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Il Carcere di Procida vive nello spettacolo “Fine pena mai”

Di Giacomo Retaggio

PROCIDA – La vita è fatta di emozioni che le danno il motivo per essere vissuta e quelle che hai provato giovedì 18 maggio 2017, nell’assistere allo spettacolo “Fine pena mai” nei locali dell’ex-carcere di Procida, sono tra le più violente mai subite. Sono ormai quasi trent’anni che l’istituto, dove hai lavorato per cinque lustri, un terzo della tua vita, forse la parte migliore di essa, è chiuso, ma continua ad emanare il suo fascino. Un fascino, forse macabro, denso di dolore e sofferenza, ma pur sempre il fascino di un mondo che un tempo era il tuo mondo. In questi ultimi anni, da quando è stato aperto al pubblico, hai guidato centinaia e centinaia di persone, procidani e forestieri, all’interno di esso ed ogni volta ti assaliva un senso di mestizia e di struggimento nel rivedere i luoghi a te familiari e con gli occhi della mente ti immaginavi le persone che lo popolavano e gli accadimenti che si succedevano. Ma ieri sera è stato diverso! Il carcere, attraverso la recitazione dei giovani della compagnia guidata da Marco Musto, ha ripreso vita, si è popolato di personaggi, è diventato di nuovo testimone di situazioni che credevi, ormai, morte e sepolte. E queste non erano solo le tue sensazioni, ma anche quelle del pubblico. Si ha un bel dire che il carcere è morto; che il futuro procidano turistico e culturale è nel palazzo D’Avalos in quanto tale, ma nell’immaginario collettivo isolano quest’ultimo è presente solo perché un tempo sede del carcere. Non si può cancellare di colpo oltre un secolo e mezzo di storia procidana; forse è necessario che l’attuale generazione, la tua, scompaia completamente e la prossima veda il palazzo D’avalos in una nuova luce che non sia più carceraria. Queste considerazioni facevi mentre assistevi allo spettacolo. Che è di tipo “itinerante”, vale a dire ci sono dei gruppi di attori che di volta in volta, in ambienti diversi, danno luogo alla rappresentazione; il pubblico, non più di una trentina di persone, precedute da una bella ragazza che fa da guida, li segue nei diversi locali del carcere, che sapientemente illuminati sono di una suggestione infinita; in ognuno di questi si svolge una scena di vita carceraria con guardie, detenuti, medico, cappellano, direttore ed altri personaggi del mondo recluso, vengono fuori problematiche di disciplina, di lavoro, di insoddisfazione delle guardie, di frustrazione, di psicologie contorte di detenuti che tentano di giustificare il loro operato delittuoso, di scene di follia da parte di  questi  o di mistificazione della  follia per ottenere qualche vantaggio, di finti aspiranti suicidi; tutto il mondo variegato del carcere si snocciola  nella sua complessità davanti agli occhi attenti degli spettatori che rimangono coinvolti. Ti rendi conto che i dialoghi, le situazioni, i modi di dire sono stati presi da tuo libro “L’isola nell’isola”; sei, a volte, quasi tentato di anticipare le risposte o le domande perché conosci benissimo entrambe. Ma il “Fine pena mai” non è solo questo. E’anche un affresco completo dell’universo carcerario procidano ed un’incursione nel passato remoto e meno dello stesso. E così viene fuori all’inizio la figura di Sigismondo Castromediano, magistralmente interpretata da Lucio Esposito, che da un’orripilante descrizione del carcere procidano in epoca borbonica, vera fogna morale e materiale, gestita da guardie corrotte e che gli fa dire essere quello di Procida “un centro di orrore in un cerchio di bellezza”.  La seconda voce solista è quella di Luca Auletta che, in un appassionato monologo ai limiti della paranoia, tenta di spiegare la sua condizione; strano caso quello di questo detenuto calabrese di metà ottocento sepolto a Procida dietro una lapide su cui è scritto: “Qui giace l’infelice Venosca”. La fantasia popolare quasi lo divinizzò e lo fece sentire in odore di santità fino a considerarlo l’autore del “Cristo morto” procidano; cosa destituita di ogni fondamento. La terza voce solista è di Marco Musto che da corpo alla rabbia del detenuto politico Gigi Bellini, all’epoca giovanissimo qui ristretto insieme agli altri “22 criminali di guerra fascisti”. “Che colpa ho io – urla questi, emergendo da una selva di letti accatastati l’uno accanto all’altro – se mi sono trovato dalla parte sbagliata? Ho creduto in certi principi e principalmente nell’amor di Patria, ma, si sa, la storia la scrivono sempre i vincitori!” E, così dicendo, si avvolge nel tricolore. L’applauso liberatorio e fragoroso nasce spontaneo. Ragazzi, voi forse non lo sapete, ma oggi avete riscritto una pagina di storia locale e nazionale!

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