Informazione, politica, Chiesa. Come stanno i genitori dei quattro bambini bruciati?

di Fratel Luigino*

Mi piacerebbe avere notizie di Mirko e Lilliana Mircea, padre e madre dei quattro bambini rom morti bruciati nella loro baracca a Roma alcune settimane fa. Che ne è di loro? Come stanno? Dove sono ora? E cosa ne è della “loro” gente, che da qualche decennio fa parte della “mia” gente (o per lo meno tenta)? Questa storia dei roghi si ripete (a Ponticelli, a Pisa, a Roma, ecc.), ma dopo Auschwitz non si era detto “Mai più”? 
Il presidente della Repubblica ha voluto essere vicino; il ministro ha dato disposizioni; il papa ha inviato un messaggio; il sindaco ha sgomberato. Come stanno quel papà e quella mamma? Come stanno i miei amici? L’informazione dice che sono «brutti, sporchi e cattivi», ma questa non è informazione. Io la chiamo “livello Canale 5”, quella sempre accesa nelle baracche, roulottes e nelle varie periferie umane: Grandi Fratelli, Isole dei famosi e quiz insulsi che producono bei soldini e che “fanno la maggioranza” di un intero Paese.  Maggioranza, quindi democrazia?
Un’informazione che investe sull’ignoranza, ma che non risponde alla mia domanda: come stanno i genitori di quei quattro bambini bruciati? E la “loro” gente?
Se lo chiedo alla politica, a seconda dello schieramento partitico, le risposte possono essere varie: «Noi, nel bruciare gli scarti, avevamo più metodo»; «noi lasciamo libero chiunque di bruciare come vuole»; «mah, dev’essere stata autocombustione». Le cosiddette “forze politiche” che ci governano attualmente sono arrivate al potere sulla base di slogan e cavalli di battaglia xenofobi e razzisti: al grido di “via da Roma”, sono arrivati a Roma e da lì non li allontani più. Prima c’era il «Roma ladrona», ma ora dicono che «le banche più importanti sono nostre». Il delfino diventato trota scende in politica sul metro tanto declamato della “meritocrazia”. Altri dicono: «Noi vi abbiamo fatto vincere le elezioni, ora ci spetterebbe la nostra parte»: è la logica di ogni banda dopo un buon colpo.
Come stanno i signori Mircea? Come stanno i loro cari (o, meglio, quelli che gli rimangono)?
Nei vari campi nomadi creati dai Comuni per inscatolare chi per secoli è andato nomade per i campi “veri” può succedere di tutto: ordinanze-dispetto, corrente tagliata per parecchi mesi, soldi (tanti) per progetti abitativi insulsi, profittevoli principalmente per la betoniera mafiosa. A volte sembrano campi “di concentramento”, con buona pace della Costituzione ormai calpestata. Viene da chiedersi chi sia il reale fuori legge; chi sia il ladro e chi il derubato; chi il violento e chi il violentatore; chi “stupra” chi.
C’è ancora una cosa che non capisco. Ho tra le mani la lettera della fondazione Migrantes della Cei, che si occupa di pastorale per migranti, profughi, rom e sinti. Mi invita a partecipare, con «le comunità rom italiane, ad una udienza straordinaria del Santo Padre, con Santa Messa su Rai 1, concessa al pellegrinaggio rom al Santuario del Divino Amore, nel 150° anniversario della nascita del Beato Ceferino». Questo accadrà l’11 e 12 giugno prossimi (occhio alle date!).
Penso già di non andarci. Non intenderei portare acqua al mulino che macina ancora la vecchia farina del trionfalismo. Anche perché il signor Mircea non l’ha nemmeno vista arrivare quell’acqua che sarebbe servita a spegnere i roghi assassini dei suoi quattro bambini. Forse perché lui non è cattolico? Così come, del resto, non sono cattolici gli altri rom, per lo più musulmani o ortodossi.
Paragonare un tale incontro ad «una nuova Pentecoste» (così dice la lettera-invito di Migrantes) mi sembra eccessivo. Vedrei meglio – anche su Rai 1 – un papa che andasse a trovare i signori Mircea, che chiedesse loro come stanno, e li consolasse. Mi piacerebbe un papa che non lasci solo chi si impegna già da tempo con i nomadi come, per esempio, ha fatto mons. Tettamanzi a Milano. Solo allora avrei fiducia che la speranza cresca e la carità sbocci. Solo allora crederei che veramente Benedetto XVI «desideri incontrare le comunità rom in Italia» e non, al contrario, che «le comunità rom in Italia» vadano a “trionfarlo” su Rai 1.
Ma ancor oggi devo constatare come sia più facile che uno “zingaro” salga agli altari, piuttosto che un vescovo scenda a vivere fra le carovane. Certo, la conversione non è cosa facile, per nessuno. E pensare per quanto tempo l’abbiamo imposta agli altri. Dico questo non per sfizio ideologico o per vantare una qualche superiorità spirituale, ma semplicemente per la constatazione che da questa posizione (vivendo dentro i campi rom) il Vangelo si legge bene e la vista è più nitida. E anche la democrazia sarebbe più sicura, ben radicata, sana e stabile se questi “ultimi” fossero ascoltati. Insomma, possiamo dire che “loro” sono un buon banco di prova per la “nostra” fedeltà al Vangelo e per lo stato di salute della “nostra” democrazia.
Come stanno i signori Mircea? Hanno trovato un posto in cui stare in pace et tranquillitate? E i loro cari stanno bene? e la “loro” gente?
L’attuale direttore generale di Migrantes succede a mons. Marchetto, ricordato come colui che aveva delle opinioni da considerare solo “personali” critiche sulle politiche migratorie del governo. È possibile che chi non ha le “opinioni personali” che collimano con quelle dell’addetto stampa del Vaticano venga emarginato perché «rompe l’unità della Chiesa»? Dov’è andato a finire oggi Marchetto? Certo, senz’altro sarà più al riparo del signor Mircea, però, come i signori Mircea, è scomparso dai giornali.
Però, se non è possibile avere “opinioni personali” che si smarchino un po’ e critichino la politica attuale, becera, immorale e criminogena verso i migranti, chi può opporsi a tutto questo? Perché le gerarchie ecclesiastiche non esprimono una critica su questi temi come fa sulle questioni che riguardano sesso e fine-vita?
Io non desidero essere complice di una banda di sbranatori di ogni bene pubblico (Costituzione, scuola, acqua, ecc.). Essere “Chiesa” non significa stare zitti per non perdere privilegi, certi Patti e l’esenzione dall’Ici. La Chiesa non può tacere, assecondando così la rovina delle conquiste sociali, frutto di tante lotte, sangue e resistenza. Magari poi, fra 60-70 anni, negando tale silenzio, si dirà che no, non è vero, il papa ha parlato, quanti migranti e zingari e cassintegrati sono stati accolti e ospitati nei seminari vuoti della Chiesa Cattolica, sfamati dalla Caritas, soccorsi dai “nostri” volontari, e via cantando.
Per gli zingari non esiste l’8 per mille e neppure un Obolo di S. Pietro. Ora gli è persino reso impossibile “andare per ferrivecchi”, l’ultima maniera dignitosa di mantenersi economicamente. La parola magica attuale è: formulario. «Ce l’hai il formulario? Bisogna che ti metti in regola con il formulario! Qui non scarichi se non hai il formulario». Chi potrà contrastare l’arrivo di quest’ultima jattura?
Non avendo scuola (privata), televisioni (private), giornali (privati), e non cercando tutto ciò, ecco, gli “zingari” sono ladri. Sono umanità privata. Di tanto!
Ora, se si potesse parlare di tutto ciò, se mi si dessero buone notizie sulla situazione dei signori Mircea, andrei ben volentieri in pellegrinaggio a Roma. E in quella occasione magari scoprirei che le Beatitudini, il Padre nostro, mangiare insieme, cercarci e consolarci dopo un disastro fa parte del Divino amore!
Cercate, se potete, i genitori di quei quattro bambini bruciati e datemi buone notizie di loro.

* Piccolo fratello del Vangelo

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