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Savina Caylyn, aspettaci

Vi proponiamo dal blog Ana La Balena un altro bellissimo post di Savina Dolores Massa che ci porta con lei fino in Africa dentro la pancia della Savina Caylyn insieme ai nostri marittimi sequestrati.

Mi chiamano petroliera, e mi arrabbio. Preferisco sentire pronunciare il mio nome, quando vengo osservata e chiacchierata. Dite di me, Savina, e niente altro. Io, schiva, ora sono sulla bocca di molti: certe volte è un bacio, altre un disprezzo. Anche una nave possiede dei sentimenti, ma voi umani questo non lo sapete. Siete all’oscuro del fatto che ogni parte di me ha imparato, negli anni, ad assorbire i pensieri di chi mi abita. Nel bene e nel male, io divento loro. Io divento uomini, perché solo loro accolgo: sono donna apposta. Potete, se volete, immaginarmi come una puttana disponibile a ricevere ogni racconto o ogni carezza, ogni silenzio, ogni volto di donna che sta ammazzando di nostalgia un uomo del mare, ogni confidenza mai fatta a nessuno. Io apro le gambe e raccolgo. Oppure potete vedermi come una madre, dal ventre capiente al sapore del perdono. Si dice che una madre non sia capace di tradire il proprio figlio, sì di conoscergli i peccati fino a quelli più misteriosi: i non detti a nessuno. Anche quando non sono puttana, ma madre, io apro le gambe e raccolgo. Sono nicchia per preghiere o bestemmie, per deliri mattutini se la notte non ha risolto un dubbio, per far tacere la paura quando potrebbe essere capace di far impazzire un equilibrio. Non chiamatemi petroliera, mi svilite. Io sono l’unica a sapere, oggi, ogni piega del cervello, o è un’anima?, di chi mi dorme, annaspa, piange, invoca, dentro. Nessuno di coloro che hanno conosciuto i miei uomini, prima, sa. Perché ciò che io ninno e cullo, non è più chi avete conosciuto in terraferma, libero, sette mesi fa. Nulla qui è rimasto uguale dopo l’8 di febbraio. Non questi miei uomini. 22. Tutti voi, assieme a me, li avete conosciuti fino a quel maledetto febbraio. Io sola, dopo, ho visto il mutare di ciascuno di loro, e non mi è piaciuto. Nessuna mia parola d’amore sa rassicurarli, perché da voi tutti si sentono abbandonati. Ora, su un agosto nel finire, li osservo guardarsi l’un l’altro, muti, dissanguati di ogni forma di fiducia verso il prossimo. Qualche volta riescono ad addormentarsi, immaginandomi le braccia. È allora che li ascolto sognare.

I sogni sono rimasti la sola cosa libera, su di me, Savina, nave in catene. I sogni e il canto del mare. Anche le stelle e tutte le lune che sono apparse e scomparse. La luce e il buio. Non è libera la fame. Sono libere le unghie che crescono. Non è libero il diritto alla fuga. Sono libere le barbe, spinose nei volti, capaci di scartavetrare guance di donne. Non è libero alcuno specchio, perché sincero. Nessuno dei miei uomini vuole più riflettere se stesso. Gli specchi delle mie stanze sono stati ricoperti da drappi neri. Come un lutto per un’umanita perduta. Neppure nell’acqua del mare si guardano più, questi uomini. I sogni da insonni non ve li rivelerò. Però vi dirò ciò che del loro dormire mi veste, sudato, agitato, triste. Certe volte non comprendo fino in fondo le immagini che saltellano dietro le loro palpebre svenute, ma forse voi che avete conosciuto prima di me questi uomini camminanti e non dondolanti su un mare, capirete ciò che a me sfugge. Il loro sonno è l’unica cosa che voglio narrarvi, se troverete il tempo per dare ascolto ad una nave. Petroliera in mano ai pirati somali?, no, ricordate, Il mio nome è Savina. 17 di questi miei abitanti sono dell’India, conosco i loro nomi e cognomi uno per uno, però per un motivo che mi è oscuro, non posso rivelarveli. Eppure un nome è importante, per un uomo. Lo contraddistingue da qualunque altro. Sono stata minacciata, Taci i loro nomi. Spesso sono costretta ad ubbidire, perché non scordate mai che io pure ho catene ai polsi. Vi sorprende sentire che una nave possiede dei polsi? Avete ancora molto da imparare dalla vita. I 17 marinai indiani hanno sogni di fiumi, di donne in vesti colorate, di madri con sguardi scuri come sa esserlo solo un odio profondo. Di padri curvi, umiliati per il destino del proprio figlio andato a cercare fortuna, lontano dalle preghiere alle vacche, lontano dai piccoli pasti che non bastavano per tutta la famiglia. L’umiliazione di un padre che non può correre braccia aperte verso un figlio, per salvarlo, è ciò che sognano tutti i miei ragazzi indiani. Sognano di spose con labbra abbandonate. Sognano di figli nati durante i loro tragitti marini: sconosciute le loro manine. I loro sogni mi fanno piangere, e io stessa mi sento sconfitta, perché so che il mio amore non può sostituire nulla delle assenze.

C’è un ragazzo di Trieste, Eugenio. Ha 30anni. Sogna, in queste notti bollenti di Somalia, che il vento di bora della sua città lo sollevi in un volo d’aquilone identico a quello che suo padre gli costruì quando era piccolo. Rosso e azzurro e aquilone diventa Eugenio nei suoi sogni. Poi si sveglia, si guarda le braccia che non hanno volato, le guarda e vorrebbe stracciarsele dal corpo, se inutili. Sogna ogni tanto un gelato al pistacchio che non finiva mai e mai e mai sulla sua lingua. Sogna la lingua ghiacciata. Poi si sveglia, e la sua lingua è secca, monca del dono che sa essere un semplice gelato. Da sveglio Eugenio mi dice, Savina, portami via da qui. Io abbasso gli occhi. Una volta in sogno ha sussurrato una poesia, forse imparata a scuola, Trieste ha una scontrosa grazia. Se piace, è come un ragazzaccio aspro e vorace, con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore, come un amore, con gelosia. Io abbasso gli occhi. I marinai amano la poesia più di altri, perché hanno conosciuto il mare, più di altri. Più di tutti coloro che ai marinai dispersi non pensano più.

Quando è invece Giuseppe, ad addormentarsi, io ho paura. Lui è il mio Capitano. Nessuna nave dovrebbe ascoltare i sogni del proprio Capitano: è una questione di rispetto. Ma da febbraio qui sono scomparse le gerarchie, ci si vuole bene diversamente, nessuno vuole sopravvivere all’altro. Insieme, è la parola che li accomuna. Sono fiera di loro, per questo. Giuseppe a luglio ha sognato la sua casa. Sono sicura che fosse la sua casa, perché nel sonno il suo volto si è aperto come una finestra spalancata sull’estate. Dentro la casa due giovanissime donne con gli occhi chiari e dolci identici a quelli del mio addormentato. Dentro il sogno ho veduto una donna che sbatteva un tappeto con rabbia e con guerra, come avesse tra le mani una nube nera da uccidere. Ad un certo punto ho visto distintamente il sogno commuoversi, quando si è accorto che i fiori sul muretto dove ogni famiglia serena si affaccia, erano secchi. Il sogno ha provato a farli rinascere, ma nessun fiore ha obbedito. Nel dormire del mio Capitano suo padre e sua madre si tenevano la mano senza guardarsi. Un suo fratello piangeva senza mostrarsi ai genitori. Ho visto il sogno farsi dolore e fuggire accanto al sogno di un altro, Gian Maria di 26 anni. Il sogno di Giuseppe sperava di trovare freschezza nell’immaginazione di un sonno più giovane. Invece Gian Maria aveva calci e pozzi profondi nella testa, e un immane pentirsi per aver scelto il mare come futuro. Le parole del sogno litigavano fra loro, si cavavano gli occhi che avevano voluto guardare troppo lontano, si offendevano ma mai scordavano la meraviglia del Golfo di Sorrento tradito e lasciato. Lontana, Sorrento, da questa Somalia in fiamme di sole.

E poi c’è Antonio con le unghie macchiate da tutti i motori di navi che ha toccato. Ha 62 anni, quest’uomo. Nessuno può neppure immaginare dove può arrivare il sognare di un uomo con tanta vita alle spalle e meno davanti. Questi sette mesi, per lui che si annusa già la vecchiaia sul corpo, non gli verranno restituiti dagli scoccare dei pendoli. Neppure dalle campane quando battono i vespri, a Gaeta, e sembrano gioia gratuita per tutti. Nulla gli appare più gratuito, nei sogni, ad Antonio. Lui spesso si vede mentre prega un sorriso alla moglie, ma lei ha scordato come si fa. È zitta e non mangia. Non piange, non urla, non pensa. Lei si lascia morire con lui. Lei aspetta Antonio che fischia il suo arrivo, dai mari, dai mari, dai mari. Anche se dorme, Antonio racconta a me, nave con nome di donna, di un figlio che lo salverà. Ma è un sogno: lo sa, lo so io.

E i sogni di Enzo. Anni 40. Mi verrebbe quasi voglia di non raccontarveli, perché dubito potreste comprenderli. Lui non chiude gli occhi, se dorme. È vigile, curioso di comprendere se il faro del suo Monte di Procida è acceso, contro ogni pericolo della vita. Quel faro lui lo tiene forte dentro gli occhi sbarrati sul cielo di Somalia, dentro la sua memoria fanciulla e giocosa. Pupille dentro un taglio di sguardo identico a mandorle dolci e pepe che inventano, astute, una flotta di navi e barchette con vela in partenza dalla sua Isola di Arturo, ma quando?, cariche di panna cotta: dolcetto prediletto da ogni gabbiano ferito. I sogni di Enzo ridono di se stessi, ogni tanto, perché solo in risata sanno di poter scacciare le serpi. Enzo ha sempre preferito le farfalle e io, nave, le chiamo a raccolta per lui, purché riesca a dormire. Non sempre le farfalle giungono, e neppure i gabbiani; arrivano però, qualche volta, voci cristalline di bambini che lui sogna di poter riprendere in spalla. Quella di un padre che attende il suo ritorno per poter imparare ad usare una bicicletta elettrica. Quella di una madre che ancora non ha compreso il significato di web, e lui la prende in giro per questo ma lei ride. Sogna, Enzo, di una sorella che si sbucciava le ginocchia, cadendo bambina, e che lui baciava perché lei non piangesse. Sogna di un fratello che forse adesso capirà che un mare così lontano da casa non era abbastanza luminoso per competere con lo splendore dei denti del fratello minore. Sogna di un’amica nella sua isola, da frastornare con chiasso fino alle cinque del mattino, anche se lei aveva sonno. Sogna il marito di lei, chiamandolo Babbo. Spesso, quando dorme, Enzo non sogna, e se lo fa, è capace di nascondermi le strade più inquiete: perché so che non vuol fare soffrire nessuno, e nessuna nave, e nessuna Savina.

La petroliera Savina Caylyn, nazionalità italiana, è stata sequestrata dalla pirateria somala l’8 febbraio 2011. A bordo 22 uomini (17 indiani e 5 italiani). Dopo sette mesi nessuna trattativa ha avuto esito positivo. Da un mese il silenzio stampa imposto dal nostro Governo è stato spezzato dalle famiglie italiane che domandano la solidarietà di ogni essere umano, affinché questa storia possa vedersi conclusa al più presto. In questo racconto di fantasia non sono citati i nomi dei marittimi indiani per richiesta dei familiari. Corrispondono al vero solo i nomi degli italiani.

La poesia citata è di Umberto Saba.

Savina Dolores Massa (28 agosto 2011)

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