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Stare con i giovani, ascoltarli.

E’ un periodo in cui tutti parlano di “giovani “, di come comportarsi con loro , ognuno ha delle ricette particolari ; ho pensato che questo articolo/intervista a Don Achille Rossi potrebbe dare un pò di “luce” al problema stimolando una discussione vera e proficua.

Temo che oggi si parli molto dei giovani ma li si frequenti poco, si condivida troppo poco con loro. Questo è causa di un certo smarrimento della gioventù perché se l’unico modello accessibile a tutti è quello televisivo, si arriva a una condizione di abbandono dei giovani da parte degli adulti, si spezza il filo intergenerazionale che permette all’esperienza dèlla generazione precedente di passare a quella successiva. Se il filo si interrompe, come mi pare stia succedendo, perché gli adulti non hanno tempo, perché considerano insignificante condividere e coinvolgersi nell’esperienza dei giovani, si verifica un abbandono che si paga caro.
Don Achille Rossi i giovani li ha scelti come “progetto educativo” quarant’anni fa, quando nella sua parrocchia di Città di Castello ha dato inizio a un doposcuola stile don Milani, che con il tempo ha modellato e adattato ai cambiamenti culturali e sociali, senza mai abbandonarli. Il 2 ottobre hanno festeggiato i 40 anni, quelli della prima generazione che hanno ormai i capelli imbiancati e quelli appena iscritti alla prima media. Questo è molto interessante perché testimonia che se uno sta con loro, non c’è un distacco, neppure la mutazione dei tempi ha cambiato il loro bisogno di essere affiancati. Si può costruire molto. Ritengo che gli adulti abbiano abbandonato il campo un po’ troppo alla svelta.
Dunque dici che i giovani si lasciano frequentare?
Credo di sì i giovani si lascerebbero frequentare se ci fosse qualcuno interessato a farlo. Anche se uno dei dati fondamentali dell’adolescenza è il bisogno di intimità, di distinguersi dagli adulti e non volere intromissioni, se li affianchi senza desiderio dì dominio e dì conquista, ti accorgi che non aspettano altro. Nella misura in cui ti metti al loro livello, pur da adulto, come uno che cerca di ampliare la loro parola, di illuminarla dall’interno, di aiutarli a fare il loro cammino, allora ti esprimono affetto, persino tenerezza.
Se però ti accosti al mondo dei giovani pensando che devi educarli o portare messaggi, hai già sbagliato approccio. Devi essere povero, libero, il bagaglio di esperienze che hai maturato entra in gioco nel vivere. L’adulto non si deve censurare ma deve vivere, e vivere la relazione. E ciò che metteva in risalto Paulo Freire in una bella affermazione contenuta nella Pedagogia degli oppressi: nessuno educa nessuno, nessuno educa se stesso, ci si educa insieme con la mediazione del  mondo. Mi sembra una visione luminosa, che indica l’atteggiamento giusto. Spesso
invece la comunicazione avviene dall’alto in basso. Penso agli insegnanti, perché nella scuola il
metodo è sempre quello del vaso da riempire, l’apprendimento si riduce un processo tecnico senza reciprocità, ma penso anche alla catechesi: è vero che c’è un messaggio da trasmettere, ma e un messaggio d’amore, di relazione Non dobbiamo trasmettere, in prima istanza, il catechismo
della chiesa cattolica, ma il messaggio evangelico che è un messaggio di fraternità ed e soprattutto uno stimolo per la pratica. Il vangelo vero è il quinto, quello vissuto…
Esiste uno spazio per Dio nella vita dei giovani oggi?
Credo che oggi nei ragazzi si stia sbriciolando la base umana. su cui si possa costruire una esperienza di Dio e la parola Dio possa diventare significativa. Se i ragazzi non conquistano la loro umanità, diventa difficile introdurli al mistero. Se un ragazzo vive il divertissement  permanente, come lo chiamava Pascal, perché vive solo di consumo, si realizza solo come consumatore, allora sono bloccati i due principali accessi al mistero di Dio, il silenzio e l’amore.
Se il silenzio non viene percepito come spazio in cui cessano anche i pensieri e intravedi qualcosa di più profondo, come si fa a introdurre un ragazzo al mistero? Se non percepisce che nel dono di se stesso agli altri trova il significato. della vita come fa a incontrare il mistero? Il silenzio e il dono sono due accessi bloccati dallo cultura dominante, culturalmente sono sentieri interrotti. Ti faccio un esempio banale: una volta, tornando in Italia dal Cammino di Santiago, mi sono accorto che l’unico giornale che compravano i ragazzi era la gazzetta dello sport e quello che leggevano le ragazze era vanity fair. E si trattava di ragazzi in gamba, che frequentavano il doposcuola. Ma da questi dettagli ti accorgi delle idolatrie di cui sono vittime
Come cerchi di riaprire l’accesso interrotto al silenzio e al dono?

Faccio proposte concrete. La vita quotidiana in cui ci si pone al servizio degli altri, i più grandi dei più piccoli e delle persone più in difficoltà, è un accesso al senso del dono senza teorizzarlo. La preghiera che facciamo insieme, specie nei campeggi, è basata fondamentalmente sul silenzio. Il nostro doposcuola include anche la coltivazione della terra. Il rapporto con la terra è estremamente educativo: lavorare con le mani, vedere qualcosa che cresce, capire che c’è una dimensione del vivere che è cosmica ma che ha bisogno del contributo dell’uomo, tutti questi aspetti non sono accessibili al cosiddetto uomo tecnologico, che è una caricatura dell’umano.
Un’altra proposta sono i pellegrinaggi, tre giorni di cam¬mino sulle strade di Francesco. Qui il rapporto con la natura diventa anche accesso al mistero. Al mattino, quando si inizia a camminare, magari ancora al buio, chiedo che si faccia un’ora di silenzio, e questa esperienza dà il senso che ci sia qualcosa di più profondo di quello che si vede. Anche quando facciamo il cammino di Santiago chiedo solo due cose: un’ora di silenzio al mattino, e un’ora di discussione la sera, perché va coltivata anche una dimensione comunitaria e di, approfondimento.
Quali sono le loro domande su Dio?
In questo tempo la dimensione metafisica, caratterizzata dalle grandi domande: da dove vieni, dove vai, affascina molto di meno. L’accento si sposta su come sia possibile vivere umanamente e autenticamente. Di questo bisogno. tenere conto: la fede nei giovani di oggi non è tanto legata alle grandi domande, quanto alla possibilità di vivere una vita pienamente umana.
Di fronte al male, all’ingiustizia, al dolore – esperienze che vivono o che percepiscono intorno a loro – emergono domande che riguardano anche Dio?
Alcuni anni fa abbiamo vissuto un’esperienza terribile, una ragazza del gruppo che ci doveva raggiungere al cam¬peggio, è rimasta uccisa in un incidente stradale insieme a tutta la famiglia. La sera alle nove, attorno al fuoco, ho dovuto spiegare che era successa questa disgrazia. E cominciato un pianto a dirotto, l’esperienza del dolore ha toccato anche la domanda su Dio. Poi c’è stata una elaborazione, che credo riguardi principalmente quale Dio? II Dio della metafisica, oppure quella dimensione irrinunciabile di te stesso, una dimensione insopprimibile anche nella prova, che non puoi spiegare razionalmente, ma che ti accompagna sempre e che sempre ti può aprire a una visione di resurrezione.
Poi aggiungerei il discorso sul Dio di Gesù, il Dio vissuto attraverso la prassi di Gesù che possiamo conoscere attra¬verso la lettura dei vangeli. L’accostamento al Dio di Gesù mi pare essenziale.
I giovani di oggi convivono con ragazzi di altre religio¬ni: questo crea problemi?
No, questo non è un problema, non lo è per me e nemmeno per loro. Nel gruppo che frequenta il doposcuola ci sono anche dei ragazzi islamici, e vedo che sono talmen¬te accettati come persone che la differenza religiosa non è rilevante ai fini della vita concreta. C’è una interculturalità che funziona nella pratica. Il creatura le è una grande via per la comprensione dello spirituale, le religioni sono vie per accedere alla piena umanità, i ragazzi di oggi hanno superato ampiamente gli steccati teorici. Questa mi pare una buona notizia, Situazione critica quella dei giovani oggi. Morsi loro stessi dalla crisi economica sono senza prospettive che non siano quelle dell’espatrio e della disoccupazione. È loro negata la stessa gioventù, sinonimo di proiezione verso il futuro e di vivace novità. Sono cellule staminali soffocate nella capacità di rigenerazione.

DON Achille che tipo di prete può interessare ai giovani? Non il prete manager e nemmeno il prete sempre di corsa, ma ‘l’anziano’ esperto, mistagogo, maieuta, profeta. In una parola: presbitero.

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