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I luoghi comuni e la sana follia

Troppo spesso noi cerchiamo e troviamo sempre quanti ci dicono ciò che vogliamo sentirci dire. Ma Gesù coi discepoli si comportava così?

di Francesca Lozito | 09 novembre 2011 Giornalista

La follia che ti fa fare cose che ti portano ad andare fuori dai binari di quello che si è sempre fatto e sempre si farà. Ma chi lo ha detto che deve essere sempre così?

Manca oggi la follia sana a guardare tanti luoghi che stanno sotto il nome della Chiesa.Manca quel colpo che ti fa cambiare strada, che ti fa dire “adesso proviamo a vedere che succede”.

Questo pensava Laura mentre osservava tutto il prodigarsi attorno a lei. Era iniziato l’anno pastorale nella sua parrocchia e come sempre tutti pensavano soltanto a programmare, programmare, programmare.

C’era quel nuovo don, attaccato al computer dalla mattina alla sera, che praticamente non aveva mai alzato lo sguardo a rendersi conto di chi fossero i nuovi ragazzi da seguire. E dire che di tempo ne aveva anche poco, visto che non aveva solo un gruppo ma un’intera comunità pastorale da seguire. I modelli erano quelli del management, niente da fare.

Già la parola programmazione la faceva rabbrividire. E quando i discorsi si chiudevano con “ci aggiorniamo”? Ma ci aggiorniamo di cosa? Che cos’è il bollettino dell’Anas, l’aggiornamento della viabilità sulle strade?

Cercava parole fraterne Laura, cercava parole che altrove faceva fatica a trovare. Parole che fossero coerenti, che trovassero carne nei fatti. E invece le toccava sentire queste qui. E vivere in mezzo a tristi scenari di cui tutti si lamentavano, ma mai nessuno che facesse un colpo di testa. Un sano colpo di testa.

Distruttivo? Ma proprio per nulla.

“Qui non abbiamo il piccone per distruggere – diceva appunto allo stesso don iperattivo che non accettava di vedere le cose che non andavano, e continuava a stare chino con la testa sul suo computer – ma abbiamo una follia da costruire. Una follia che possa essere tutto quello che altrove non è possibile trovare”.

Accogliere con le parole che altrove non si dicono: le parole gentili di benvenuto in una comunità che non è un cortile chiuso, ma è aperta al mondo. Nella libertà di fermarsi per un tratto di strada lungo o corto non importa, le comunità cristiane non si sposano in eterno, ma sono fatte di pezzettini di vita di gente che sostano nel tempo in cui sanno che potranno trovare qualcuno pronto ad ascoltarla.

Dire cose scomode: troppo spesso cerchiamo e troviamo quanti ci dicono ciò che volevamo sentirci dire. Proprio così: “ma Gesù – si chiedeva Laura – ha sempre detto quello che i discepoli volevano sentirsi dire?”.

Essere troppo legati alle cose contingenti del mondo: la vita non è solo il momento che stiamo attraversando, la paura e l’incertezza di un titolo di Borsa che crolla o di un politico che vuole o non vuole dimettersi. E nemmeno il muro eretto dal vicino che ha paura dello straniero, piuttosto che la vecchietta lamentosa o il giovane – sì il giovane! – che non sa sperare e che spesso ragiona piu’ da vecchio che da giovane. Abbiamo creato in molte comunità cristiane dei ragazzi al limite del conformismo, pieni di buoni sentimenti ma che spesso e volentieri vanno in crisi alla prima occasione di metterli in pratica. Gli diamo spesso quello che possono trovare altrove. Ma cambiando l’ordine degli addendi il risultato è lo stesso.

E allora che cosa ci vuole per alzare lo sguardo, per aprirsi a una prospettiva più grande? “Ci vuole il rischio”. Nel fare cose nuove: spostare il sagrato della chiesa un metro più in là, andare nei luoghi “reali” in cui si gioca la vita delle persone. Ma attenzione, andarci senza svendersi per paura di non essere accettati. Andarci con il Vangelo nel cuore. Dare non quello che ci si aspetta, ma quello che è Parola. E se l’abbiamo disimparata torniamo a farcene permeare l’anima. Perché non abbiamo bisogno di altro.

“Era matto Gesù e i discepoli non lo capirono”. Ma siamo ancora in tempo per rimediare.

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