Settimo appuntamento con la rubrica dedicata ai commenti al vangelo. Ascoltiamo il commento al vangelo di questa domenica 17 ottobre 2010 attraverso il video di p. Alberto Maggi.(trascrizione da scricare) e la riflessione di Augusto Cavadi
Buon ascolto e buona domenica a tutti. Lina Scotto
[youtube oQTzMRh2EoA]XXIX TEMPO ORDINARIO – 17 ottobre 2010
DIO FARA’ GIUSTIZIA AI SUOI ELETTI CHE GRIDANO VERSO DI LUI – Commento al Vangelo di p. Alberto Maggi OSM
Lc 18,1-8
In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:
«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
Rilfessione di Augusto Cavadi
IL GIUDICE INGIUSTO
Lc 18,1-8
Chi cercasse nei Vangeli una base, un fondamento all’immagine dell’iconografia popolare di un Gesù mellifluo, con occhi languidi e sorriso buonista, s’imbarcherebbe in un’impresa disperata. Brani come questo lasciano indovinare, al contrario, uno sguardo amaramente realistico sulla società: tra i giudici, ce ne sono di ‘ingiusti’ che “non temono Dio e non si prendono cura degli uomini” (cfr. 18, 4), sì che i senza-raccomandazione non hanno altra possibilità che diventare scocciatori, inopportunamente insistenti, per ottenere come favore ciò che spetterebbe loro di diritto. Ma all’Inviato non interessa fare sociologia né precettistica morale: la vita, la storia, sono ai suoi occhi metafora del rapporto fra l’Eterno e l’effimero. Non perché sia un metafisico in fuga dal tempo e dallo spazio; al contrario, perché gli interessa incidere in profondità e a lungo nelle dinamiche sociali. L’intuizione di fondo che lo ispira e lo sostiene è che noi esseri umani siamo troppo miseri per essere in grado di occuparci e di preoccuparci degli altri: siamo troppo poveri per permetterci il lusso di amare. È vero che siamo tristi come effetto di una vita chiusa, autoreferenziale, ego-centrata; ma, più in radice, siamo egoisti perché siamo infelici.
Gesù di Nazareth vuole spezzare questo circolo infernale – infernale in senso tecnico – per cui la tristezza induce alla grettezza d’animo e la grettezza d’animo, a sua volta, incrementa la nostra tristezza. E ci prova con un annunzio incredibile: le leggi cosmiche, fisiche, chimiche, biologiche, psicologiche (che hanno una propria autonomia e vanno indagate con gli strumenti scientifici più appropriati) non costituiscono l’orizzonte ultimo del senso. È in esse, attraverso esse, ma anche oltre esse, che agisce e si svela lentamente il Principio, 1’Arché, l’Origine, il Tutto-abbracciante: una inesauribile fonte di agape. Questo Inizio fondante non è evidente né dimostrabile in maniera inoppugnabile: da profeta, Gesù ne enuncia l’intuizione poetica (lasciando ai filosofi e ai teologi, che ne abbiano voglia e capacità, di difendere razionalmente questa intuizione meta-razionale da critiche, obiezioni e argomentazioni). Egli si limita (“si limita”?) a sostenere che il segreto della sua pro-esistenza è nella convinzione che l’Anima di tutto non è una forza anonima, ma un’Energia personale – anzi, meglio, ‘transpersonale’ – davanti alla quale uomini e donne, animali e piante, fiori e pietre ‘contiamo’.
Se persino noi, che siamo “cattivi” e “ingiusti”, finiamo col cedere all’insistenza dei figli che ci chiedono un uovo a cena o delle vedove che ci chiedono di dirimere una disputa giudiziaria, a maggior ragione Colui che ci ama con cuore paterno/materno non ci abbandonerà definitivamente nel precipizio del nulla, del non-senso. La nostra breve e faticosa avventura terrena si svolge tutta sul palmo della sua mano, anche se troppi segnali in contrario ce ne fanno legittimamente dubitare. Sublime illusione di un folle predicatore palestinese di due millenni fa? Forse. Ma la partita fra chi crede e chi non crede si gioca su questo punto cruciale: questa è l’unica “fede” che al Figlio dell’uomo importa di ritrovare sulla Terra nel suo secondo avvento. Tutto il resto (frequentazione delle liturgie ‘di precetto’, voto per i partiti che assicurano ai patrimoni immobiliari di una Chiesa l’esenzione dall’!Ici, partecipazione a cene importanti con giornalisti, politici e cardinali per condizionare le alleanze parlamentari…) non conta.
Solo se si ha chiaro questo quadro complessivo, questo scenario teologico di sfondo, si può ipotizzare una focalizzazione del punto centrale di questo brano: “Propose loro ancora questa parabola per mostrare che dovevano pregare sempre e non stancarsi” (18,1). A quale genere di preghiera pensava Gesù? Che cosa si può, anzi si deve, a suo parere, chiedere con insistenza? Che l’Onnipotente “faccia giustizia con prontezza” (18,8). Che irrompa nel mezzo della sceneggiata di questo mondo, “abbatta i superbi dai troni e innalzi dalla polvere gli ultimi” (1, 52). Non ritengo che ciò significhi escludere la possibilità che qualcuno preghi perché gli venga offerta dalla vita di poter intraprendere un lavoro onesto o che qualche altro preghi per la guarigione – o il decesso sereno – di una persona o di un altro animale a lui caro: tutte le domande sono lecite ogni volta che non servono come alibi per esonerarsi dal cercare con le proprie forze la risposta. Significa però che il Maestro di Nazareth ha altro in mente: che, come Lui stesso, discepoli e discepole saranno ossessionati dalla mancanza di “giustizia” in terra. Si daranno da fare nel piccolo, nel medio e nel grande; coniugheranno il gesto della solidarietà corta del volontariato con il progetto della solidarietà a lungo termine della politica.., ma, qualsiasi cosa diranno o faranno, nell’intimo della loro coscienza non s’interromperà il mormorio di sotto- fondo di chi chiede a Dio il perché delle ingiustizie sistematiche dominanti sul pianeta. Lavoreranno senza smettere di pregare mai Dio per l’uomo (affinché susciti uomini e donne in grado di liberare i fratelli), ma anche – in un certo senso – Dio per Dio: affinché faccia qualcosa di più per evitare di perdere la faccia davanti all’umanità. Come Gesù, i credenti sono abitati dal cruccio di non perdere, e di non fare perdere ai più deboli, il nocciolo duro della fede: che, alla fine, il bene è più forte del male.
Se vuoi rileggere le riflessioni delle precedenti settimane clicca sui link sotto:
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