Politica: Anche a Procida ritroviamo lo spirito di servizio.

di Michele Romano

Si parla drammaticamente di fine della democrazia, di post democrazia. E’ suggestiva la terminologia, ma merita una riflessione critica perché l’uso e l’abuso della particella post applicata alla democrazia, e a quasi tutti i fenomeni attuali, rivela l’incapacità di definire la condizione specifica del nostro tempo.
L’impoverimento della riflessione politica è strutturalmente connesso all’omnipervasivo sistema mediatico-televisivo rispetto ad ogni altra forma tradizionale di trasmissione-mediazione sia dell’informazione che della cultura, per la cui la politica è diventata parte dell’intrattenimento dei cittadini. E qui nascono alcuni interrogativi: che razza di democrazia viviamo? Quale rapporto con il popolo dei cittadini?
Per quanto riguarda l’idea di democrazia in generale l’innovazione più significativa nel linguaggio politico è avvenuta nel concetto di popolo, il depositario degli interessi sostanziali della democrazia. Si pensi alla denominazione di “Popolo della Libertà” del partito di Berlusconi e alla retorica della Lega Nord, in cui il riferimento al popolo è utilizzato in senso polemico contro il sistema democratico esistente e le sue regole di rappresentanza, introducendo il concetto che il popolo è chi lo vota e non la nazione nella sua interezza. Per cui se questo popolo vince le elezioni può pretendere di modificare la Costituzione frantumando così la dimensione del “demos” totale e sovrano quale fondamento stesso della democrazia.

Spesso, per spiegare l’anomalia italiana, si tenta di sottolineare una estraneità tra il sistema politico (inefficiente e inadeguato) e la società civile (vitale e ricca di risorse ed energie). Non a caso molti s’appellano ad una società civile italiana che si contrapponesse a Berlusconi. E’ un errore. Il berlusconismo, infatti, è esso stesso espressione della società civile italiana o, più esattamente, della sua disgregazione e del suo disorientamento. Molte patologie sociali (assenza di senso civico e senso dello Stato, endemica complicità di molte regioni e gruppi sociali con la criminalità organizzata, comportamenti antisolidali e razzismo latente) non provengono dal di fuori, ma dal ventre della società civile, naturalmente senza negare l’esistenza di gruppi, settori, parti della società civile, attivi, generosi, preziosi per la concreta realizzazione della democrazia. A questo punto si pone un altro interrogativo: nel rapporto privilegiato tra popolo dei votanti e leader che fine ha fatto la classe dirigente? In Italia esiste ancora una classe dirigente degna di questo nome?

L’interrogativo sorge spontaneo osservando la paralizzante litigiosità della politica, il lamento continuo da parte di tutti i gruppi più o meno organizzati, in una società che tira avanti tra alti e bassi, aspettando dalla politica soltanto aiuti particolari, deroghe anziché un disegno complessivo di carattere generale. Inoltre, dov’è la classe dirigente in senso ampio? (Responsabili dell’economia e della finanza, delle organizzazioni del lavoro, del settore educativo e anche gli esponenti della Chiesa); che fine ha fatto, in questo contesto, il ceto politico in senso stretto cui compete il ruolo dirigente in modo specifico in quanto dispone della competenza legislativa e di governo che dovrebbe guidare l’intera Comunità? In tal senso, nessuno degli attori sopra ricordati possiede espressioni di grande respiro accompagnate dalla determinazione di attirarle all’interno di una grande idea orientativa di carattere generale che dovrebbe caratterizzare una classe dirigente degna di questo nome.

Tutto ciò si può percepire nella sua concretezza e visibilità entrando nel cuore della nostra, pur se piccola, realtà, dove assistiamo ad una forte opacità ed indifferenza da parte di chi ha le linee guida della società isolana a partire dalla politica, tranne qualche rara ed antica eccezione, ai produttori di servizi sociali e culturali e, con rammarico, anche la Chiesa che, in parte, si è assuefatta a questo clima.

Così si percepisce la sensazione di entrare nel vortici di una nebbia fitta dove appare dissolta la capacità più vitale di una società cioè la gioventù, la più colpita in modo profondo e acuto della catastrofica crisi in cui versa la politica ridotta ormai a forma obsoleta di rappresentazione in cui giovani e non si segnalano più per i cattivi esempi che per le gesta virtuose.

Pertanto urge uscire da questa nebulosa, per chi ha cuore e mente di non far morire definitivamente la democrazia, attraverso un forte processo educativo che rimetta al centro della scena l’antico e originario significato della politica imperniato sullo spirito di servizio nell’ambito di una dimensione comunitaria e solidale.

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