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Procida. Commento al vangelo di domenica 13 novembre 2011

Ma quale logica di giustizia e di paternità è mai questa? Perché mai deve essere condannato da Dio proprio chi dalla vita ha avuto così poco?…..

Vito Mancuso

Cinquantanovesimo  appuntamento, con la rubrica dedicata ai commenti al vangelo. Eccovi il commento al vangelo di  Mt 25, 14-30 di questa domenica 13  novembre 2011, attraverso il video di p. Alberto Maggi (con relativa  trascrizione del suo commento da scaricare) e una riflessione di Vito Mancuso e Paolo Curtaz.

[youtube bqrCZ1jvSsc]

Insieme a queste potete vedere anche il video di don Lello Ponticelli con le “prediche senza pulpito”.   [youtube xKuVbNQvCQM]

XXXIII TEMPO ORDINARIO – 13 novembre 2011

SEI STATO FEDELE NEL POCO,
PRENDI PARTE ALLA GIOIA DEL TUO PADRONE!

Commento al Vangelo di p. Alberto Maggi OSM

Mt 25,14- 30
[In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:] «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque.
Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse:
“Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.

Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Parabole in contrasto

di Vito Mancuso

Mt 25,14-30

A differenza del passato, ormai tra noi cristiani non si hanno problemi a dichiarare la propria perplessità di fronte ad alcune pagine bibliche appartenenti a ciò che chiamiamo Antico Testamento e che a mio avviso è meglio denominare “Bibbia ebraica” o “Scritture ebraiche”. Siamo però restii a compiere la medesima operazione per alcune pagine del Nuovo Testamento, tanto più se esse appartengono ai Vangeli. Eppure di pagine problematiche dal punto di vista morale e spirituale nel Nuovo Testamento e anche nei Vangeli ve ne sono, e a mio avviso la pagina di oggi è tra queste. Ciò che di questa parabola raccontata da Gesù a Gerusalemme ferisce la mia coscienza è l’ingiustizia che presiede la distribuzione dei talenti. Perché a un servo ne vengono dati cinque, a un altro due e a un altro uno solo? Perché non a tutti la stessa cifra? Perché una tale sproporzionata differenza tra chi ha avuto cinque e chi solo uno? E perché a essere condannato è proprio chi ha avuto meno?
Esco dalla parabola e guardo alla vita reale. Non parlo delle diseguaglianze tra gli uomini create dagli uomini stessi per il fatto che alcuni (pochi) sono molto ricchi e altri (molti) sono molto poveri. Parlo delle diseguaglianze create dalla stessa natura e quindi, secondo la dottrina tradizionale, da Dio che la presiede. Perché, talora persino nella stessa famiglia, qualcuno nasce molto dotato e qualcun altro poco o per nulla dotato? Perché qualcuno viene al mondo con un carattere solare e pieno di voglia di vivere e qualcun altro invece con un carattere malinconico e quasi privo di spinta vitale? Perché vi sono persone che fin da bambini guardano alla vita con positività ed entusiasmo ed altre che della vita hanno paura e se ne ritraggono? Il servo della parabola forse era uno di questi. Egli stesso infatti dichiara di avere paura: «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il talento». Il padrone con una punta di orgoglio conferma tale durezza attribuitagli dal servo: «Mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso». Ma quale logica di giustizia e di paternità è mai questa? Perché mai deve essere condannato da Dio proprio chi dalla vita ha avuto così poco? Vi sono esseri umani per i quali vivere è difficile, persone che forse non impareranno mai fino in fondo il mestiere di vivere, e non per cattiveria o pigrizia, ma perché la vita li ha segnati fin dal loro venire al mondo, persone che hanno ricevuto pochissimi talenti e per i quali già solo il giungere alla fine della vita senza dissipare il poco che hanno ricevuto è un’impresa.
Questa parabola così severa che manda nelle tenebre eterne dove sarà pianto e stridore di denti chi è stato sfortunato e invece promuove ai più alti livelli chi già ha avuto fortuna di suo («toglietegli il talento e datelo a chi ha dieci talenti»), è in singolare contrasto con un’altra parabola di Gesù, quella degli operai mandati nella vigna (Matteo 20,1-16), nella quale invece a presiedere totalmente il racconto è la logica della gratuità. Com’è possibile conciliare le contrastanti prospettive delle due parabole di Gesù? Non vi è infatti una palese contraddizione tra l’affermazione del primato del lavoro e del merito personale (parabola dei talenti) e l’affermazione del primato della grazia e della logica gratuita divina (parabola degli operai mandati nella vigna)? La parabola dei talenti è sintetizzata da Gesù nel dire «a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza» secondo una perfetta logica della retribuzione; la parabola degli operai mandati nella vigna invece viene sintetizzata da Gesù nel dire «gli ultimi saranno i primi, e i primi ultimi» secondo una logica che capovolge del tutto la retribuzione. Mi fermo qui, consegnando ai lettori questi spunti per muovere dentro di sé alcune domande a colui che noi cristiani chiamiamo maestro e signore.

*teologo, docente di Teologia moderna e contemporanea presso la Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano, è editorialista del quotidiano “la Repubblica”. Il suo ultimo libro è Io e Dio. Una guida dei perplessi (Garzanti, 2011)

13 novembre 2011 – Doni del Signore

Stiamo per salutare Matteo, il pubblicano diventato discepolo del Regno, per incontrare Marco, discepolo di Pietro e iniziare il percorso di avvento.
Ma, prima di lasciarci, Matteo vuole consegnarci alcune parabole impegnative, rivolte non più all’uditorio di Gesù, ma alle comunità cristiane che da lui prendono ispirazione ma che rischiano di addormentarsi, di non credere più alla venuta del Signore, al suo ritorno nella gloria.
Di fare come le amiche della sposa che si abbioccano.
Invece, dice Matteo, siamo chiamati ad essere svegli, desti, operosi.
Siamo chiamati a rendere presente il Regno là dove viviamo finché egli venga.
Siamo chiamati a far fruttare i talenti che il Signore ci ha donato.

Talenti
Diversamente da Luca, Matteo aggiunge alcune sfumature alla parabola che la orientano verso la comunità che celebra questo vangelo. Il talento, allora, non è più un dono che abbiamo ricevuto per il bene comune, come ci verrebbe subito da pensare, ma un dono prezioso che il Signore fa a ciascuno e che ciascuno di noi è chiamato a far fruttare secondo le proprie capacità, capacità che, quindi, già possediamo.
Il padrone si fida dei servi: non dice come devono fare a far fruttare il talento ed è la loro capacità operosa a farli fruttare e non, come invece lascia intendere Luca, una qualità intrinseca al talento.
Talento che, ricordiamocelo, è una grande dono!
Per avere un ordine di grandezza, un talento corrisponde a vent’anni di lavoro di un operaio, quindi fra centocinquanta e duecentomila euro! Al primo servo viene consegnata la strabiliante cifra di 1,2 milioni di euro, da farci un bell’investimento!
E così accade: i primi due servi fanno fruttare il talento, raddoppiandone il valore.
Nell’interpretazione Matteana cosa i talenti?
I dono preziosi che Gesù fa alla comunità cristiana: la Parola, i sacramenti, la logica nuova del Vangelo, la Chiesa. Doni preziosi che ci hanno cambiato la vita e che siamo chiamati a far fruttare, non a lasciare irrancidire.
Che tristezza vedere le nostre comunità fare come il terzo servo che seppellisce il talento del Signore sotto cumuli di prescrizioni e di ritualità esteriori…

Paure
Il terzo servo viene duramente punito, in maniera esagerata.
Dio si comporta con lui come lui immagina che sia Dio.
Il fedele che si immagina Dio come un orribile mostro fa di Dio un’esperienza orribile. Se non convertiamo il nostro cuore alla novità del vangelo, alla fiducia di un Dio che ci consegna suoi tesori, fidandosi di noi, non faremo che portare avanti, di lui, un’idea piccina e sconfortante.
Troppo spesso, ancora!, Dio assomiglia alle nostre proiezioni, al Dio giudice severo che mi controlla e mi fa tribolare.
Una fede fondata sulla paura non da nessun frutto.
Intimorito dalla sua idea di Dio, replica stizzito il padrone, avrebbe potuto almeno dare il talento ad una banca (la comunità?) che lo avrebbe fatto rendere. Il dramma, invece, è che alcuni servi, alcuni discepoli, pur avendo ricevuto un grande tesoro, non lo fanno fruttare ed ostacolano chi lo farebbe fruttare.
Quant’è vero…

Grandi donne, grandi uomini
La liturgia, in maniera birichina, chiede al discepolo di essere virtuoso ed operoso come una donna di casa.
La splendida pagina del libro dei Proverbi ci dipinge il modello di una donna virtuosa secondo i canoni dell’antichità ebraica. A noi, oggi, specialmente alle donne lettrici!, questa descrizione fa sorridere, e, forse, urta.
Eppure c’è una profonda verità dietro il ritratto della donna virtuosa dedita al lavoro: se da una parte la Bibbia è intrisa di sentimenti misogeni tipici dell’epoca, dall’altra, diversamente da come ci immaginiamo, valorizza il ruolo della donna e chiede al marito (duemilatrecento anni fa!) e ai figli di riconoscerne il talento.
San Paolo ci invita a vegliare, a stare desti. In un mondo narcotizzato e sazio, stanco e convulso, è già una gran cosa non omologarsi, ragionare con la propria testa.
E con il vangelo in mano.

Comunità di talentuosi
Nell’attesa del ritorno del Signore corriamo il rischio di stancarci, di tenere basso il profilo, di attendere senza operare. Come il servo idiota della parabola, spesso seppelliamo i nostri talenti o li mettiamo in contrapposizione gli uni con gli altri.
La logica del mondo chiede di essere produttivi, aggressivi, decisi, forti, per spaccare il mondo, per conquistare mercati e danari. Nella logica del Regno ciò che conta è amare e ciascuno, anche la persona anziana, anche il fratello inabile, diventa una risorsa estrema nel mercato del cuore inaugurato dal Maestro, là dove sono beati i poveri e i sofferenti.
Gesù non sopporta un atteggiamento rinunciatario e lamentoso da parte delle nostre comunità, ma ci invita ad essere operosi e fecondi, non nella logica del mondo (non siamo una holding del sacro!) ma nella direzione della condivisione evangelica e della Profezia.
È possibile, amici: le nostre Parrocchie, smarrite nelle profondità della provincia o anonime tra anonimi caseggiati delle nostre periferie, sono chiamate a diventare volto povero della presenza di Dio.
Povero perché fatto da noi, perché composto da fragili discepoli, ma piene di speranza perché orientate alla venuta dello sposo…

Buona settimana, intenti a far fruttare i talenti che il Signore ci dona!

Don Paolo Curtaz

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