Il giorno dopo, affacciandomi sul giardino dietro casa, vidi che questo brulicava di soldati Italiani. Erano gli stessi che vedevo passare ogni mattina. Avevano abbandonato i loro posti ed erano scappati. A Mia madre diede loro quello che era rimasto in casa degli abiti di mio padre. Questi soldati si liberavano delle divise con una foga e una violenza che all’epoca mi fece senso. Poi dopo, col tempo, compresi il perché del loro modo di comportarsi. Parlavano tutti i dialetti d’Itala ed avevano negli occhi il terrore di essere catturati dai Tedeschi, che stavano a Monte di Procida e sui cui campi di prigionia correvano brutte voci. Dopo qualche giorno questi soldati non li vidi più. Riuscirono a lasciare Procida, ma non so come. Pensavamo che la guerra fosse finita, ma non era così. Nello stesso periodo i Tedeschi cominciarono a bombardare Procida. Avevano un cannone semovente che spostano da una parte all’altra del Monte e di lì sparavano su Procida. Le parti più esposte erano le abitazioni della zona di Sent’ Cò ove fecero tre o quattro morti: una donna fu raggiunta da un proiettile nella tromba di una scala, un’altra fu presa in pieno mentre comprava delle mele da una barca che ne era carica. La fame era tanta! La gente della Marina, chi poteva, scappava” mmer’copp”, presso parenti o amici. Ma neanche qui si stava sicuri. Un giorno, era circa mezzogiorno, i Tedeschi cominciarono a bombardare. Mia prese me e mia sorella e ci fece spostare sul lato interno della casa, a ridosso delle cannonate. Ci mettemmo sugli scalini della scala interna con il piatto sulle ginocchia. Mangiavamo, lo ricordo come se fosse adesso, pasta e fagioli, un pranzo di lusso per i tempi che correvano. All’improvviso sentimmo una botta fortissima che in seguito non udii più. Un proiettile tedesco aveva colpito la volta della tromba delle scale di un palazzo di fronte casa mia. La casa di Tanino Cassiano. Quel buco rimase così per anni. I Tedeschi non sbarcarono mai a Procida, anche se pare che l’abbiano tentato. A casa mia arrivò la notizia che un motoscafo carico di Tedeschi era partito dal Monte per occupare Procida, ma si incagliò giù al porto, sulla Croce della Lingua. Ricordo che in quell’occasione si parlò di miracolo da parte di S. Michele che aveva salvato per la seconda volta l’isola dagli invasori. Eravamo, molto di più dopo l’armistizio, tutti terrorizzati ed aspettavamo l’arrivo degli Americani. Ma questa è un’altra storia.  Chi vuole ulteriori notizie può consultare il mio libro ” A Procida non caddero bombe” uscito una ventina di anni fa e di cui ancora esiste qualche copia nelle librerie.

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