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Procida e il Natale: Racconti di Giacomo Retaggio

Con l’approssimarsi delle festività abbiamo pensato di porre a confronto tre epoche diverse, dalla seconda guerra mondiale ad oggi e precisamente il’42 il ’62 e il 2011, e di come il Natale, con lo scorrere del tempo, abbia cambiato, anche a sull’isola di Procida, fisionomia e partecipazione. Per far questo abbiamo chiesto il contributo della “penna” del dott. Giacomo Retaggio, scrittore ed abile raccontatore di storie che ringraziamo per la sua disponibilità, e che pensiamo gradirete leggere per la naturalezza, e la punta di sana ironia, con cui riesce a catapultare e coinvolge ognuno di noi nei suoi racconti, suscitando emozioni che solo lui sa dare.

Natale ’42.
Natale di guerra. Le strade sono buie. C’è l’oscuramento. Anche le case sono buie, non filtra un filo di luce: sembrano fantasmi. La gente, uomini e donne vestiti quasi tutti di nero, si dirige in silenzio verso la chiesa. Ombre nell’oscurità. Si sente il pianto di qualche bambino trascinato dalla madre, quasi un miagolio nella notte.
La chiesa è colma, le candele danno una luce giallognola e debole. Nell’aria si avverte un tanfo: il tanfo dei corpi e della cera di cattiva qualità.
Sull’altare molti preti con le pianete dorate celebrano la messa di mezzanotte. Dalla folla si leva un canto accorato e stonato. Più che un canto appare come un lamento. Gli uomini sono pochi: sono quasi tutti in guerra. Molti tra la gente gli anziani ed i bambini.
Parecchi volti sono rigati di lacrime, molte mani stringono, quasi con forza disperata, corone di Rosario di ossa di ulivo.
A mezzanotte il celebrante, un prete piccolo ma con una voce da basso verdiano, intona: “ Gloria in excelsis Deo”. E’ nato il Salvatore!”
Gli altri e la folla gli fanno da coro.
Accovacciata in un banco della chiesa della Libera una donna, vestita completamente di nero, si copre la faccia con le mani. Non ha più lacrime. Pochi giorni prima le è pervenuta la comunicazione che suo figlio, Franchino, lo “scarparo”, venti anni, “ è caduto eroicamente nelle acque dell’Egeo”.
Poi la gente che lascia la chiesa le passa accanto volgendole un fuggevole sguardo: nessuno ha il coraggio di disturbare il suo dolore.
Uomini, donne, bambini si avviano lungo il viale della Libera. In men che non si dica scompaiono tutti nell’oscurità della notte. Non si sente neanche una “botta”.

Natale ’62.
Le strade di Procida sono affollate. Si sente la gente ridere e chiamarsi l’un l’altro alla voce. Le vetrine sono illuminate e colme di tutto.
Una torma di giovanotti staziona presso la chiesa di San Leonardo: attende l’uscita delle ragazze per la processione del “Sentimento”.
Il corteo scende gli scalini della chiesa e si dirige verso la marina di “Sènt’Cò”. Un assessore comunale porta l’ombrello che protegge il Santissimo. Intorno l’aria è quasi irrespirabile per il fumo dei “tric-trac” lanciati dai ragazzi tra le gambe delle ragazze.
Queste guaiscono e fanno finta di arrabbiarsi: “ Ma siete matti? Lo sapete che le scintille smagliano le calze?” E poi ridono e sono felici.
Messa di mezzanotte. La chiesa di San Leonardo è affollata ed illuminata a festa. Sull’altare tre preti (ma solo tre) con i paramenti delle occasioni solenni celebrano il rito.
L’organo accompagna il canto loro e della folla.
Una ragazza, seduta compuntamene nel banco, si rivolge sottovoce ad una vicina: “ Tua madre come la prepara la pizza di scarole? Ci mette anche le acciughe?”
“ No, ai miei fratelli non piacciono”. Un attimo di silenzio, poi: “Sai che quest’anno mi sono fatto il cappotto nuovo? Mia madre ha detto che ce lo possiamo permettere perché gli uomini della famiglia sono imbarcati e mandano i soldi”.
“ Certo, bisogna dare gloria a Dio! Io a Pasqua mi farò il vestito nuovo”.
Poi entrambe, con gli occhi bassi, si uniscono al coro: “Padre nostro che sei nei cieli…”
Sull’altare un prete sottile, dai capelli lisci e ben curati, intona con la sua voce fine e morbida da tenore pucciniano: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli! E’nato il Salvatore!”
La gente, dopo poco sciama felice dalla chiesa. E’ tutto uno scambiarsi auguri e baci tra il frastuono ed il fumo dei botti.

Natale 2011 (e… anche 2012)
Quest’anno c’è crisi. Lo dice la televisione, i giornali, la gente. Per l’aria si avverte una sensazione strana. Si continua a ridere, a scherzare, a pensare ai regali, ma è come se le persone con il loro comportamento volessero esorcizzare la situazione.
Le vetrine sono illuminate e colme di merce, ma i negozi sono vuoti tranne gli alimentari, anche se anche qui tutti aspettano le “offerte”.
Quelli che leggono i giornali parlano di patrimoniale, di spread, di default. La gente comune non sa di cosa si tratti, ma queste cose le sente sulla propria pelle.
Messa di mezzanotte nell’Abbazia di San Michele. La chiesa è piena, ma non come dovrebbe e potrebbe.
Sull’altare un unico prete celebra la funzione. Fa tutto da solo aiutato da alcuni ragazzini.
Giovanni, un vecchio comandante in pensione, seduto fra i banchi ascolta l’omelia.
Il sacerdote, con la sua voce leggermente rauca, riferisce che il Papa ha detto che “questo deve essere un Natale sobrio”. :” Poi si rallegra per la liberazione dei marittimi procidani tenuti in ostaggio dei pirati somali”. Proseguendo si lancia in un’invettiva contro i costumi decaduti: dice che un matrimonio su tre fallisce, che in un anno si sono avuti decine di arresti e diverse morti per droga, che al sabato sera i giovani si ubriacano e che le ragazze sono peggiori dei loro coetanei maschi, che i genitori non sanno fare più il loro mestiere e neanche i maestri.
E i preti? – si chiede Giovanni – I preti lo sanno fare più il loro mestiere?
Alla fine il celebrante intona: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli! E’ nato il Salvatore!”
La folla risponde in coro. Poi tutti, ma proprio tutti, si alzano e si accostano alla Comunione. Solo Giovanni non lo fa: non si sente disposto.
Ma non può fare a meno di riflettere: è mai possibile che queste persone sono tutte in grazia di Dio ed io solo no?
La messa finisce. Fuori pioviggina. La gente lascia la chiesa scambiandosi gli auguri ad alta voce.
Giovanni, sorreggendosi col bastone per paura di scivolare, si avvia lungo la discesa.
E pensa: “Padre Eterno mio, se ci sei, cerca di scendere di nuovo su questa terra e di mettere a posto le cose. Altrimenti… qua va tutto a putt…!”
Giacomo Retaggio

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