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Lo sbarco sulla Luna

peppino pauliedddi Giuseppe Ambrosino di Bruttopilo

 

Quella domenica  del 20 luglio di 45 anni fa, il mondo intero era in attesa che il primo uomo posasse per la prima volta il piede sulla Luna. Un evento eccezionale, che avrebbe consegnato quella data alla Storia.

Anche per me, quella domenica fu una giornata particolare, e la  ricordo vivamente non per l’avvenimento lunare, ma per le circostanze terrestri che mi occorsero proprio in quel giorno.

La mia vicina di casa, quel giorno, mi pregò di accompagnare un distinto signore, che era appena giunto da Roma e cercava la moglie, che in quel momento stava a fare il bagno alla Tavola del re, sull’estrema punta Solchiaro. Lei era una matura signora romana, ancora piacente, imparentata con una nobile famiglia principesca, che aveva fittato proprio la casa di campagna della mia vicina, per trascorrervi un periodo di riposo assoluto, sola e a contatto con la natura. Tutti i giorni si recava lì, fuori la Punta, per tuffarsi in quel mare meraviglioso e crogiolarsi al sole, completamente nuda su un materassino, che le gonfiava Rocco, un solerte ragazzo dodicenne, anche lui mio vicino di casa, che si prestava ad accompagnarla. Devo dire la verità, quel pomeriggio, mi scocciavo maledettamente di accompagnare quell’uomo, che fino a quel momento non aveva profferito una parola. Ero riluttante, non  perché mi risultasse antipatico. Al contrario, quell’uomo, vestito di tutto punto, con giacca e cravatta, dall’aspetto serio, con una selva di capelli grigi spettinati, dalla vaga  somiglianza ad  Einstein, mi risultava quasi simpatico. Ero contrariato per il semplice fatto che se l’avessi accompagnato, avrei dovuto rinunciare all’appuntamento con Margherita, la bella figlia della mia vicina di casa, che proprio in quel momento mi stava invitando a gustare un gelato con lei sotto la pergola dietro casa, in occasione del suo onomastico. Come gettare alle ortiche questa unica e irrinunciabile occasione per accompagnare quello sconosciuto, per di più sotto il sole cocente? Ma come contraddire, d’altronde, la mamma di Margherita e farsela nemica. Alla figlia le volevo un bene pazzo. Forse anche Margherita me ne voleva un poco, ma fino a quel giorno non me lo aveva mai dimostrato.

E proprio quel pomeriggio Margherita, mi fece capire che anche lei mi voleva bene.

Intuendo la mia titubanza, come mi avesse letto nel pensiero, a sorpresa si offrì di accompagnarmi. Tanto nessuno si sarebbe accorto di niente, mi disse. E poi, anche se la mamma fosse venuta a saperlo, lei si sarebbe giustificata, che lei in effetti, non fosse venuta proprio sola sola con me. C’era sempre quel  terzo incomodo.

E così tutti e tre,  io, davanti a fare strada,  Margherita appiccicata a me, immediatamente dietro e “Einstein” in coda, ci incamminammo in fila indiana  per la solitaria e polverosa mulattiera, diretti alla Tavola del re.

“Einstein”, pover’uomo, si  capiva bene che non era abituato a camminare  su quella strada stretta, sconnessa  e costellata di sassi. Ogni tanto si asciugava  la fronte con un fazzoletto perfettamente ripiegato, che stringeva con la mano sinistra e nello stesso istante, per non perdere  l’equilibrio allargava le gambe e protendeva in avanti  il braccio destro, come per aggrapparsi a qualche appiglio, che, quasi sempre, non trovava.

Attorno a noi soltanto rovi, canne e ginestre spinose. Io, avvertendo l’insicurezza dei suoi passi ogni tanto mi giravo indietro, scostavo leggermente Margherita, l’aspettavo e gli tendevo la mano per aiutarlo, ma ogni volta lui educatamente rifiutava qualsiasi aiuto. Tra una pausa e l’altra lui ebbe modo di rivelarci il suo nome. Si chiamava Emilio ed era veramente uno scienziato. Lavorava nel Sincrotone di Frascati. Era stato allievo di Fermi.

Sarei stato curioso di sapere ulteriori notizie, ma in quel momento ero più interessato a Margherita, che all’accelerazione delle particelle atomiche. Lui ad un certo punto senza fermarsi, rivolse lo sguardo verso il cielo. Invece  di essere attento a dove metteva i piedi,  lui guardava la luna. Quando mi girai per l’ennesima volta, lui addirittura me la indicò.  – Tra poche ore lassù  arriverà  l’Uomo – mi disse e proprio in quel preciso istante  inciampò e cadde a terra riverso.

Io e Margherita lo aiutammo a rialzarsi. Lui si preoccupò soltanto di spolverarsi i pantaloni.

Che strano uomo, pensai, lui vive in un mondo tutto suo. Chi, in attesa di incontrare la sua donna,  si metterebbe a perder tempo per guardare quella piccola falce di luna,  che a stento si intravedeva  in quel cielo offuscato dalla calura estiva.

Io con Margherita a fianco, non riuscivo proprio a capirlo.

Finalmente giungemmo alla Tavola del re. Le antiche pietre sotto il sole infuocato, emanavano un lieve tremolio, che faceva fluttuare il cielo sovrastante, come fosse liquido.

E nel silenzio si sentiva soltanto la voce del mare.

Laggiù oltre la muraglia si intravedevano soltanto due persone, un ragazzo intento a strappare frutti di mare dagli scogli e un po’ più al largo, una  signora, completamente nuda, dalla  pelle abbronzata in maniera uniforme, galleggiare su un materassino. Molto probabilmente era proprio quella la moglie di Emilio, alias “Einstein”

Ad un certo punto  quello che si verificò nella calma apparente del momento e del luogo, ci apparve come un cataclisma inaspettato ed inspiegabile: Il materassino con la signora nuda sopra, cominciò a traballare su onde minacciose, che apparvero all’improvviso senza che noi capissimo quale fosse stata la causa.  Il materassino si ribaltò e la signora cadde in acqua. Annaspando, la poverina, cercava di guadagnare la riva e chiedeva contemporaneamente aiuto. Rocco, a quelle invocazioni insistenti, si raddrizzò ed invece di correre in aiuto della disgraziata, si affrettò verso il mucchio di panni posti al sicuro più in alto sugli scogli.

– Signora, vado a vedere che ora sono – disse, intuendo che la signora tra pochi istanti si sarebbe mostrata in tutta la sua nuda bellezza al suo sguardo innocente.

– Ma guarda un poco, se è il momento di veder che ora sono, quando sto affogando – replicò la sventurata – Corri e dammi una mano, piuttosto! –

Rocco, a questo punto non potette fare a meno di stendere una mano e con la faccia girata di lato, giusto in tempo riuscì a portare in salvo la povera naufraga, il cui corpo statuario, completamente nudo, grondava acqua salata da ogni parte. Proprio in quel momento giungemmo noi tre. Io spiegai che tutto quello sconquasso improvviso, fosse dipeso dal passaggio di un transatlantico al largo.

Il povero Emilio, illustre scienziato, guardando incredulo il corpo della sua donna, si limitò ad una semplice stretta di mano, forse contento solo che non fosse affogata.

Io, per la contentezza mi girai invece  verso Margherita, la guardai a lungo negli occhi, finché  lei li abbassò, poi, l’abbracciai stretta e anche lei mi abbracciò stretto.

Rimanemmo così avvinghiati, per un tempo che ci sembrò eterno, sotto quel cielo infuocato, dove una  piccola insignificante falce di luna aspettava che il primo uomo la toccasse.

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