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Procida: Callìa “cose belle”, una terrazza sul borgo di Corricella

calliadi Giacomo Retaggio

Percorso il restante della via di S. Rocco ti vieni a trovare nello slargo di Callìa, ampio terrazzo sulla Corricella dal lato di sud- est, che puoi raggiungere attraverso una lunga scalinata a zig- zag, costruita alla fine degli anni quaranta del secolo scorso  al posto e lungo la montagna franata poco prima. E rifletti che quello delle frane a Procida è un problema serio: la roccia, tranne che in alcuni punti come Solchiaro, è quasi tutta di tipo sedimentario e quindi molto friabile. Il vento, la pioggia ed il mare fanno il resto. L’isola(e non è una panzana) si riduce sempre di più. Ti viene in mente ciò che spiegava ai propri allievi, carte e grafici alla mano, un docente di geologia della Federico II incontrato per caso, proprio ieri, nella piazza di “Sènt’Cò”: Procida nel giro dei prossimi cinque- seicento anni scomparirà! Un brivido ti ha attraversato la schiena. E come faremo? Ti sei chiesto. Poi hai riflettuto che tra cinque- seicento anni non ci sarai più tu, i tuoi figli, i tuoi nipoti ed anche i nipoti dei nipoti e chissà quanta altra gente ancora e ti sei rasserenato. Ma ti è venuta una voglia di godertela appieno quest’isola, adesso, in previsione della sua scomparsa. Sei a Callìa in questo momento: un altro nome di origine greca come a ribadire ancora una volta le radici elleniche di Procida e delle sue contrade. Callìa è il plurale neutro dell’aggettivo greco Kalòs e significa letteralmente “cose belle”. E mai definizione fu più appropriata: un vasto terrazzo sul mare della Corricella inserito in un contesto architettonico dal sapore antico. Una sera di maggio di quest’anno per la prima volta fu organizzata proprio in questo posto la prima “Festa del limone di Procida”. Fu uno spettacolo di una suggestione indicibile, oltre che per la bontà del prodotto, soprattutto per la spettacolarità dell’ambiente. In questo slargo, al centro di un’aiuola, fa bella mostra di sé la famosa “Vréccia re Callìa”, una piccola colonna di granito posta lì nei secoli scorsi a delimitare i confini tra la “grancia” della Madonna delle Grazie e quella di S. Leonardo. Segno del viscerale attaccamento dei Procidani ciascuno al proprio campanile. Una volta questo sentimento era molto più spiccato, ma neanche oggi si scherza: Procida è un paese composto da tanti  microcosmi ciascuno corrispondente ad una “grancìa” con al centro il suo campanile. Basti considerare che su una superficie di scarsi quattro chilometri quadrati e su una popolazione di circa diecimila abitanti si contano ben quattordici chiese. Sarà stato per questo, tu pensi, che qualche monsignore dei secoli scorsi usava affermare con sussiego: Prochyta semper cristiana fuit (Procida fu sempre cristiana)?  Come se bastasse il numero delle chiese a testimoniare la “Pietas” di un popolo. Ma questo è un altro discorso… Percorsa via S. Rocco da questo punto ti avvii per via Marcello Scotti. Questa strada, prima dell’unità d’Italia, era la via principale di Procida e veniva citata come “la via di Franco” dal nome di un sindaco, Scotto di Franco, che abitava proprio in uno dei palazzi che sorgono su questa strada. Le costruzioni antiche che si ergono lungo questo percorso, quasi tutte sul lato sinistro, sono molto alte rispetto all’ampiezza della via, hanno un aspetto nobile perché erano (e in parte sono) le residenze delle più antiche famiglie di Procida e lasciano trasparire un trascorso benessere economico, frutto della settecentesca e ottocentesca attività armatoriale dei loro proprietari. Questi palazzi, uniti gli uni agli altri senza soluzione di continuità, hanno dei grossi portoni di legno che immettono in splendidi giardini, nascosti alla vista esterna, che arrivano fino al mare della spiaggia della “Chiaia”. Molti di loro possiedono anche una discesa personale  al mare e sono forniti di cappelle private che permettevano ai loro proprietari di assistere alle funzioni religiose senza uscire di casa. In queste abitazioni (ma anche in molte delle case più antiche e nobili del centro storico dell’isola) puoi osservare inoltre i cosiddetti “altari- armadi”: si tratta di mobili che, ad ante chiuse, sembrano dei comuni armadi, ma, schiuse le porte, si trasformano in veri e propri altari, quasi sempre di legno dorato, con tutto l’occorrente per svolgere una funzione religiosa. A te, uomo di oggi, sembrano assurdi questi fatti e questi modi di comportarsi dei Procidani di qualche centinaio di anni addietro, ma non è così. Innanzitutto devi riflettere che la gran massa degli isolani, gente semplice, ignorante e che faticava non poco per mettere insieme pranzo e cena, non si sognava neppure di assistere ad una messa celebrata in casa. Era solo una piccola parte della popolazione, quella benestante, che se lo poteva permettere perché si era costruito gli strumenti (cappelle, altari-armadi ed altro) che dava la possibilità di assistere alle funzioni religiose a domicilio. D’altra parte non puoi ignorare che fino a meno di un centinaio di anni or sono non era certo la “mano d’opera religiosa” che mancava a Procida. Basti pensare che, su una popolazione di una decina di migliaia di abitanti si e no, potevi contare su uno staff di circa ottanta preti secolari residenti, esclusi i monaci del convento di Santa Margherita. Il che significa quasi un prete ogni cento abitanti. L’alto numero di religiosi ha conferito a Procida una conformazione particolare estremamente confessionale ed ha contribuito in modo decisivo, nel bene e nel male, alla storia dell’isola, anche perché essi erano quasi gli unici, a fronte di un popolo analfabeta, a “saper tenere la penna in mano”.  Non era raro nei secoli scorsi che in una sola famiglia ci fossero anche due, tre preti. La presenza di questi era, infatti, segno di distinzione e dava prestigio sociale, anche per i risvolti positivi di natura economica che ciò comportava. Era in uso fino a pochi decine di anni addietro augurare ad un giovane procidano in cerca di moglie “di trovarla bella, ricca e nipote di  prete”. Alcuni tra questi religiosi erano di una cultura eccezionale, qualcuno a livello europeo come Marcello Scotti a cui nell’Italia post- unitaria è stata dedicata la via che stai percorrendo. Questi tra l’altro scrisse “Il catechismo nautico”, un decalogo comportamentale per “la gente marittima”, e un saggio ( anonimo) su “La monarchia dei papi” , chiara allusione al malgoverno di Ferdinando IV di Borbone. Questi, convintosi in base ad indagini e spiate che l’autore ne era il prete procidano, già in odore di repubblicanesimo, lo fece impiccare nel gennaio del 1800 a Napoli, in Piazza Mercato. Il nome di questo prete figura erroneamente anche nel monumento commemorativo degli impiccati a Procida, fatto erigere dall’amministrazione procidana nel 1863 non senza contestazioni e polemiche interne perché i fatti del ’99 erano ancora troppo recenti ed i sentimenti borbonici di taluni amministratori locali non erano ancora sopiti. Continuando a percorrere questa via ti imbatti nella chiesa di S. Tommaso D’Aquino, una bella costruzione dal colonnato neoclassico, incastonata nelle costruzioni adiacenti e sede della Congrega dei Turchini. Ma questo sarà l’argomento del prossimo articolo.

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Un commento

  1. Corricella, Callia, luoghi della nostra Procida più autentica. Monumenti di Storia,paesaggi dell’anima. Li amiamo noi a sufficienza? A volte mi chiedo. E un dubbio atroce mi assale con la sensazione che negli ultimi tempi li abbiamo trascurati.
    Grazie dottor Retaggio, grazie per le tue splendide descrizioni, da vero innamorato. Grazie se ci fai aprire gli occhi e ci fai amare di più la nostra isola, prima che ce la rubino gli altri.

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