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Procida. VOGLIO VIVERE! Un grido anti-droga.

Pubblichiamo questa riflessione che ci invia Eliana De Sanctis e che ringrazio per la forza, il coraggio e la libertà di questo suo racconto; da leggere e meditare.

Ettore De Sanctis, mio padre. Un uomo dalla vita semplice, come tanti. Ma lui aveva quel qualcosa che lo distingueva, quell’energia rara e particolare che avrebbe colpito chiunque l’avesse conosciuto, quel senso del dovere estremo e quella forza di volontà straordinaria, l’intensa dedizione al lavoro e l’ansioso desiderio di dimostrare di saperlo fare bene, con talento. Le sue erano giornate scandite da un ritmo sempre identico, nel quale riusciva a trovare però il posto per ogni occupazione, sapeva ben giostrarsi tra famiglia, lavoro e riposo. Se poi per riposo si possono intendere le lunghe ore al mare, a nuotare energicamente da un capo all’altro della spiaggia. Oppure le passeggiate a piedi o con la bici, per mantenere il fisico in buona salute. Aveva un vero e proprio culto del ben vivere, una sorta di ossessione. Ed era uno di quelli che non riusciva a stare fermo neanche un momento. Forse perché, di fondo, aveva qualcosa dentro di sè di cui voleva liberarsi, un’inquietudine generata da un profondo senso d’insoddisfazione, insoddisfazione per una vita che gli stava troppo stretta, e si sentiva come in debito nei confronti di se stesso, quasi fosse incapace far fruttare completamente il suo ingegno e le sue doti.

Era alla continua ricerca di qualcosa, senza sapere neanche cosa fosse. Il suo era un volto sempre tirato, immerso nei pensieri, dai rari sorrisi. Sapeva di essere migliore di come appariva e voleva trovare il modo per dimostrarlo. Doveva. Doveva! Ma c’era una sfida molto più grande che di lì a poco l’avrebbe chiamato a combattere: un tumore. Feroce, crudele, spietato. E che aveva tutta l’intenzione di volerlo distruggere. Ma Ettore De Sanctis, mio padre, col suo carattere tutto d’un pezzo, con la sua determinazione e la sua destrezza, con la sua indole ad affrontare la vita di petto, non gliel’avrebbe permesso. Avrebbe lottato con tutta la forza possibile per sconfiggere il suo male.

Ma poco per volta dovette rinunciare alla sua vita di sempre: al suo lavoro, alle passeggiate in bicicletta, al mare che tanto amava. Il suo mondo si sarebbe ridotto a una casa, una stanza, una poltrona. Serrato in così poco spazio non poteva che rimuginare sulla propria esistenza: aveva avuto tanto, senza saperlo apprezzare.

Aveva avuto la salute, la forza, la libertà, la fortuna di una vita normale. Cose che non aveva amato, in nome di qualcos’altro di indefinito che cercava vanamente di raggiungere. E di questo qualcos’altro, ora, non gli importava più niente. Voleva la sua vita indietro, voleva la guarigione. E gli sembrava così assurdo il dover combattere per vivere in un mondo in cui la stragrande maggioranza dei giovani faceva di tutto per morire. Con una salute di ferro, si rovinavano bevendo alcol, prendendo droga, fumando continuamente pacchi e pacchi di sigarette.

Loro, che potevano vivere senza il minimo sforzo. E mio padre, illuminato da uno spirito lucido benché imprigionato in un corpo spossato, si sentiva come in dovere di gridare, con la forza e l’incisione proprie solo di chi conosce il dolore, il suo messaggio di tutela e di rispetto per la vita, esprimendo il desiderio di scrivere una lettera.

Avrebbe voluto rivolgerla a noi giovani, lanciandoci l’invito ad apprezzare la naturalezza e la bellezza delle piccole cose, allo scopo di salvaguardare il benessere, quello autentico, del corpo e dell’anima, senza alterarlo tramite sostanze stupefacenti che, al contrario, finirebbero col debilitarlo, indebolirlo, distruggerlo. E lui, che aveva avuto la sfortuna di sperimentare su di sé le sofferenze lancinanti di un decorso fisico e morale inarrestabile, implorava chi ancora era nel pieno possesso della forza e della salute, di non calpestare e di umiliare la propria vita, ma anzi di proteggerla, di difenderla, di amarla. Sfortunatamente, però, mio padre non ebbe il tempo di realizzare questo suo progetto; nella tarda serata della vigilia del suo sessantesimo compleanno, dolcemente, ruppe i ponti con questo mondo, ma non prima di aver alzato, con l’ultima voce che gli rimaneva prima di zittire per sempre, un estremo, grintoso e disperato urlo: “VOGLIO VIVERE!!!”, che sanciva, come un testamento, la rigorosa essenza della sua natura, che era quella di un uomo assolutamente libero.

Caro papà, spero di esser riuscita, in queste poche righe, a trasmettere il forte messaggio di vita che tanto desideravi far arrivare alle orecchie dei giovani. Sappi che il tuo vigore, la tua grinta e il tuo coraggio non andranno perduti, ma vivranno nel tuo grido di speranza e di amore, nel tuo slancio alla vita, che ha superato la morte.

Eliana De Sanctis

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