Pirateria marittima: un fenomeno incontenibile

Di Ferdinando Pelliccia liberoreporter.it
Il fenomeno della pirateria marittima al largo della Somalia ha negli ultimi tre anni acquisito un aspetto drammatico e preoccupante. Questo, nonostante che la comunità internazionale si scesa in campo a combatterlo. Attualmente sono trattenuti in ostaggio decine di navi e centinaìa di marittimi di diversa nazionalità tra cui degli europei e in particolare 11 italiani.

La nave vietnamita battente bandiera Mongolia la MV ‘HOANG SON SUN’ è stata rilasciata dai pirati somali. La terribile esperienza vissuta dal capitano Dinh Thang Tat e degli altri marittimi vietnamiti, membri dell’equipaggio, è finita lo scorso giovedì. In tutto 24 lavoratori del mare. Purtroppo, per due di loro l’incubo si è trasformato in tragedia. Risultano scomparsi o perché sono riusciti a fuggire o uccisi durante la prigionia. La nave era stata catturata il 19 gennaio del 2011. I pirati somali hanno rilasciato nave e marittimi solo dopo aver ricevuto un riscatto. La nave si è diretta subito verso l’approdo più vicino ossia il porto di Salalah nel sud del Sultanato dell’Oman. La società armatrice della nave, la HOANG SON CO LTD, con sede a Thanh Hoa City in Vietnam, ha fino alla fine cercato di ottenere il rilascio di nave e uomini evitando di pagare un riscatto, ma come tutti, ha dovuto cedere e pagare, anche se ridotto rispetto alla richiesta iniziale fatta dei pirati somali. I pirati somali infatti, hanno come loro unico scopo, nel compiere la loro attività criminale, quello di ricavarci soldi. Non importa quanto tempo ci voglia. E’ stato stimato che ogni anno l’attività piratesca frutti ad un pirata somalo mediamente 70mila dollari. I moderni filibustieri somali sono disposti ad aspettare anche mesi prima che la compagnia di navigazione proprietaria della nave catturata o il governo a cui appartengono nave ed equipaggio paghino per il loro rilascio. A nulla è valso ogni tentativo di tergiversare o di cercare mediazioni impossibili. Alla fine è stato pagato un riscatto che per la MV ‘HOANG SON SUN’ è stato di 4,8 mln di dollari a fronte degli 8 richiesti. Il problema di fondo, che è comune a gran parte del naviglio che solca i mari, è che per la nave vi era copertura assicurativa contro i dirottamenti, mentre per l’equipaggio e il carico non vi era alcuna assicurazione. Per cui quando i predoni del mare pretendono un grosso riscatto come contropartita per il rilascio della nave catturata spesso gli armatori non sono in grado di pagare la somma. In alcuni casi gli armatori ricorrono al sostegno dello stato a cui appartengono o agli assicuratori. Questo in maniera spesso ufficiosa. I governi di molti Paesi hanno infatti, dichiarato ‘guerra’ alla pirateria marittima al largo della Somalia che sta gettando nel caos il trasporto marittimo internazionale lungo una delle vie d’acqua più importante per la navigazione commerciale, quella che collega l’Asia con l’Europa. In quello che è stato ribattezzato ‘il mare dei pirati’ sono dispiegate le navi da guerra di almeno 25 Paesi. Oltre agli USA e i suoi alleati della NATO, anche quelle della Russia, Cina, India, Giappone, Pakistan, Corea del Sud, Malesia, Arabia Saudita, Iran, Egitto, Filippine, Australia e altri. Un dispositivo antipirateria suddiviso in diverse missioni internazionali come quello creato dal Pentagono e gestito dalla V Flotta USA, il ‘Combined Task Force, Ctf-151’, quella dell’Alleanza Atlantica ‘Ocean Shield’ e la missione ‘Atalanta’ a guida Ue. Persino l’ONU è coinvolto nella lotta alla pirateria marittima. La prima missione navale internazionale in chiave antipirateria marittima venne proprio autorizzata dal Consiglio di Sicurezza con la risoluzione 1838 del 5 ottobre 2008. Una risoluzione che autorizzava qualsiasi nave a perseguire le navi pirate nelle acque territoriali somale. Di fatto qualsiasi nave da guerra di un Paese che dichiara di voler combattere la pirateria marittima può indiscutibilmente navigare in lungo e in largo nel mare del Corno D’Africa e non solo. Si tratta di una lotta in cui si stanno impiegando ingenti risorse materiali ed economiche. Alla data del 16 settembre però, secondo UE NAVFOR risultano trattenute in ostaggio in mano ai pirati somali 15 navi e 321 marittimi di diversa nazionalità tra cui degli europei e in particolare 11 italiani. Mentre altri ritengono che in mano ai moderni filibustieri vi siano almeno 48 navi e 504 marittimi. Questo secondo computo appare più reale. In quanto nel conto delle navi catturate vanno conteggiate anche un numero imprecisato di navi da pesca e altre più piccole catturate dai pirati somali. Inoltre nel conteggio degli ostaggi vanno computati anche i due velisti dello Yacht sudafricano NY Choiziln i sei marittimi della MV Leopard e i sette della MV Venture Asfalto. Inoltre, a questo elenco bisogna aggiungere anche i diversi altri casi di navi, che sono state catturate al largo delle coste della Somalia, ma i cui sequestri o non sono stati denunciati o non se ne è saputo nulla in quanto non erano registrate e pertanto, sono state abbandonate al loro destino dai loro armatori e quindi scomparse senza lasciare più traccia di esse. ‘Giustamente’ chi tiene il conto tende al ribasso. Però, comunque sia questo vuol dire, visti i risultati, che si stanno spendendo inutilmente miliardi di dollari l’anno per le navi da guerra delle marine militari impegnate nelle missioni anti pirateria marittima internazionali. I pirati somali infatti, continuano a colpire, mentre i diversi governi del mondo, Italia in testa, si affannano a voler dimostrare l’efficacia della loro politica di non negoziare con i pirati somali e di non aver, almeno ufficialmente, pagato mai un riscatto. Intanto, però, gli stessi Paesi però, pagano milioni di dollari l’anno per mantenere le loro navi da guerra dispiegate nel ‘mare dei pirati’. Ogni nave da guerra costa al proprio Paese, al giorno, circa 100mila dollari. Il computo per difetto del costo della sola missione Ue ‘Atalanta’ è di circa 2 milioni di euro al giorno pari a 720milioni all’anno. All’Italia una missione di circa tre mesi di un’unità navale della Marina Militare costa circa 9 milioni di euro. Appare immediatamente chiaro che mentre da un lato si cerca di non pagare i riscatti ai pirati somali dall’altro poi, si spendono migliaia di milioni di dollari per combatterli inutilmente. Quasi converrebbe più lasciare ‘lavorare’ i pirati in tranquillità. I costi della pirateria somala in riscatti pagati è poco superiore ai 200 mln di dollari l’anno. Nelle casse dei pirati somali sono infatti, entrati nel 2008 circa 55 mln di dollari, nel 2009 oltre 100 mln di dollari e nel 2010 oltre 200 mln di dollari in riscatti pagati. Il conto è presto fatto. Un risparmio economico altissimo e meno sofferenza per tanta gente. Allora perché dal 2008 la comunità internazionale si ostina a combattere i pirati somali, mettendo in campo anche tecnologia avanzata, ma non raccogliendo alcun frutto? Il contrasto alla pirateria marittima al largo della Somalia è fortemente condizionabile da tanti fattori, ma quello che prevale su tutto è il business che ruota intorno al fenomeno. Un mare di dollari che scorre nel mare dei pirati. Denaro a cui in tanti attingono o vorrebbero. Il giorno che tutto questo cesserà, terminerà anche la ‘cuccagna’. Un esempio. Ufficialmente il governo somalo si oppone al pagamento di questi riscatti ai pirati somali perché ritiene che i milioni di dollari dati ai pirati non fanno altro che alimentare la minaccia del fenomeno. Il governo di Mogadiscio non smette mai di chiedere e ottenere dalla comunità internazionale aiuti economici, a suo dire, per poter meglio combattere la pirateria marittima sulla terraferma. I principali covi pirati però, si trovano lungo le zone costiere della Somalia, principalmente nella regione semiautonoma del Puntland dove però, Mogadiscio non ha giurisdizione. Di fatto questo business ormai non è più controllabile però, più durerà meglio sarà per chi ne gode i benifici. Nonostante che il sentiero che il denaro proveniente dai riscatti percorre è ormai ben definito e consolidato nessuno interviene per bloccarlo. Uomini d’affari lo riciclano e lo investono attraverso i Paesi sviluppati e spesso anche attraverso quelli ricchi di petrolio. Esiste un vero e proprio mercato che ruota intorno al fenomeno. L’intero processo è gestito quasi come una borsa con quotazioni che salgono e scendono a secondo del successo o fallimento degli abbordaggi delle varie gang del mare. Inoltre, gli scarsi risultati acquisiti stanno dando linfa a chi ‘pretende’ di militarizzare i mercantili imbarcandovi uomini armati. Un tentativo che di certo sta però, portando solo ad un aumento della violenza. I pirati somali hanno infatti già cambiato tattica, usando le navi catturate come ‘Navi Madri’, da dove lanciare l’attacco con i loro barchini, e i marittimi ostaggi come scudi umani. Inoltre, si registrano sempre di più attacchi pirati con delle vere e proprie flottiglie di barchini, non meno di sette. Nessuno sembra accorgersene, o fa finta, che un manipolo di uomini, i pirati somali non sono che un migliaio, stanno tenendo in scacco la comunità internazionale. A pesare su tutto, in maniera anche tale da rendere nulla l’azione di contrasto alla pirateria, è la mancanza di una giurisdizione internazionale. Questo infatti, mette in condizione le navi da guerra delle flotte antipirateria, per le regole d’ingaggio a cui sono vincolate, di non poter spazzare via la pirateria somala. I militari infatti, stranamente e in maniera assurda non possono arrestare i pirati se manca la flagranza di reato. E anche quando invece, i pirati vengono colti con le mani nel sacco non è certa la pena. Ben oltre 17 Paesi hanno finora messo sotto processo almeno 800 pirati somali. Negli USA addirittura, dopo quasi due secoli, è stato celebrato, nel 2010, un processo per pirateria marittima. Però, ad essere condannati sono stati solo un centinaio di predoni del mare. Il fenomeno della pirateria marittima al largo della Somalia ha infatti, negli ultimi tre anni acquisito un aspetto drammatico e preoccupante. Questo, nonostante che la comunità internazionale intera, si scesa in campo a combattere il fenomeno. Sembra strano, ma è la verità. Tutto questo riporta alla mente Penelope, la moglie di Ulisse, e la sua tela, tessuta di giorno e disfatta di notte per prolungare i tempi di attesa dei principi che pretendevano la sua mano.

Ferdinando Pelliccia
liberoreporter.it

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