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Amore platonico

amore platonicodi Giuseppe Ambrosino di Bruttopilo

Era una donna di  un fascino unico, piacevole e sfuggente allo stesso tempo.

Mentre  il suo volto giovanile, incorniciato da un eterno fazzoletto nero, trasmetteva una sacra soggezione, il suo corpo flessuoso ed elegante, costretto in un abito attillato, altrettanto scuro, suscitava una vera tempesta di sensi.

Aveva trent’anni, quando l’incontrai per la prima volta alla ”scuola gioiosa”, una sorta di scuola privata, fondata da un mio professore di latino.

E da allora fu  per me la “signora”.

Eravamo tutti giovani, e ognuno di noi oltre ad essere alunno, era pure insegnante. Della materia che conosceva di più.

Una bella idea, che costituiva l’alternativa per tutti quei  ragazzi, a cui non piaceva la vita sul   mare, e per quelle  ragazze, a cui non piaceva fare la casalinga.

La “signora” era appunto una di quelle, che mai potresti immaginare chiusa in casa ad occuparsi di pentole e scope, a lavare panni o a stirare camicie. Lei si sentiva una donna libera,  proprio come piaceva a me. E forse, per tale sua qualità, cominciai ad ammirarla.

Viveva a Roma e faceva la crocerossina in un Ospedale. Qui conobbe Massimo, un ufficiale della Marina e se ne innamorò perdutamente. Di un amore così intenso, per cui non smise  mai  di amarlo, neanche quando seppe che lui era affetto da un male incurabile. Anzi gli fu vicina per tutto il tempo, lo curò con grande abnegazione, e alla fine, quando lui era prossimo alla morte, volle che il cappellano li sposasse. Fu lei alla fine, dopo un ultimo bacio, a chiudergli  le palpebre.

Senza versare una lacrima, apparentemente rassegnata, ma con un grande dolore dentro.

In questo stato d’animo arrivò a Procida, con l’intenzione di restarci e di conseguire il diploma di maestra.

Io all’epoca mi preparavo per l’esame di licenza liceale. E poiché provavo un interesse particolare per la filosofia, il mio compito alla “scuola gioiosa” era quello di insegnarla agli altri.

Come gli altri d’altronde, avrebbero insegnato a me le altre materie.

Pietro, aspirante medico, mi avrebbe spiegato le Scienze, Alberto, chiamato da tutti  Einstein, mi avrebbe inculcato  la matematica, Antonietta, aspirante maestra, la  Storia, Mary, che aveva vissuto molti anni in Inghilterra, l’ Inglese, Leonardo, seminarista, mi avrebbe indottrinato in Religione. E il professore fondatore, uomo di vasta cultura, oltre ad insegnarmi la lingua di Omero, la lingua di Cicerone e la lingua di  Dante, mi avrebbe educato alla morale e alla Vita.

E lei, la ”signora”, ti chiederai, che ruolo avrebbe svolto nella “scuola gioiosa”, dal momento che avesse più bisogno di apprendere che possibilità di insegnare..

Per quanto riguarda il suo bisogno di accrescere la conoscenza, tutti furono ben disposti a colmare le sue lacune culturali.

– E  voi, signora, che nella vita non avete  mai studiato – le chiesi con impertinenza – a noi che insegnereste?- L’amore? – rispose lei  in tono semiserio – E’ l’unica materia in cui sono preparata. L’ho appreso dalla Vita.-

Io ci rimasi di sasso e da quel momento cominciai a provare qualcosa che andava oltre l’ammirazione, per cui  mi dichiarai subito disposto a farle ripetizioni di filosofia, anche fuori l’orario consueto.

E forse proprio questa scelta rappresentò l’inizio della mia avventura.

Ogni giorno, in qualsiasi ora,  io e la “signora”, da soli,  ci appartavamo, parlavamo della vita in generale, dello scopo di essa, dell’esistenza di Dio, della Bellezza, dell’Amore.

Seduto di fronte a lei ad un piccolo tavolo, costretto a subire il suo sguardo, quasi sempre mi distraevo e perdevo il filo del discorso, specie  quando, per mia deliberata scelta,  mi attardavo a spiegare il  concetto dell’Amore,  secondo la filosofia platonica.

Provavo allora un forte disagio ed ero costretto ad abbassare lo sguardo, magari guardando la “signora” più in basso. Un accorgimento questo,  che aumentava il mio imbarazzo, e si concludeva  in  un malessere fisico, che non mi spiegavo e   che accresceva il  mio tormento.

Specialmente quando  le nostre gambe  si sfioravano, per caso, sotto il tavolo.

Non ci volevo credere, ma dovetti convenire alla fine che mi ero follemente innamorato di quella donna, che nonostante avesse più anni di me,   era sicuramente una donna bellissima. E pure piacente.

A volte le chiedevo perché si ostinasse a vestire di nero.

– Perché mi ritengo  una vedova – mi rispondeva con atteggiamento compunto – E pertanto osservo il lutto. –

E questa era immancabilmente l’occasione per cui  lei mi raccontasse  la sua storia d’amore, i suoi giorni di sofferenza, la conclusione infausta.

Per me era un supplizio, perché quei discorsi mi  provocavano una inconfessabile gelosia.

Desideravo in maniera struggente che lei dimenticasse quell’ amore passato, quell’ “idea” di Amore,  di cui non poteva più godere. Io sì, che la potevo amare in modo concreto, volevo farle capire, ma non osavo dichiararglielo. Non ne avevo il coraggio e volevo che fosse lei ad accorgersene.

A volte lei mi guardava languidamente e mi sorrideva in maniera così dolce, tanto da darmi l’impressione che avesse capito il mio tormento.

Una mattina, due giorni  prima degli esami, approfittando che io fossi a letto con la febbre,  la “signora” venne  a casa a trovarmi  e mi annunciò che nel pomeriggio sarebbe andata da Pietro per ripassare Scienze.

Si intrattenne pochissimo, soltanto  il tempo per farmi capire  che il giovane  aspirante medico le piacesse.

Già la notizia mi fece soffrire, ma dopo che se ne fu andata, nel ricordarmi che mi avesse trattato anche con grande freddezza,  un pensiero ossessivo cominciò a tormentarmi.

Che fosse vero quello che aveva cercato di insinuarmi? Nel pomeriggio, non resistetti più a letto.  Fu un attimo. Mi alzai di scatto, mi vestii, mi incappucciai ben bene, e resistendo anche alle disperate proteste di mia madre, con grande incoscienza,  mi avviai verso Santa Margherita, dove abitava il mio amico Pietro.

Li trovai effettivamente che facevano Scienze. Pietro e la “signora” erano all’aperto, seduti  ad un grande tavolo  in vista del mare.

Contrariamente al mattino, lei  si dimostrò molto più espansiva, nei miei confronti. Smise di studiare e mi chiese di aspettarla e addirittura di accompagnarla a casa.

Ormai stava per scendere la sera. In lontananza si sentiva lo sciacquio delle onde sulla spiaggia.

Lungo il sentiero tortuoso e solitario, non ci fu bisogno che io le dichiarassi il mio amore. Avvenne tutto spontaneamente con la complicità del buio che avanzava.  Lei mi dimostrò di aver capito  e si comportò di conseguenza.

-Ti ho restituito ciò che ti dovevo per le tue lezioni di filosofia – mi disse alla fine –  Con la sola differenza, che ciò che ti ho offerto in questo momento,  non è una semplice “  idea platonica”. –

Mentre l’abbracciavo con profonda gratitudine lei aggiunse: -Addio, ragazzo mio, io domani parto per Roma per gli esami e ci resterò  per sempre. Dopo aver amato tanto nella mia vita, dopo che il  destino  è stato così ingrato con me, non so legarmi a nessun altro. –

Da quella sera non l’ho più rivista.

Sono passati 50 anni e ne conservo tuttora un tenero ricordo. Qualcuno mi ha detto che sia morta. Non ha importanza. Per me vivrà in eterno, come eterna è  l’idea dell’Amore, secondo  la teoria platonica.

 

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3 commenti

  1. Grazie peppì…..,!!!
    Non credo che la signora l’abbia fatto solo x ricambiare le tue lezioni di filosofia. Secondo me anche tu piacevi a lei. Non volendo,o non potendo legarsi ha voluto che tu conservassi un ricordo piacevole. Sono certo che anche x lei è stato cosi.

    • peppino, l'autore

      Caro Vittorio e cari lettori in genere, non vorrei deludervi, ma è mio dovere precisarvi che i protagonisti delle mie storie non corrispondono a persone reali, persone veramente esistite, ma sono soltanto personaggi della mia fantasia, che costituiscono dei modelli per rappresentare sentimenti veri che ognuno di noi, ha realmente vissuto nell’arco della vita. Grazie

      • Carissimo Peppino,non mi hai deluso neppure un pò !
        Come te anch’io viaggio con la fantasia,e nel commentarlo mi piaceva molto “fantasticare” che fosse vero.Grazie ancora

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