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Diciotto anni fa la camorra ammazzava Don Peppino Diana

Don Peppino, eroe in tonaca ucciso dal Sistema dei clan.
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La mattina del 19 marzo ’94, quindici anni fa, Giuseppe Diana fu ammazzato dai killer a Casal di Principe. Aveva preso posizione esplicita contro lo strapotere della famiglia. Vi proponiamo un articolo tratto dal sito Cadoinpiedi.it di Biagio Simonetta -per ricordare il giovane prete ucciso nel giorno del suo onomastico.Anche Roberto Saviano lo ricorda in un articolo per Repubblica. Le cosche tentarono di diffamarlo spargendo veleni dopo la morte.Rifondò la missione pastorale: denuncia e testimonianza contro le violenze e le sopraffazioni.

Sono trascorsi diciotto anni. Lo stesso tempo che serve a un uomo per raggiungere la maggiore età. Era mattino presto, quel 19 marzo del 1994, quando la Camorra uccise don Peppe Diana.
L’orologio segnava le 7:25. Don Peppe era giunto nella chiesa di San Nicola di Bari, a Casal di Principe, per dire messa. Addosso un giaccone blu, i jeans, la maglia scura. Portava bene i suoi 36 anni quel prete che aveva deciso di rimanere a Casal di Principe, dov’era nato, e dove portava avanti una lotta ai clan fatta di emancipazione culturale e risveglio delle coscienze.
Gli spararono in faccia. I colpi di pistola tuonarono fra le navate della chiesa ancora deserta. Don Peppe cadde a terra esanime. Neanche un lamento.
Fu la Camorra a ucciderlo. E fu sempre la Camorra, nei giorni seguenti, ad accendere la macchina della delegittimazione. C’è un titolo del Corriere di Caserta che rimarrà negli annali del giornalismo sporco. E’ scritto: “Don Peppe Diana era un camorrista. De Falco ordinò l’omicidio del sacerdote perché custodiva l’arsenale dei Casalesi”.
Insinuazioni create ad arte. Perché poi alla fine qualcuno ci crede, e perché in fondo morire ammazzato al Sud, in terre di mafia, scatena in ogni caso un soffio di sospetto. La finta regola che i clan non uccidono mai persone innocenti è passata per troppo tempo come buona.
Ma forse don Peppe era colpevole davvero. E la sua colpa era quella di sognare una Casal di Principe non più in ginocchio davanti alla Camorra, in un posto dove anche certi sogni sono proibiti.
Aveva scritto una lettera bellissima: “Per amore del mio popolo non tacerò”. Un manifesto puro, diffuso in ogni chiesa dell’agro aversano nel Natale del 1991. La Camorra lo uccise anche per questo. L’influenza di un prete, in certi territori, ha un peso specifico diverso. E don Diana era uno che sapeva arrivare, con le sue parole mai banali.
Si narra che un giorno, durante un’omelia, don Peppe spiazzò i fedeli con una frase che rimase: “A me non importa sapere chi è Dio!”. Dopo qualche secondo, col vocio smarrito che arrivava dalle navate, aggiunse: “A me importa sapere da che parte sta”.
Diciotto anni fa i parrocchiani gli avevano preparato alcuni dolci e piccoli regali per il suo onomastico. Avrebbe festeggiato nel pomeriggio. Ma andò diversamente.

http://www.cadoinpiedi.it/2012/03/19/ricordare

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