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Gli italiani e la TV. Una storia tutta da riscrivere

di Nicola Silenti da Destra.it

L’eterna litania al ribasso offerta a tutte le ore e tutti i giorni dalla televisione italiana è un impietoso affresco della miseria dei nostri tempi. Una miseria morale, di valori e di contenuti che sembra avvolgere nello stesso banale blob tutto e tutti, offrendo uno spettacolo gretto e sguaiato a una platea per la gran parte senza più difese. Un esercito di uomini e donne per la gran parte disarmati e vulnerabili ai modelli imperanti, esposti ogni giorno al drammatico e intollerabile incombere di un pericolo ulteriore, il vero grande spettro dei nostri tempi: l’abitudine.
Constatare l’apoteosi al ribasso della nostra televisione è un esercizio alla portata di chiunque decida di impugnare un telecomando e puntarlo sullo schermo acceso schiacciando i tasti a caso. Lungi dal ritrovarsi di fronte al cosiddetto “Paese reale”, davanti ai propri occhi si troverà l’immagine di un luogo che forse esiste nella realtà, ma che certo non rappresenta un affresco della maggioranza e non corrisponde di sicuro al vissuto quotidiano della gran parte degli italiani. Una TV distante dalle emergenze quotidiane del suo popolo, dai suoi problemi, dalle sue paure e dal rispetto che si deve a chi, chiedendo sommessamente un po’ di svago, si vede ricambiato con spettacoli dozzinali e deludenti.
Una TV lontana anche dalla lingua italiana, che proprio la TV di Stato aveva insegnato a tantissimi con la celebre trasmissione “Non è mai troppo tardi”, il popolare programma di istruzione condotto dal maestro e pedagogo Alberto Manzi. Un programma andato in onda dal 1960 al 1968, con cui milioni di italiani analfabeti poterono imparare a leggere e scrivere e, forse, a sentirsi davvero un popolo.
Nata come il rivoluzionario strumento di comunicazione che doveva favorire il progresso dei popoli, oggi la televisione è divenuta la cartina di tornasole di una crisi etica e di valori: un mezzo portentoso puntato sulla mente delle persone con il solo obiettivo di annientare ogni sussulto di creatività, di impegno e di pensiero per trasformarlo in assuefazione. Assuefazione ai modelli imperanti, un inno alla parvenza e all’esteriorità di talk show combattuti a suon di grida e insulti, nella celebrazione di tutto ciò che appare e non è mai sostanza, nel nome di un relativismo culturale contro cui sembrano essere cadute tutte le difese.
Un relativismo dei valori che ha spazzato via anche i segni della nostra storia, i simboli e le effigi della nostra tradizione in cambio di uno slogan pubblicitario o di un logo commerciale. Un relativismo che ha trasformato il più grande dei simboli, la croce cristiana, in un fastidioso impiccio da strappare perfino dalle pareti delle nostre scuole, per un destino analogo a quello della polvere sotto i tappeti. Come se duemila anni di Cristianesimo fossero polvere da nascondere, e noi anime condannate a ripudiare i nostri valori, il nostro credo, la nostra cultura.
Nessuno può davvero sentirsi immune al basso livello culturale che trasuda dagli schermi degli italiani, denso di una banalità che investe a ogni ora del giorno e della notte i palinsesti di tutte le emittenti, sia che si tratti di programmi d’intrattenimento che di pura e semplice evasione, i telequiz per tutti e tutti uguali e gli incatalogabili talk show all’ultima rissa nel nome del dio Auditel. Un baratro etico e morale da cui non si salva nemmeno l’informazione, orfana di programmi di inchiesta, approfondimenti e un barlume di informazione imparziale nell’interesse degli spettatori e non del potente di turno. Un abisso che coinvolge anche i contenitori di informazione politica in cui a brillare, invece delle idee per rilanciare il Paese, è il livello culturale rasoterra di chi dovrebbe porre domande acute e stringenti e chi non può fare a meno di ribattere esprimendosi soltanto per slogan. Gli slogan e i refrain di una classe politica cresciuta nel bagliore di monitor e telecamere, che ha l’ardire di dare in pasto a chi guarda quel che ritiene sia ciò che la “gente” desidera: un popolo che, guarda caso, non perde occasione a ogni tornata elettorale di rammentargli quanto sbagliato sia questo calcolo, e quanto il popolo possa essere molto di più e molto meglio di chi lo rappresenta, o ha la presunzione di farlo.
Così, mentre la Tv celebra il trionfo dell’omologazione verso il peggio, non resta che sperare in un’inversione di tendenza e nell’avvento di una nuova sensibilità e di un nuovo senso del rispetto, che è anzitutto rispetto per noi stessi, il rispetto di chi non può e non vuole pensare che siamo davvero diventati quello che ci fanno vedere.

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Un commento

  1. Egregio signor Silenti, l’inversione di tendenza in cui lei spera,
    per me è già avvenuta!
    Si per che trovandomi a osservare il piccolo schermo, in orari piuttosto insoliti
    ( soffro spesso d’insonnia ) ho potuto apprezzarne pellicole e documenti di pregio artistico e culturale, politico e sociale .
    I migliori capolavori del secolo e le realizzazioni storiche ed artistiche d’ogni epoca, sono presenti in modo costante su RAI 5, RAI storia, RAI 3, RAI 2 e persino RAI 1 !!
    Aggiornamenti e documentazioni d’ogni qualità; in campo musicale, figurativo, letterale o di costume sono, durante la notte, la mia esclusiva compagnia;
    vivendo da sola, posso apprezzarne la programmazione anche se,
    riconosco che gli orari mantenuti dalla RAI forse
    dovrebbero contemplare le necessità di nuclei familiari con più fasce d’ascolto .
    Mi congratulo con la RAI di notte e
    con gli spettatori privilegiati ma insonni, che la possono condividere .

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