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Procida. Commento al vangelo di domenica 19 febbraio 2012

“I tuoi pec­cati ti sono perdonati”.Parola decisiva e sovrana, Parola che libera da tutte le paure, Parola che fa saltare tutte le barriere.

Finora, senza dubbio, si era lasciato condurre e por­tare, avendo paura di vivere la sua vita. Si era rassegnato, sentendosi in­capace d’avere fiducia in se stesso e incapace d’agire senza sentirsi col­pevole. Da questo momento, può iniziare a prendere in mano la sua vita e non solo il suo lettuccio!

Un abbraccio e buona settimana!

Settantaquattresimo appuntamento, con la rubrica dedicata ai commenti al vangelo. Eccovi il commento di questa domenica 19 febbraio 2012. Il vangelo di oggi è di  Mc 2,1-12 . Come sempre abbiamo il video di p. Alberto Maggi con la relativa trascrizione

da scaricare e il file AUDIO da ascoltare , insieme a una riflessione di  Jacques Gaillot , Margherita Brondino e Margherita Pasini.

[youtube hmLzDsc8Uk4]

Insieme vi proponiamo come riflessione il video di don Lello Ponticelli con le “prediche senza pulpito”.

[youtube 5tv9H27lAGM]

RICOMINCIARE DACCAPO. CON LE PROPRIE GAMBE

Mc 2,1-12

«Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: “Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati”»

Quattro uomini portano un paralitico su un lettuccio. Sono decisi a portarlo a tutti i costi a Gesù. Non è certo la prima volta che fanno qualcosa per il loro amico malato. Finora tutto è stato inutile. Questa volta sono sicuri che l’uomo di Nazareth potrà fare qualcosa. Naturalmente, sanno che non sarà facile avvicinare Gesù, ci sono ostacoli da superare: la folla che impedisce l’accesso alla casa e tutti coloro che, nella casa, vogliono accaparrarsi Gesù. Nulla, però fermerà questi quattro uomini. Non mancheranno né d’immaginazione, né d’audacia: il lettuccio passerà dal tetto. Portato da fratelli, il paralitico arriverà davanti a Gesù.

Avete sentito parlare di Ma Yan, quella ragazza, figlia di contadini poveri del nord ovest della Cina? Tredicenne, Ma Yan frequenta la scuola, situata a venti chilometri dal villaggio. Ci tiene molto a studiare, ad andare, un giorno, all’università per uscire dalla miseria familiare. Ma un giorno sua madre le dice che non è più possibile frequentare. Non ci sono più soldi a casa. Tutti i sogni di Ma Yan sono spazzati via. In una lettera a sua madre grida la sua rivolta e la sua disperazione.

Proprio in quei giorni, un gruppo di francesi, passava in quel villaggio e fra loro un giornalista di Libération in servizio a Pechino. La madre ebbe subito l’idea di dar loro la lettera della figlia e anche tre quaderni contenenti i suoi diari. Una bottiglia buttata in mare! Scoprendo questa eccezionale testimonianza, il giornalista ne racconta la storia nel giornale Libération. Immediatamente si scatenano manifestazioni di solidarietà in Francia e in Italia. Nasce un’associazione. I Diari sono pubblicati così come questa incredibile storia. Grazie a questo slancio di solidarietà. Yan può riprendere il cammino, la scuola e con lei una trentina di bambini poveri dei villaggi vicini. Come il paralitico, Ma Yan non era sola. Era portata da tutte le persone che volevano che continuasse i suoi studi e uscisse dalla miseria.

“Vedendo la loro fede”. Dinanzi a tanta determinazione e fiducia, Gesù riconosce la loro fede. Non la fede del paralitico di cui non si fa cenno, ma la fede in atto di questi uomini che si sono adoperati per colui che è malato. Il paralitico è portato dalla loro fede, prima di essere portato da loro sul lettuccio. Non dice nulla. Non chiede nulla. Si lascia portare.

Quale sarà la prima parola che Gesù dirà al paralitico? “Figlio mio”. Stupenda accoglienza! È una parola che guarisce. Invita alla fiducia. Fiducia in se stesso qualsiasi sia il suo passato. Fiducia nell’avvenire. Gesù non gli chiede nulla. Non cerca di sapere che cosa è successo nella sua vita. Pronuncia questa parola decisiva e sovrana: “I tuoi peccati ti sono perdonati”. Parola che libera da tutte le paure, parola che fa saltare tutte le barriere. Il paralitico potrà finalmente vivere la sua vita. Per la prima volta. Finora, senza dubbio, si era lasciato condurre e portare, avendo paura di vivere la sua vita. Si era rassegnato, sentendosi incapace d’avere fiducia in se stesso e incapace d’agire senza sentirsi colpevole. Da questo momento, può iniziare a prendere in mano la sua vita e non solo il suo lettuccio!

Conosciamo questa paralisi che ci impedisce di vivere la nostra vita e di osare essere finalmente noi stessi. Preferiamo farci condurre e portare piuttosto che avere problemi. È così confortevole vivere per procura, lontano dai conflitti! Viviamo secondo i nostri interessi e non secondo le nostre convinzioni. È il rifiuto di sé.

Ho incontrato nelle strade di Parigi un vecchio detenuto che avevo conosciuto in prigione. Ora era libero di andare e venire in città e nonostante ciò mi confidò: “A volte rimpiango la prigione. Là per lo meno sapevo che avrei avuto da mangiare e un letto per dormire la sera. Mentre oggi non so se troverò da mangiare e un luogo per dormire”.

Quando si rimane nella stessa situazione si è protetti. Si hanno abitudini e riferimenti… Non è forse preferibile questo all’avventura della libertà? Quante persone accettano di vivere una certa schiavitù che garantisce la sicurezza piuttosto che intraprendere l’avventura di quella vita che sarebbe la loro. Capiscono che potrebbero fare altre scelte, e combattere altre battaglie, ma preferiscono mantenere le loro vecchie abitudini! Vivendo sottomessi evitano la paura di rischiare. Subiscono, senza prendere iniziative che possano compromettere l’equilibrio trovato. La loro vita è un lungo fiume tranquillo. Non c’è posto né per la collera, né per la ribellione.

Poiché il paralitico si sente amato come un figlio, può finalmente affrontare se stesso e prendere in mano la sua vita. Non si lascerà più portare.

“Signore, sei venuto fra noi per restituirci a noi stessi, alla nostra verità, alla nostra libertà di uomini e di donne. Ci doni agli altri come a dei fratelli e sorelle. Tu ci dai a tuo Padre. Che tu sia lodato!”.

Jacques Gaillot vescovo

La bellezza e la fatica del “farsi carico” di Margherita Brondino e Margherita Pasini

Mc 2,1-12

«Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,18-19).

Il brano del Vangelo di Marco, noto al punto da risultare scontato, semplice e lineare, in realtà costruito ad arte dall’evangelista, si apre e si chiude con una immagine che in vari modi ci è cara: la casa. Si apre con l’osservazione che Gesù è in casa, e si chiude con l’invito rivolto al paralitico di andare a casa sua. Colpisce questa duplice sottolineatura: non ci è facile immaginare la casa di Gesù, e in questo brano la sua casa è a Cafarnao, è la casa di Pietro, mentre nel Vangelo di Giovanni sarà a Betania, la casa di Marta, Maria e Lazzaro. Sembra quasi che la casa, più che eredità di famiglia, sia il luogo in cui stare nelle relazioni scelte e amate. Una casa costruita, voluta, coltivata. Il valore evocativo e simbolico della casa ci richiama anche la casa che è dentro di noi, il luogo della nostra felicità possibile, luogo di quel “di più” che possiamo essere, che noi stessi a volte non pensiamo possibile, quel luogo dove è invitato ad andare il paralitico alla fine del racconto.

Questa inclusione incornicia un racconto sobrio e allo stesso tempo ricco di contrasti, dove chi è immobile e bisognoso viene dall’alto, mentre il suo salvatore sta in basso, dove c’è chi si muove e chi sta fermo, chi reca con sé qualcun altro e chi siede a pensare tra sé, chi si aspetta una cosa e invece ne vede accadere un’altra. Ci consola questo mondo “sottosopra”, che ci educa a viverne l’ambiguità come apertura al valore simbolico, sacramentale, della nostra esperienza, che è come dire “viverla con fede”. Gesù riconosce proprio questa fede alle persone che recano con loro il paralitico e, calandolo dal tetto – un gesto in sé anche ricco di teatralità, di fisicità scomposta ma efficace – lo fanno arrivare davanti a quell’uomo che annunzia “la Parola” che cura, consola, interpella. Una fede che non è (non tanto, non solo) assentire a delle idee, ma è abitare ogni situazione, sapendo che non ha in sé il proprio inizio e la propria fine, ma è aperta alla vita piena che ciascuno di noi porta con sé.

E in questa dinamica delle cose “sottosopra”, scopriamo che non è per la nostra fede che siamo salvati, ma per la fede di qualcun altro. Non a causa delle nostre buone scelte, ma grazie alla presenza di altri che si prendono cura di noi. Noi salvati dagli altri che ci portano, gli altri salvati da noi che li portiamo, in questo gioco di reciproco farsi carico gli uni degli altri. La concreta esperienza che ciascuno di noi ha del “farsi carico” di qualcun altro è estremamente corporea, a volte faticosa a volte splendida, non demorde, si gioca nella fedeltà del “per sempre”.

E di fronte alla parola spiazzante di Gesù, che dice al paralitico che ha di fronte: «Ti sono rimessi i tuoi peccati», probabilmente non la cosa che sperava di sentirsi dire, ecco sorgere in chi sta fermo, e che poi sarà nel resto del Vangelo il persecutore di questo salvatore e portatore di libertà, il primo accenno di contrarietà, al momento solo pensata. La domanda, rivolta agli scribi, ma che interpella in modo vivo il lettore: «Che cosa è più facile?», apparentemente porta alla scontata risposta che sia più difficile dire al paralitico: «Alzati e cammina». Ma a pensarci bene è decisamente difficile dire a uno «ti sono perdonati i tuoi peccati», dire e fare per qualcuno qualcosa che gli ridia la consapevolezza che egli può essere all’altezza dei propri desideri più profondi, quelli che nascono dal suo essere fatto a immagine di Dio. La barella, diventa così, da segno del limite, di ciò che ancorava a terra, un possesso («prendi la tua barella»), segno di una ricchezza, in questo modo nuovo di guardare alle cose.

*co-fondatrici dell’associazione veneziana Ilventointasca, che promuove laboratori di incontro con testi biblici
utilizzando tecniche teatrali

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