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Perchè i porti italiani rischiano l’irrilevanza. Intervista a T. Costagliola

di Nicola Silenti da Destra.it

Una politica impicciona, lo spreco dei fondi dello Stato e dell’Unione europea e un interminabile campionario di patologie e intoppi endemici. I mali che affliggono la portualità italiana continuano a perpetrarsi sempre uguali a sé stessi come le stagioni, in uno stallo che pesa come un’insostenibile zavorra sulla schiena del comparto e del suo enorme indotto.

Una situazione desolante che stride con l’impegno quotidiano dei lavoratori del settore e che suona ogni giorno di più inaccettabile per i tanti professionisti che non si vogliono arrendere all’irrilevanza di un settore dalle potenzialità sconfinate , come denunciato da tempo da Tobia Costagliola, firma tra le più prestigiose della stampa del settore nonché brillante autore di profonde riflessioni su vari aspetti del mondo marittimo , spesso riportate sul foglio telematico di Decio Lucano DL NEWS. Collaboratore tra i più stretti della famiglia Lauro e in seguito apprezzato professionista di altri prestigiosi gruppi italiani del comparto, il capitano Costagliola vanta, tra l’altro, una vasta esperienza in materia di portualità, che studia e approfondisce da anni nella convinzione che «molto dello stato di salute delle nostre città e delle loro prospettive di sviluppo dipende proprio dai nostri porti».

Capitano Costagliola, da anni si dibatte nel Paese sul tema della riorganizzazione dei porti. A che punto è oggi la situazione?

«E’ da parecchi anni che si scrive e si legge di tutto e di più sui porti italiani e sulla loro riorganizzazione. L’intera situazione della portualità nazionale è stata analizzata e sviscerata, facendo in particolare attenzione al lungo e difficoltoso iter delle nomine dei presidenti e dei comitati: è ancora vivo l’eco delle dichiarazioni enfatiche e dei programmi annunciati dai neopresidenti sotto lo sguardo vigile del ministro Delrio. Tuttavia, i problemi del comparto continuano a essere nel complesso gli stessi di sempre, pur nella diversità delle posizioni geografiche e logistiche: un’eccessiva invadenza della politica, i soliti privilegi di pochi, progetti fantasiosi e irrealizzabili, campanilismo, burocrazia patologica, incapacità di utilizzo dei fondi pubblici e via dicendo».

Riesce a individuare qualche motivo di ottimismo all’orizzonte?

«In realtà, stando a quanto emerso dal recente Forum internazionale di Conftrasporto – Confcommercio, il mio pessimismo sul tema si è rafforzato. Basta porre attenzione ai numeri di una ricerca di Confcommercio sui porti italiani per comprendere le ragioni della mia sfiducia. Da questo studio emerge che tra il 2005 e il 2015 le quote del traffico portuale in Italia sono calate dal 23 al 19 per cento del totale, e dei 25 principali scali nazionali, soltanto sei hanno definito un piano regolatore portuale come prevedeva la legge di riforma del 1994: Genova, Trieste, La Spezia, Livorno, Civitavecchia e Cagliari. Di questi, solamente Livorno, Trieste e Cagliari hanno colto le opportunità di semplificazione offerte dalla riforma Delrio. Uno dei problemi individuati all’origine di questa debacle sta nel fatto che l’Italia ha la disponibilità dei soldi stanziati dall’Unione europea, ma non riesce a spenderli. Facile convenire con le conclusioni di Conftrasporto: nessuna riforma può bastare da sola, sono le autorità di sistema che devono lavorare, ma molte non lo fanno, tant’è vero che la gran parte degli scali italiani ha dei piani portuali vecchi di cinquant’anni. E’ evidente che, se il sistema nel suo complesso non riesce ad ammodernarsi, l’Italia sarà tagliata fuori da ogni mercato>>.

Un sistema incapace di adeguarsi ai tempi è un onere inaccettabile per un Paese che mira al rilancio della propria economia. Le sfide della concorrenza globale non concedono deroghe né rinvii: nessuno può concedersi il lusso di farsi trovare impreparato».

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