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Procida. Commento al vangelo di domenica 18 marzo 2012

L’esperienza religiosa nel giudaismo viene vissuta secondo il modello giuridico che comporta sempre un giudizio, nel cristianesimo come dialogo e relazione d’amore in cui Dio prende l’iniziativa per primo e attende una libera risposta da parte dell’uomo. [V.Mencucci]

Secommenti al vangelo di domenica 17 marzo 2012. Il vangelo di oggi è di Gvttantaottesimo appuntamento, con la rubrica dedicata ai  3, 14-21. Come sempre abbiamo il video di p. Alberto Maggi con la relativa trascrizione e AUDIO .  Inoltre potete leggere una riflessione di V. Mencucci .

Buona domenica!

Un abbraccio
Lina
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Eccovi anche il commento di Don Lello Ponticeli e le “Prediche senza pulpito”
[youtube gX-RT5lm_Mg]
Nicodemo, l’uomo in ricerca

Gv 3, 14-21

L’ammirazione immediata va per Nicodemo. È un fariseo, ma non appartiene al branco, ha conservato la libertà di pensare, ha il coraggio della ricerca senza pregiudizi e perciò è capace di far sentire la propria voce fuori dal coro.

I farisei, come ogni autorità religiosa, reputano di essere i depositari e i custodi della tradizione religiosa che comprende Dio in maniera esaustiva e perfetta, perciò sacra e immutabile. Ogni novità, specie se critica, non può essere opera di Dio, ma del maligno, va quindi combattuta. Il monopolio della conoscenza di Dio garantisce alle autorità religiose prestigio e potere, perciò spesso la difesa dell’ortodossia copre la difesa dei privilegi di casta. Nicodemo è cresciuto nella stessa tradizione culturale, ma non mette la testa nel sacco di nessuno, resta libero. Perciò quando sente la parola nuova e autorevole di Gesù, non si chiude nella difesa del gruppo, ma vuol capire e vagliare l’apporto di verità. Di notte si reca da Gesù per discutere. Di giorno ritorna nel Sinedrio con il coraggio di contrastare il fanatismo. Quando gli altri all’unanimità decidono di catturare Gesù perché in troppi lo seguono, Nicodemo smaschera l’ingiustizia: «La nostra legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?» (Gv7, 51).

Gesù comprende questa intima ansia del cuore di Nicodemo meglio di quanto lui stesso possa fare e lo invita a rinascere nello Spirito per accettare la nuova rivelazione di Dio: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito».

Attenti a non intendere le parole in maniera antropomorfica, ossia alla maniera umana: un padre che manda il figlio a morire per gli altri non è un modello da ammirare. Il linguaggio evangelico va compreso in un più vasto orizzonte teologico. La Trinità riguarda l’essere di Dio, non l’agire, dice san Tommaso; o se vogliamo, la vita interiore, non l’attività esterna verso le creature. Qui è Dio che agisce nella sua unità, anche se poi le singole azioni vengono attribuite alle singole persone per una certa analogia con la caratteristica che la distingue all’interno della vita trinitaria.

«Dio non ha mandato il suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui». L’esperienza religiosa nel giudaismo viene vissuta secondo il modello giuridico che comporta sempre un giudizio, nel cristianesimo come dialogo e relazione d’amore in cui Dio prende l’iniziativa per primo e attende una libera risposta da parte dell’uomo. Nicodemo ha speso la sua vita sino a questo momento nel contesto culturale della legge, ora è chiamato a fare un salto nell’orizzonte della grazia.

Tra queste due prospettive vive il dramma della ricerca e della scelta: di giorno siede nel Sinedrio, anche se ne rappresenta la coscienza critica, di notte va a parlare con Gesù per cogliere uno spiraglio di luce in attesa del giorno. La decisione in questo campo non coinvolge solo il pensiero nel suo freddo calcolo di giustizia o di convenienza. Gesù non è un concetto astratto, ma una persona e di fronte a una persona ci si sente coinvolti innanzitutto con l’emozione, che ha la sua radice nel concreto modo di vivere. «La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie». La concreta vita, in cui la persona è coinvolta con il pensiero, il sentimento e la responsabilità morale, entra in gioco in quel rinascere, o in quel convertirsi che consiste in un nuovo progetto di vita sollecitato dall’incontro con Dio. Che Nicodemo abbia fatto questa scelta nell’intimo del suo cuore, lo possiamo supporre. L’evangelista Giovanni quando narra la sepoltura di Gesù dice: «Vi andò anche Nicodemo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre» (Gv19, 39), mentre gli apostoli e i discepoli, sempre così fanaticamente certi, per paura erano fuggiti

Vittorio Mencucci prete

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