Vita e cultura

Di Michele Romano

Due termini utilizzati dal filosofo tedesco Husserl ci hanno, profondamente, appassionati: Erlebnis (esperienze vissute) e Dasein (esserci). L’occasione si è presentata nel momento in cui abbiamo attraversato le corsie di un ospedale, supportate da uno straordinario medico samaritano, Vittorio. Lì, davanti al dolore, alla sofferenza si è svelata, in tutta la sua misera e triste vacuità, prendendo spunto da Hanna Arendt, la banalità del male che aleggia dentro la nostra società, dove non viene risparmiato alcun ambito. Da quello socio-economico-politico, alla scuola, alla famiglia, ai luoghi ecclesiali fino ad arrivare, in dimensione invasiva, nel ceto intellettuale. Costoro stanno svilendo sempre di più il valore della cultura al punto da rappresentarlo come qualcosa di avulso dai bisogni reali dell’umanità, avvolgendola in una realtà eterea, lontana anni-luce dal pathos esistenziale. L’essenza della cultura, infatti, è racchiusa nella consapevolezza di doversi porre nella condizione se essa è cosciente o no, buona o cattiva, confusa o chiara. L’incarnazione di essa si presenta attraverso la persona che vive, prende posizione, si inoltra in ambito di valori, ordinandosi in una gradualità consequenziale tanto da prospettarci un itinerario di scelte che oltrepassano permanentemente i limiti della nostra conoscenza acquisita. Ciò conduce ad un “aut-aut” tra il prolungare il sapere incamerato o opporsi con una spinta critica, per prendere coscienza dei limiti della propria visione. Aprire cuore e mente a valori che vanno oltre ogni aspettativa e renderci più liberi e solidali. Il termine che non possiede radici intellettualistiche ma consapevolezza vitale, adatto a raffigurare questo percorso è la saggezza, il cui DNA è racchiuso nell’esercizio senza limiti del pensare e del sentire. È qui che emerge, in tutto il suo splendore, la parola “Cultura” con una fervida e fertile coltivazione. Certamente stiamo parlando di quella umanistica perché la scientifica naviga agilmente, seguendo il percorso ben delineato ed avvincente della ricerca e della sperimentazione. In tal senso ci sentiamo di capire che lo scrivere, il raccontare, per essere proficui, devono sottoporsi a sfide titaniche tra il senso e il non senso di ciò che si esprime. Significa evitare la deriva verso lo sdolcinato, il vago, l’alienazione verso l’esistenza reale. Purtroppo una vasta gamma letteraria ed artistica è spinta verso il periodo ipotetico dell’irrealtà in cui si è posseduti da un’esaltazione feticistica ed egocentrica. Così si sta sviluppando una pandemia in cui tanti sono convinti di essere portatori della lampada del genio, dalla scrittura alla pittura, dalla scultura alla musica, dalla fotografia ad altro. Espressione di tale andamento è l’orgiastica virulenza della comunicazione mediatica. Per incanto lo slancio vitale della speranza ci ha fatto uscire dal languore di tale quadro deprimente, in un incontro serale dentro la fascinosa cornice orientale della Corricella, uno dei gioielli della Polis Micaelica, capitale della cultura 2022, presso la deliziosa e creativa Vineria Letteraria di Vicky, Tarcisio e Antonio con la scrittrice palestinese Suad Amiry. L’itinerario del suo stile di scrittura con il romanzo “Storie di un abito inglese e di una mucca ebrea” ci ha riconciliato con un punto fondante della missione culturale, cioè quella di esprimere una pedagogia di servizio. Come? Con la sua narrazione sapiente e umoristica, di una promessa d’amore intrecciata, incorporata dentro le tragiche vicissitudini del popolo palestinese. Con il valore aggiunto del suo immenso amore per un paese che vuole esistere, attraverso le crudeli contraddizioni della storia, mantenendo viva e fervida la memoria dei propri usi e costumi, con orgogliosa attenzione alla quotidianità del presente, la rigogliosa speranza nell’attesa che il fantasmagorico “Sole d’Oriente” torni ad irradiare mirabilmente Gerusalemme, Giaffa, Nazareth, Betlemme, Jericho, Ramallah e tutti gli altri luoghi di questa terra incomparabile in questa sua unicità. Ecco, tra le luci soffuse della sera, abbiamo visto danzare la vita, dentro la bellezza del nascosto dell’isola micaelica, la Cultura con il suo profumo che emana profondità e candore. Speriamo che non duri lo spazio di un chiaro di luna ma di un permanente soggiorno.

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