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Condono edilizio: resta ancora tanto da fare

abbattimenti case procidadi Vincenzo Muro

Qualche settimana fa facevo notare come occorreva, per la soluzione del problema condono, affidarsi ad un iter che prevedesse: l’incarico al segretario comunale per la firma dei permessi in sanatoria  relativi al condono; un incontro con la Soprintendenza per verificarne l’effettiva disponibilità; maggiore elasticità e semplificazione delle istruttorie delle pratiche; delibera comunale che riducesse gli interessi sugli oneri concessori del condono 1994, attualmente da usura.

Per quanto attiene al primo punto, occorre dare atto che l’amministrazione ha provveduto in linea con la proposta. Per il secondo punto, stranamente, alla Soprintendenza ha mandato il dirigente dell’ufficio tecnico comunale (arch. Salvatore Ruocco) che, seppur presidente della Commissione per il Paesaggio, di condono  non ha mai voluto interessarsi, non ha mai voluto l’incarico a rilasciare le sanatorie e si lamenta per la carenza di personale dell’ufficio. Comunque sia, pare sia stato preso un accordo, sempre a voce, che prevede un atto notorio aggiuntivo del cittadino interessato sulla corrispondenza tra istanza di condono e grafici  e un ampliamento della scheda istruttoria con dati  più specifici. Sugli altri due punti consigliati, permane il silenzio. Va detto che , in tutta la faccenda, è evidente l’assenza di un coordinatore tra i vari elementi che dovrebbero concorrere al rilascio dei permessi  (Soprintendenza, commissione per il paesaggio, l’ATP  incaricata per le istruttorie, amministrazione comunale, ufficio di supporto); infatti capita, oltre il passaggio dell’arch. Ruocco in Soprintendenza, che qualche tecnico privato (che con il condono non c’entra direttamente), abbia autonomamente predisposto un modello per il permesso in sanatoria di notevole lunghezza – 4 facciate con inseriti svariati riferimenti di legge – senza però un adeguato confronto e conforto di tipo legale. Cose di questo genere, senz’altro lodevoli singolarmente, rischiano però, senza un coordinamento, di generare qualche pasticcio (dovuto a eventuali  atti legalmente discutibili e quindi attaccabili). In altre parole, si ha l’impressione che alcune persone – più o meno  interessate per qualche ragione alla questione – essendo evidente l’assenza dell’amministrazione e vedendo che non esiste una dirigenza e un coordinamento –  pensano di portare il loro contributo ma andando ognuno per conto suo, e  tutto nella latitanza anche della ditta incaricata. L’unico organo che sta producendo dei pareri è la Commissione per il Paesaggio, che però, senza direttive e coordinazione alle spalle, non potrà affrontare adeguatamente le innumerevoli casistiche che gli addetti ai lavori ben conoscono (accavallamento di vari condoni su uno stesso fabbricato, fabbricati con istanza di condono ma anche con situazioni di RE.S.A., cioè  provvedimenti di demolizione  della procura, ampliamenti successivi alle istanze di condono,  ecc.). Ma la questione più cogente è sicuramente il quarto punto che citavo, cioè  la necessità di una delibera comunale per la riduzione degli oneri concessori, attualmente, gli interessi sono del 10% su quelli del condono ai sensi L.724/94, fanno lievitare di tre volte le cifre previste dalla delibera del 2007.

L’amministrazione comunale, per tacitare la Corte dei Conti relativamente alle entrate comunali, ha inserito nel bilancio annuale, come possibili introiti del condono, la cifra, molto ipotetica e senz’altro irreale, di oltre 5 milioni di euro. Non ha considerato però, oltre alla difficoltà di incassare anche importi più limitati, che gli oneri concessori possono andare in prescrizione. Infatti la legislazione normale e la giurisprudenza consolidata hanno sentenziato in più riprese (ex multis TAR Sardegna, sez.II ,n.2600/2010- TAR Trentino sez.I, n.234/2010- TAR Campania, Napoli sez. VIII n.695/2012 – TAR Puglia, Lecce , sez III n.16/2012 -C.d.S. sez.IV n.858/1999, n.5786/2012 e n. 1188/2013 ) che gli oneri concessori, anche per il condono, si prescrivono in dieci (10) anni. Alcune sentenze stabiliscono che i dieci anni partono dalla presentazione della istanza e altre che partono decorsi i 24 mesi successivi. Comunque sia, poiché la delibera comunale è del 2007, già allora erano decorsi abbondantemente i dieci anni per molte pratiche e anche per la prima metà di quelle relative al condono del 1994. Basterebbe, quindi, che un gruppo di cittadini interessati si decidesse a fare ricorso affidandosi ad un avvocato appena decente per vanificare gli incassi degli oneri; sicuramente questa voglia verrà a più di qualcuno. Ciò significa che il comune non ha possibilità di incassare, nemmeno lontanamente, i 5 milioni inseriti nel bilancio; la conclusione che emerge facilmente è la previsione del dissesto finanziario per il comune o, quanto meno, pesanti problematiche con la Corte dei Conti. In ambedue i casi le conseguenze comporteranno la necessità di mettere le mani nelle tasche dei cittadini.

L’unico modo per limitare i danni  e recuperare il più possibile è quello di abolire l’interesse del 10% per i condoni del 1994 (tranne nei casi espressamente previsti dalla legge) sostituendolo con l’interesse legale. E’ una cosa legale, fatta da molti comuni grandi e piccoli, alcuni anche della provincia di Napoli, (S.Antimo già dal 2008 – Del. n. 45 del 2008) sia per venire incontro alle esigenze dei cittadini ma anche, intelligentemente, per non favorire la possibilità dei ricorsi e poter incassare quindi il più possibile. Con gli interessi legali, peraltro, gli importi lieviterebbero comunque ma sarebbero più accettabili (2.000 euro di oneri diventerebbero 3.300 e non 6.000). Cosa aspetta il nostro Comune a provvedere? Non si rende conto che una delibera in tal senso servirebbe anche a svegliare la pigrizia dei cittadini interessati e che, con le elezioni alle porte, potrebbe anche ben disporre gli elettori nei confronti delle istituzioni e dei politici? Due sono le cose: l’amministrazione conosce  il rischio che corre ma sta facendo come lo struzzo sperando, per non dire altro, nella bontà dei cittadini, oppure – cosa ancora più grave – dorme con la tetta in bocca.

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