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Procida: Cento anni fa nasce don Libero Lubrano

PROCIDA – Cento anni fa, l’8 Dicembre 1917, festività dell’Immacolata Concezione, nasce Libero Lubrano, profetico sacerdote in Cristo e personalità procidana, e non solo, che ha caratterizzato lo scorso secolo con il suo alto profilo intellettuale ricco di ricerche teologiche, filosofiche, pedagogiche, scientifiche. Ne è testimonianza il corposo curriculum nel quale, tra l’altro, si legge: Assistente spirituale FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) negli anni ’40; collabora come sacerdote e studioso delle iniziative della “Pro Civitate Cristiana” di Assisi tra gli anni ’50 e ’80; docente presso il liceo-ginnasio “Vittorio Emanuele” di Napoli” tra gli anni ’50 e ’60; Parroco di S. Antonio di Padova dalla fine degli anni ’60 fino alla sua morte avvenuta il 28 Aprile 1991. Autore di numerosi testi quali: “Breve itinerario della Crocefissione” (1961); “Lo chiamano il Santo” (1972); “In margine ad una pedagogia di servizio” (1973); “Neo-Tomismo e conoscenza” (1976); “Racconto e un diario” (1979); “Nuovi schemi della testimonianza filosofica” (1980), libro che vede come coautore Michele Romano.

Proprio all’amico Michele Romano, che ha avuto modo di conoscerlo molto da vicino, chiediamo di darci qualche ragguaglio in più sulla figura, ed il pensiero, di Libero Lubrano. «Avendo avuto il privilegio di vivere con lui, abbiamo cercato di carpire, il più possibile, della sua enorme fonte di conoscenza (dalla cultura greca in su), di intuizioni, accompagnate da uno stupore pieno di speranza e misericordia. Così – sottolinea Michele Romano – Libero, ci ha educati ad armonizzare cuore e mente dentro un cammino esistenziale di respiro “micaelico” che spinge ad andare oltre la propria “egoità” con un candore fanciullesco, per ricercare ed attrarre i valori universali sui quali si misura la grandezza o la miserabilità di ogni essere umano.

Per comprendere in maniera più approfondita – continua Romano – la profonda “pietas” impregnata di laicità dialogica del nostro grande maestro di vita e di cultura, è meglio affidarsi alle parole tratte da un suo testo capolavoro “Breve itinerario della Crocefissione”: “Il dialogo del mondo è un dialogo chiuso, negatore, toglie alle cose i valori universali (giustizia, libertà, bontà, amore). Cristo ci offre l’occasione di ridonare un giusto senso delle cose e dell’uomo. Così l’umanesimo della Croce si presenta come non stanchezza, ma possibilità e speranza. Tutte le pene e le speranze umane si rintracciano nelle parole ai discepoli di Emmaus: non sapevate che il Cristo doveva patire tali cose per poi entrare nella sua gloria? Il senso delle parole di Gesù è un invito a sapersi orientare a tale genere di gloria crocefissa da cui sgorga la gioia sana e duratura, ad amare il dialogo prendendone una parte, non come una sterile ripetizione, ma come una responsabilità e come una divisa. Ogni verità respira aspettando il suo clima propizio. Poiché i problemi umani non evadono mai da una dura crocefissione, il loro itinerario è un diario che si scrive e si compie con sostanza di vita e di esperienza. Le masse moderne sono piuttosto delle masse immalinconite. Gli psichiatri danno la loro spiegazione. Sono stanchi che la vita sia un ritornello di sciocchi versi, voci insicure, di realtà tradite. Farsa o tragedia essa diventa come un gioco pericoloso in cui soccombe facilmente chi impegna maggiormente senso di responsabilità. Dalla piazza al cinema, ogni cosa si confà alla ciarlatana cattiveria del mondo moderno. Il nostro secolo è il secolo della chiacchiera. Più di essere, la preoccupazione più forte è di apparire. L’uomo moderno, con dura esperienza di errore e tradimento, troverà la sua fossa, se non si incammina sul riconoscimento di Cristo, il cui essere porta la pena di tutti e incarna l’ansia di rinnovamento e di liberazione dalle catene dell’egoismo. Il Cristo risorto aspetta la vittoria dell’amore”.

Le parole di don Libero sembrano, più che mai, di estrema attualità – conclude Michele Romano – così come è evidente che non sembra vero di trovarsi davanti a riflessioni espresse nel 1962, basta osservare, come afferma il Censis in un suo recente studio, che il “Pil” del rancore è in preoccupante crescita».

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